In un’intervista di Stefano Malatesta, pubblicata sulla Repubblica del 12 settembre 1979, Leonardo Sciascia espresse forti critiche al mondo dell’editoria italiana: case editrici gestite come uffici di pubblicità, premi letterari senza alcuna funzione, critici che non credono più alla letteratura. E quanto alla società letteraria nel suo complesso: “Siamo al problema di tutta la società italiana: la doppia verità, il doppio giudizio, la doppia funzione”.
   Al di là di questi aspetti, comunque, Sciascia era colpito anche dallo scadimento del livello qualitativo dell’oggetto-libro: “Sono oramai pochissimi i libri belli, i libri eleganti. L’eleganza fa paura”. Questo rammarico per la qualità materiale dei libri non sorprende. Un anno prima, in un’altra intervista – al settimanale Grazia, 17 settembre 1978 – aveva affermato che per lui il denaro era “una cosa con cui, a parte l’indispensabile per sopravvivere, si possono avere dei libri, delle stampe. Più se ne ha, più libri e più belli e più rari si possono avere. Non desidero niente di più ‘costoso’ ”. Sciascia era infatti anche un bibliofilo e spendeva somme considerevoli per acquistare stampe e libri. Dopo la sua morte, per poter catalogare la sua biblioteca, che comprendeva circa quindicimila volumi, la moglie Maria Andronico imparò a usare il computer.

 

IL METODO DI MAIGRET
e altri scritti sul giallo

Nell’ambito dell’opera di Leonardo Sciascia, i gialli occupano un posto di primo piano. Alcuni dei suoi romanzi più famosi possono infatti essere definiti dei gialli: da Il giorno della civetta a Todo modo, da A ciascuno il suo a Il contesto. Una parodia, dal crepuscolare Il cavaliere e la morte all’estremo Una storia semplice. Si tratta di gialli piuttosto particolari, di un genere che Paolo Squillacioti – curatore per Adelphi delle Opere sciasciane – definisce “poliziesco impuro, sistematicamente privo di uno scioglimento positivo della vicenda, in cui la nar­razione è puntellata da ele­menti saggistici e so­ste­nuta da un forte afflato etico e civile”.   
Nel corso della sua carriera di scrittore, oltre a romanzi e racconti gialli, Sciascia scrisse numerosi testi saggistici sulla letteratura gialla, o poliziesca che dir si voglia. Era quindi quasi inevitabile che, prima o poi, vedesse la luce questa raccolta di scritti sciasciani sul tema. La raccolta, realizzata da Paolo Squillacioti, potrebbe essere definita una sorta di summa del “giallo secondo Sciascia”, ed è il frutto di un colloquio tra Vincenzo Campo, artefice delle raffinate Edizioni Henry Beyle di Milano, e Laura Sciascia, di professione sto­rica e appassionata lettrice di gialli, che ne hanno appunto avuto l’idea.
I ventitré testi raccolti nel volume coprono un lunghissimo arco di tempo, che va dal 1953 al 1989. Si tratta di circa quattro decenni, che coincidono con la quasi totalità della vita di scrittore di Sciascia. Paolo Squillacioti ha suddiviso gli articoli in tre sezioni, dedicate rispettivamente alla letteratura gialla nel suo complesso, al commissario Maigret e al suo creatore Simenon, e ad altri nove autori del genere. Nella godibilissima e approfondita Nota al testo che chiude il volume, Squillacioti traccia il quadro complessivo della produzione saggistica di Sciascia in materia di letteratura poliziesca, con riferimenti anche ad altri autori – da Brancati a Savinio, da Gide a Gadda, da Soldati a Borges e Greene – che sono stati letti e apprezzati da Sciascia.

 

storia e funzione del giallo

Letteratura del giallo
Appunti sul giallo
Una storia del «giallo»
Quer pasticciaccio brutto de via Monaci
Le chiavi del «giallo»
Breve storia del romanzo «giallo»
In Italia c’è un detective: Dio
L’ulcera delle polizie
Un «giallo» per dormire

il commissario maigret

La scommessa di Simenon
Simenon miracolo quotidiano
L’esitazione di Maigret
Il metodo di Maigret

giallisti al lavoro

Mickey Spillane
Gilbert Keith Chesterton
Edgar Wallace
Arthur Conan Doyle
William Riley Burnett
Augusto De Angelis
Agatha Christie
Corrado Augias
Geoffrey Holiday Hall

Nota al testo di Paolo Squillacioti

 

Il risvolto di copertina del volume, che si riproduce di seguito, sintetizza l’approccio di Sciascia al tema del giallo.

“Nel 1961, quando ancora Simenon era confinato fra gli scrittori di serie B, Sciascia, dopo aver dichiarato che i suoi romanzi valevano ben più di quelli dell’école du regard, aggiungeva: «… e forse anche qualcuna delle avventure del commissario Maigret ha più diritto di sopravvivenza di quanto ne abbiano certi romanzi che, a non averli letti, si rischia di sfigurare in un caffè o in un salotto letterario». Questione di chiaroveggenza, certo. E di perspicacia, come quando, sempre nel 1961, scriveva: «Maigret è l’elemento cui la realtà reagisce: una specie di elemento chimico che rivela una città, un mondo, una poetica». Ma anche di passione per un genere – la letteratura poliziesca – da sempre frequentato: con una spiccata simpatia per il «modulo», scaturito da Poe, che del giallo fa un rigoroso cruciverba narrativo, un gioco ingegnoso. Quel che in questo libro scopriamo è che sin dai primi anni Cinquanta Sciascia ha anche costantemente indagato la letteratura gialla, quasi volesse chiarire a se stesso le ragioni della sua passione e costruire una sorta di mappa, una genealogia degli autori più amati – Chesterton, Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Rex Stout, Simenon, Geoffrey Holiday Hall e altri ancora. Offrendoci così trascinanti riflessioni e insieme gli indizi indispensabili per individuare le ascendenze dei protagonisti dei suoi gialli: dal capitano Bellodi del Giorno della civetta all’ispettore Rogas del Contesto, al brigadiere Lagandara di Una storia semplice.”

Il metodo di Maigret - e altri scritti sul giallo è disponibile nella collana Piccola Biblioteca Adelphi (n. 715).
Paolo Squillacioti sta curando per Adelphi l’edizione delle Opere sciasciane nella collana La Nave Argo. Sono al momento disponibili il primo volume (Volume I: Narrativa - Teatro -Poesia) e il primo tomo del secondo volume (Volume II: Inquisizioni - Memorie - Saggi, Tomo I: Inquisizioni e Memorie).

Euclide Lo Giudice
27 febbraio 2018

Forse non è del tutto azzardato ipotizzare che, per molti lettori, gran parte della vita letteraria di Leonardo Sciascia sia racchiusa tra due enigmi: il titolo del suo romanzo più famoso, e l’epitaffio inciso sulla sua tomba.
   Un lettore che si trovi per la prima volta tra le mani
Il giorno della civetta – il romanzo del 1961 che a Sciascia aveva dato la celebrità, ma non era quello da lui più amato – quasi certamente si chiede quale sia il significato del titolo. E di sicuro non viene aiutato dalla brevissima quanto enigmatica epigrafe: “… come la civetta quando di giorno compare. Shakespeare, Enrico VI”.

Leonardo Sciascia non sapeva guidare né, tantomeno, ebbe mai un’automobile. “L’automobile per me è il taxi, oppure quella degli amici – dichiarò in un’intervista comparsa su L’Automobile del 26 aprile 1983 –. La verità è che non ho mai avuto, nemmeno da ragazzo, la tentazione di imparare a guidare, di possedere quel certificato di maturità che per i giovanissimi è la patente di guida”.

Da qualche anno, al loro arrivo a Donnafugata, stanchi e impolverati, il principe di Salina e la sua famiglia sono salutati dalle autorità del paese e dai suoni festosi prodotti dalla banda municipale e da varie campane. Alla cerimonia di benvenuto, peraltro piuttosto informale, fa seguito un Te Deum nella Chiesa Madre. Subito dopo, l’amministratore don Onofrio Rotolo accoglie “le Loro Eccellenze nella Loro casa”, e fa il suo rapporto al principe.

Giampaolo Pansa è uno dei più noti e, per certi aspetti, controversi giornalisti italiani. Nel 1987, fu tra coloro che metaforicamente fucilarono Leonardo Sciascia per l’articolo pubblicato il 10 gennaio sul Corriere della Sera con il famigerato titolo (redazionale) “I professionisti dell’antimafia”.

Il calzolaio di Messina è il quarto dei ventitré saggi raccolti in Fatti diversi di storia letteraria e civile – l’ultima sua opera che Sciascia poté avere, stampata, tra le mani – e si intitola come l’omonima tragedia di Alessandro De Stefani, rappresentata per la prima volta nell’aprile 1925 al teatro Odescalchi di Roma.

Qualche giorno fa ho estratto dallo scaffale un’antologia di testi di viaggiatori francesi sull’Italia, intitolata Italies. Anthologie des voyageurs français aux XVIIIe et XIXe siècles e pubblicata nel 1988, a cura di Yves Hersant, nella collana Bouquins dell’editore Robert Laffont.

Ci sono degli scrittori che diventano per noi degli autentici amici, anche se non abbiamo avuto la fortuna di conoscerli personalmente. Lo disse bene il giapponese Kenkō, circa sette secoli fa, nel suo libro Momenti d’ozio, pubblicato in Italia da Adelphi: “Lo svago più gradevole è di starsene seduti da soli sotto la lampada, con un libro aperto davanti, e di fare amicizia con persone di un lontano passato che non abbiamo mai conosciuto…”. Sono quei pochi scrittori che, oltre che amici, diventano per certi lettori anche maestri e consiglieri: ed è ciò che, quasi inevitabilmente, accade con Leonardo Sciascia. Per chiunque lo ami, è quindi normale (ri)leggerne le opere, e la pubblicazione di una nuova edizione di un suo libro è sempre una festa.

Da Anatole France a Joseph Roth in poco meno di un chilometro… Può sembrare un’assurdità, o una fantasia un po’ stravagante, ma non è né l’una né l’altra cosa. Meno di un chilometro è infatti, più o meno, la distanza che, sulla Rive Gauche, separa il quai Malaquais – legato a France – dalla rue de Vaugirard – quasi all’angolo della quale visse Roth. A collegare il lungosenna e la rue de Vaugirard, che costeggia una parte del Jardin du Luxembourg, è una strada che a un certo punto del suo percorso cambia improvvisamente nome, da rue de Seine trasformandosi in rue de Tournon.
   Rue de Seine inizia dal quai Malaquais e prosegue, piena di negozi di stampe e gallerie d’arte, fino al boulevard Saint Germain. Superato il grande viale, mantiene il proprio nome fino a rue Saint-Sulpice, per diventare, subito dopo, rue de Tournon: che sale per circa duecento metri, con pendenza crescente e via via allargandosi, fino a raggiungere rue de Vaugirard, proprio di fronte al Palais du Luxembourg, sede del Senato francese: dove finisce.
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