Lo confesso: alcune volte, leggendo di crimini particolarmente efferati, ho pensato che l’autore meritasse la pena di morte. Ma si è trattato soltanto del pensiero di un momento, della reazione istintiva a uno di quegli atti per i quali sembrano inadeguati anche gli aggettivi più forti – atroce, orribile, rivoltante. Penso possa capitare a molti. Càpita anche al protagonista di Porte aperte – pubblicato trent’anni fa, nel 1987 –, che si rovinerà la carriera per essersi rifiutato di irrogare la pena di morte a un individuo assolutamente spregevole, autore di tre omicidi.

Ai lati della prima cappella situata a sinistra dell’ingresso della chiesa di San Matteo al Cassaro – che si trova su via Vittorio Emanuele a brevissima distanza dai Quattro Canti, e perciò praticamente al centro di Palermo – sono ricordati Rosario Gregorio e Giuseppe Vella. La vicenda che li vide schierati l’uno contro l’altro, che il poeta Giovanni Meli definì la “minzogna saracina” e Leonardo Sciascia fece rivivere ne Il Consiglio d’Egitto, animò la Palermo – ma non solo Palermo, e non solo la Sicilia – degli ultimi due decenni del XVIII secolo.
   La lettura delle due iscrizioni è resa molto ardua dalla scarsissima luce che scende dall’alto. Quella in memoria del canonico Gregorio è sormontata da un suo busto marmoreo, e si trova sulla sinistra, incisa su un piccolo sarcofago:

D     O     M     S
ROSARIO GREGORIO
sicularum rerum scriptori
prudentissimo
moerents amici quos sibi
morum integritate et suavitate omnes
devinxerat
grati animi monumentum aere conlato p.
natus anno mdcclii denatus anno mdcccix
hujus ecclesiae beneficialis

   Il canonico Gregorio fu il primo a sospettare l’impostura del Vella, e per svelarla si dette allo studio dell’arabo. Grande studioso nonché ‘beneficiale’ della chiesa, non sorprende che sia ricordato e sepolto in San Matteo. Del testo inciso sulla lapide, colpisce il “denatus” in luogo del più comune “obiit”: sostituzione degna del lessico del marchese di Villabianca, di cui si possono apprezzare alcuni esempi nel saggio sciasciano del 1969 intitolato Io, Villabianca, presente nella raccolta La corda pazza.  

  

Su L’Espresso del 21 dicembre 1986 – nella sua rubrica L’Enciclopedia, che all’epoca teneva sul settimanale – Leonardo Sciascia pubblicò una nota dal titolo “Mi manda Manzoni”. Lo spunto per la stesura del testo gli era stato offerto dal congresso “Manzoni e la cultura siciliana”, organizzato – con un ritardo di tre anni sul bicentenario manzoniano – dalle tre università siciliane.
   “Il tema mi sollecita all’estravaganza – scrive Sciascia. – Ormai abituato al diletto (o al vizio che lo si voglia dire, o mania) di cercare e intravedere nella realtà, nei fatti, quei segni, quegli avvertimenti, quelle rispondenze che mi pare la colgano in essenza e le conferiscano ineffabile verità e significato, posso senz’altro dire che entra in tale mia catalogazione e gioco il fatto che tra le 1.816 lettere di Manzoni, pubblicate per cura di Cesare Arieti, delle due che vagamente hanno a che fare con la Sicilia – la prima indirizzata a Palermo a un personaggio autorevole, la seconda a un ministro siciliano – una sia di raccomandazione nei modi tuttora correnti, l’altra di smentita a una raccomandazione”.

Biella e Prato sono due dei distretti tessili più importanti d’Italia. La città piemontese è famosa nel mondo per le sue lane pettinate di eccelsa qualità, mentre quella toscana un tempo era nota soprattutto per i tessuti cardati ricavati dalla lavorazione degli stracci. Negli ultimi decenni l’industria tessile pratese si è però ampiamente evoluta e diversificata, trattando fibre di ogni genere e producendo tessuti di qualità anche altissima.
   Non so se qualche scrittore abbia scritto di Biella e della sua industria laniera. Dell’industria tessile della Prato di un tempo, ma soprattutto del commercio delle balle di stracci che la alimentavano, ha invece scritto pagine vivissime Curzio Malaparte. Il sesto capitolo del suo Maledetti toscani – che si apre con l’epigrafe “Tutta a Prato va a finire la storia d’Italia e d’Europa, tutta a Prato, in stracci” – è una descrizione colorita, molto ‘malapartiana’, anche di ciò che i ragazzi trovavano nelle balle di stracci che arrivavano a Prato da tutto il mondo.

Nel 1979 Leonardo Sciascia scrisse la prefazione e la postfazione del romanzo di Agatha Christie L’assassinio di Roger Ackroyd, ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar gialli nell’ottobre di quell’anno. Il romanzo – titolo originale The Murder of Roger Ackroyd – era comparso in Inghilterra nel 1926 ed era stato tradotto per la prima volta in Italia, sempre da Mondadori, nel 1930. Il titolo della prima traduzione – secondo Sciascia “più suggestivo e osservante” di quello, letterale, poi definitivamente adottato – era Dalle nove alle dieci.

La lettera aperta che Émile Zola indirizzò al Presidente della Repubblica Félix Faure sul caso Dreyfus fu pubblicata – sotto il titolo redazionale “J’Accuse…!” – sull’intera prima pagina de L’Aurore del 13 gennaio 1898. Dopo aver riepilogato i dettagli dell’affaire, lo scrittore chiudeva la sua lettera-pamphlet con una serie di otto capoversi, che iniziavano con “J’accuse…” e appunto accusavano alti ufficiali, periti, giornali e tribunali militari di avere partecipato, a vario titolo, a una vergognosa ingiustizia, condannando un innocente e assolvendo un colpevole.
   Poco meno di un secolo dopo, il 14 ottobre 1983, sulla terza pagina del Corriere della Sera comparve un articolo di Leonardo Sciascia dal titolo “Semplice discorso sul caso Tortora, sul caso giustizia e sui casi nostri”. Come sottolineato da Paolo Squillacioti, che ha curato la recentissima e meritoria riedizione per Adelphi della raccolta A futura memoria (se la memoria ha un futuro), di cui l’articolo fa parte, il titolo – a differenza del famoso-famigerato “I professionisti dell’antimafia” – è dell’Autore.

La salute di monsignor Angelo Ficarra, vescovo di Patti, stava molto a cuore a S. E. il cardinale Piazza, che era a capo della Sacra Congregazione Concistoriale della Santa Sede. La malattia del prelato siciliano era, tra l’altro, molto curiosa: all’opposto dei malati immaginari, egli era infatti convinto di star bene. Ma poiché bene non stava, il cardinale Piazza tentò di convincerlo a ritirarsi dal suo gravoso incarico: per pensare appunto alla salute.

Leonardo Sciascia fu membro della Camera dei Deputati dal 1979 al 1983. Fu presentato nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, nelle circoscrizioni di Roma, Milano e Torino, e il 13 giugno fu proclamato eletto nel XIX collegio di Roma.

La palermitana piazzetta Marchese Arezzo, situata a pochi metri di distanza dall’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Roma, è in effetti uno slargo della salita Sant’Antonio. Un turista non immaginerebbe che quello spazio di alcune decine di metri quadrati abbia una sua individualità toponomastica.

Nell’unica scena d’amore de Il Consiglio d’Egitto, che costituisce il nono capitolo della prima parte del romanzo e ha per protagonisti Francesco Paolo Di Blasi e la contessa di Regalpetra, Leonardo Sciascia non descrive la posizione assunta dalla contessa, ma per così dire invita il lettore a cercare nella propria memoria l’immagine di un quadro:

“Si vedeva, con la coda dell’occhio, nella grande specchiera; e davanti, sul piano da scrittoio del trumeau, aveva, ridotto a vivida miniatura dentro il coperchio di una tabacchiera, quel quadro di François Boucher che i casanovisti dicono sia il ritratto di mademoiselle O’Murphy.
“Erano di moda i quadri viventi: e nell’intimità di un convegno d’amore […] la contessa ne componeva uno straordinario, a perfetta imitazione del quadro di Boucher, la tenue luce aiutando a pareggiare a quelli di mademoiselle O’Murphy i suoi anni. Due soli elementi: una dormeuse e la propria nudità. Non si poteva desiderare quadro vivente più splendido, imitazione più precisa.”

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