Da Anatole France a Joseph Roth in poco meno di un chilometro… Può sembrare un’assurdità, o una fantasia un po’ stravagante, ma non è né l’una né l’altra cosa. Meno di un chilometro è infatti, più o meno, la distanza che, sulla Rive Gauche, separa il quai Malaquais – legato a France – dalla rue de Vaugirard – quasi all’angolo della quale visse Roth. A collegare il lungosenna e la rue de Vaugirard, che costeggia una parte del Jardin du Luxembourg, è una strada che a un certo punto del suo percorso cambia improvvisamente nome, da rue de Seine trasformandosi in rue de Tournon.
   Rue de Seine inizia dal quai Malaquais e prosegue, piena di negozi di stampe e gallerie d’arte, fino al boulevard Saint Germain. Superato il grande viale, mantiene il proprio nome fino a rue Saint-Sulpice, per diventare, subito dopo, rue de Tournon: che sale per circa duecento metri, con pendenza crescente e via via allargandosi, fino a raggiungere rue de Vaugirard, proprio di fronte al Palais du Luxembourg, sede del Senato francese: dove finisce.

Questa caldissima estate del 2017 sarà ricordata anche per la vendemmia anticipata. I telegiornali hanno infatti dato notizia, già nella prima settimana di agosto, dell’inizio della vendemmia, causata dalle alte temperature che hanno fatto maturare le uve prima del consueto. E questo mi ha fatto ricordare un breve articolo di Leonardo Sciascia, intitolato “Le luci dei vini”, pubblicato sul numero del novembre 1986 della rivista Civiltà del bere.
   Nell’articolo, Sciascia scrisse che ogni volta che sentiva la parola ‘astemio’ gli tornava alla mente un aneddoto che aveva sentito da bambino: “Una volta – molti anni fa, poiché è un ricordo della mia infanzia – un gruppo di cacciatori del mio paese, dopo un’affannosa mattinata in cerca di lepri e conigli, che già cominciavano a scarseggiare, a riparo dalle ore più calde si rifugiò in una di quelle ospitali masserie che oggi si vedono in rovina. Il padrone offrì, per come si usava, ricotta e vino; ma uno del gruppo rifiutò il vino. ‘Lei è astemio?’, domandò il padrone di casa. ‘No, sono Tascarella da Racalmuto’, rispose l’astemio”.

Nel caso di Sciascia, che rivendicava il diritto di essere «saggista nel racconto e narratore nel saggio», le etichette, si sa, funzionano male, mostrano tutti i loro limiti. Ma anche all’interno di una categoria in apparenza inscalfibile come quella qui utilizzata per il sottotitolo, i conti alla fine non tornano, e il cartellino, pur necessario, appare riduttivo. Perché la vastità delle letture di Sciascia (sono qui radunati interventi sul Furioso di Ariosto e l’Ulisse di Joyce, su E.M. Forster e Lawrence Durrell, su Ivo Andrić e Calvino, su Montale e Bufalino, per citarne solo alcuni), ma soprattutto la mobilità del suo pensiero e l’incrollabile certezza che la letteratura può decifrare la realtà fanno sì che ogni saggio sia un luogo della libertà, un porto franco dell’intelligenza, una scena sulla quale si materializzano figure, temi, tempi del tutto imprevedibili e che ci portano molto lontano da dove eravamo partiti. Non stupisce allora che l’amato Pirandello venga chiamato in soccorso per spiegare un fatto di cronaca – quello del folle che aveva la mania di introdursi in un convento per spiare le suore – o che un sonetto del Belli dove si menziona l’istituzione pontificia dell’impunità illumini il fenomeno del pentitismo o che, viceversa, le paure e le superstizioni legate al diffondersi dell’Aids, responsabile di una nuova caccia all’untore, evochino il ricordo di Buzzati, di Stevenson, di Bubu di Montparnasse. Ma Sciascia, non scordiamolo, è irrimediabilmente affetto da stendhalismo (come del resto un altro dei suoi autori prediletti, Savinio), sicché trasparenza e dilettantismo – nel senso di ‘dilettarsi della vita’ – affiorano in ogni lettura e in ogni scoperta, e trasformano questo libro in un «dislargo di orizzonte».

Il testo che precede è il risvolto di copertina del volume, apparso in libreria nel gennaio 2016. Nella sua esaustiva “Nota al testo”, che chiude il volume, il curatore Paolo Squillacioti scrive che, “sommando tutte le acquisizioni, comprese quelle affiorate nelle fasi preparatorie del lavoro per le Opere adelphiane, si ottiene un catalogo di quasi 1400 scritti dispersi di varia natura ed estensione, in gran parte di tipo saggistico e pubblicistico, poco o nulla frequentati dai lettori e non di rado ignoti anche agli specialisti”.
Da questo immenso catalogo, Squillacioti ha estratto trentatré testi, scritti praticamente nel corso dell’intero arco della vita letteraria di Sciascia, e ovviamente non inclusi in precedenti raccolte saggistiche. I saggi sono raggruppati in tre sezioni.

 

Resoconti singolarmente militanti

Fine del carabiniere a cavallo
Romanzi di Italo Calvino
Casa Howard di E.M. Forster
Justine di Lawrence Durrell
La suora giovane di Giovanni Arpino
L’Ulisse di James Joyce
Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić
I Racconti di Lampedusa

 

divagazioni sulla storia e la cultura europea

La sesta giornata
Il “briccone” Dumas
Marcuse, cinque anni dopo
Lacrime per Orlando
La barbarie dal volto umano
Dizionario
Giraudoux e Pirandello
A Salamanca con Unamuno
Le Due Sicilie di Lernet-Holenia e Kuśniewicz
Pirandello nascosto in convento
Quando Belli inventò il pentitismo
L’Aids, l’arte, la trasgressione
Chierici e sagrestani
Una Sicilia alla Stendhal
L’Europa del diritto

 

ritratti complici di contemporanei

Giuseppe Antonio Borgese
Leo Longanesi
Alberto Savinio
Vitaliano Brancati
Eugenio Montale
Mario Soldati
Enrico Morovich
Gesualdo Bufalino
Giampaolo Rugarli
Vincenzo Consolo e Fabrizio Clerici

 

Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari (1955-1989), a cura di Paolo Squillacioti, è disponibile nella collana Biblioteca Adelphi (n. 647).
Paolo Squillacioti sta curando per Adelphi l’edizione delle Opere sciasciane nella collana La Nave Argo. Sono al momento disponibili il primo volume (Volume I: Narrativa - Teatro -Poesia) e il primo tomo del secondo volume (Volume II: Inquisizioni - Memorie - Saggi, Tomo I: Inquisizioni e Memorie).

 Euclide Lo Giudice

22 luglio 2017

Questo volume è stato pubblicato nel 2003, a cura della vedova dello scrittore, Maria Andronico Sciascia, nella collana Piccola Biblioteca Adelphi, e raccoglie i testi sciasciani dedicati o ispirati a Stendhal, pubblicati nell’arco di circa un ventennio.

  • Adorabile
  • Il principe Pietro
  • Casanova o la dissipazione
  • I privilegi
  • Stendhal e i “Martiri”
  • Stendhal e la Sicilia
  • Les mémoires de Gasparoni
  • Postilla su Stendhal e Navarro
  • Stendhaliana
  • L’esistenza come terrore
  • In margine a Stendhal
  • Duecento anni dopo
  • Armance e il bell’Antonio
  • Stendhal e Tomasi di Lampedusa
  • La Beata Corbera
  • Napoleone scrittore
  • Il genio precoce
  • Alle cinque da Savinio
  • Tracce stendhaliane

 

“Cercando di riavere qualcosa della compagnia di mio marito nei tanti libri della nostra casa – scrive la signora Sciascia in apertura della preziosa sezione del volume intitolata ‘Scaffale stendhaliano’ –, ho pensato di farne l’inventario e ho iniziato dallo scaffale stendhaliano, che era il suo prediletto e in cui si trovano tutte le edizioni in lingua francese e italiana delle opere di Stendhal e tutti i libri e scritti che su Stendhal erano stati pubblicati e che lui era riuscito a mettere insieme”. Seguono diciotto pagine, suddivise in varie sezioni (I. Scritti di Stendhal: 1. In francese; 2. In italiano e altre lingue – II. Scritti su Stendhal: 1. In francese; 2. In italiano) in cui sono elencati i volumi stendhaliani della biblioteca di Leonardo Sciascia.

Nella sua “Nota al testo”, Maria Andronico Sciascia fornisce gli estremi delle prime o ultime pubblicazione dei vari testi, che comprendono alcune opere molto note (nell’ordine L’affaire Moro, Cronachette, Cruciverba, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Ore di Spagna, Nero su nero, La scomparsa di Majorana, Porte aperte), ma anche rare o poco note (Scritti in onore di Giuliano Briganti, Le memorie di Gasparoni, Fabrizio Clerici). Si tratta a volte di brevi estratti, come nel caso di “Adorabile” (da L’affaire Moro) e di “Il genio precoce” (da La scomparsa di Majorana). Di un solo testo – “Stendhaliana” – non vengono forniti gli estremi della precedente pubblicazione: che avvenne, nell’ambito della sciasciana rubrica L’Enciclopedia, su L’Espresso del 13 aprile 1986, sotto il titolo “Quella sera, a cena con Stendhal”.

Il volume è chiuso da un illuminante saggio di Massimo Colesanti dal titolo “Sciascia e il mistero Stendhal”.

L’adorabile Stendhal è disponibile nella collana Piccola Biblioteca Adelphi (n. 502). Per gli appassionati di Sciascia, che sanno quanto Stendhal sia stato importante per lui, si tratta di un libro imperdibile.

 

  Euclide Lo Giudice

20 luglio 2017

Questo volume – che è “quasi una piccola galleria di ritratti di scrittori”, come scrive la curatrice – è stato pubblicato nel 2000 dalla vedova dello scrittore, Maria Andronico Sciascia. Il titolo della raccolta è quello dell’omonimo saggio pubblicato da Sciascia nel 1985, con il n. 113 della collana La memoria di Sellerio, e qui riproposto. Lo “scrittore da giovane” del saggio è Giuseppe Antonio Borgese. Quello che segue è il risvolto di copertina del volume.

Questo libro raccoglie per la prima volta saggi che Sciascia dedicò a scrittori quanto mai diversi, spesso con il fine dichiarato di rivendicarne l’opera e aiutarla a trovare nuovi lettori. Attività che risultò preziosa per tutti e molto gli era cara. Fu lui stesso a tratteggiarla come meglio non si potrebbe: «Qualche anno fa, a un giornalista che gli chiedeva perché scrivesse ormai tanto poco, Maurice Nadeau rispose che scoprire un nuovo scrittore, o riscoprirne uno dimenticato, era per lui uno scrivere, un continuare a scrivere. E questa dichiarazione – di un critico-editore cui noi scrittori, in tutto il mondo, dobbiamo molto – mi pare (sarebbe il caso di dire “minimalisticamente”) di poter farla mia: per il piacere che ho sempre avuto di consigliare gli editori a me più vicini alla pubblicazione o ripubblicazione di certi autori, di certi libri. Certo, l’ho fatto con minore impegno e assiduità di Nadeau, più dilettantisticamente e magari capricciosamente: ma l’aver contribuito a rivelazioni o ritorni di certi scrittori, è per me motivo di soddisfazione e di gioia come se l’accoglienza che i lettori fanno ai loro libri – più o meno calorosa, ma comunque attenta – l’ottenessi con libri miei. Da quando, in anni lontani, ho incontrato Salvatore Sciascia, che dalla sua libreria di Caltanissetta intraprendeva attività di editore, il diletto di consigliare libri da fare, e di aiutare a farli, è stato quasi regolarmente parte delle mie giornate: fin quando, appunto, ne ho avuto diletto». Tale è dunque l’animus che muove questi testi, non solo quando si tratta di aspetti particolari di autori venerati come Voltaire o Borges, ma soprattutto quando Sciascia si inoltra fra gli scrittori della sua terra, da Tomasi e De Roberto fino ai misconosciuti G.A. Borgese (la cui infanzia e adolescenza sono evocate, anche grazie a documenti inediti, nel saggio più lungo e toccante), Maria Messina, sorta di Katherine Mansfield indigena, Luigi Natoli, autore di romanzi d’appendice alla Ponson du Terrail, ai poeti come Lucio Piccolo, e infine a figure memorabili avvolte dall’ombra, come l’appartato pedagogo Luigi Monaco, «uno di quegli uomini che non scrivono libri forse perché il loro destino è di avviare altri a scriverne».

      [...]

Gli scritti che qui presentiamo apparvero tra il 1955 e il 1989.

 

  • Del dormire con un solo occhio
  • I vicerè
  • Savinio o della conversazione
  • Per un ritratto dello scrittore da giovane
  • Una Mansfield siciliana
  • Le “invenzioni” di Borges
  • La veglia di Manuel Azaña
  • Ritratto di Alessandro Manzoni
  • Candido
  • Un pirandellismo introvertito
  • Ciuri di strata
  • Lettere spirituali
  • Il Gattopardo
  • “Io faccio il poeta”
  • Incontro con Lucio Piccolo
  • Luigi Natoli e fra Diego La Matina

Oltre a Giuseppe Antonio Borgese e a quelli nominati nel risvolto di copertina, o i cui nomi compaiono nei titoli dei singoli saggi, gli altri scrittori cui sono dedicati gli scritti sciasciani raccolti in questo volume sono Vitaliano Brancati, Gesualdo Bufalino, Francesco Guglielmino, Giuseppe Rensi, Ignazio Buttitta.

 

Per un ritratto dello scrittore da giovane è disponibile nella collana Biblioteca Adelphi (n. 387).

Euclide Lo Giudice

22 luglio 2017


Lo confesso: alcune volte, leggendo di crimini particolarmente efferati, ho pensato che l’autore meritasse la pena di morte. Ma si è trattato soltanto del pensiero di un momento, della reazione istintiva a uno di quegli atti per i quali sembrano inadeguati anche gli aggettivi più forti – atroce, orribile, rivoltante. Penso possa capitare a molti. Càpita anche al protagonista di Porte aperte – pubblicato trent’anni fa, nel 1987 –, che si rovinerà la carriera per essersi rifiutato di irrogare la pena di morte a un individuo assolutamente spregevole, autore di tre omicidi.

Ai lati della prima cappella situata a sinistra dell’ingresso della chiesa di San Matteo al Cassaro – che si trova su via Vittorio Emanuele a brevissima distanza dai Quattro Canti, e perciò praticamente al centro di Palermo – sono ricordati Rosario Gregorio e Giuseppe Vella. La vicenda che li vide schierati l’uno contro l’altro, che il poeta Giovanni Meli definì la “minzogna saracina” e Leonardo Sciascia fece rivivere ne Il Consiglio d’Egitto, animò la Palermo – ma non solo Palermo, e non solo la Sicilia – degli ultimi due decenni del XVIII secolo.
   La lettura delle due iscrizioni è resa molto ardua dalla scarsissima luce che scende dall’alto. Quella in memoria del canonico Gregorio è sormontata da un suo busto marmoreo, e si trova sulla sinistra, incisa su un piccolo sarcofago:

D     O     M     S
ROSARIO GREGORIO
sicularum rerum scriptori
prudentissimo
moerents amici quos sibi
morum integritate et suavitate omnes
devinxerat
grati animi monumentum aere conlato p.
natus anno mdcclii denatus anno mdcccix
hujus ecclesiae beneficialis

Il canonico Gregorio fu il primo a sospettare l’impostura del Vella, e per svelarla si dette allo studio dell’arabo. Grande studioso nonché ‘beneficiale’ della chiesa, non sorprende che sia ricordato e sepolto in San Matteo.

Su L’Espresso del 21 dicembre 1986 – nella sua rubrica L’Enciclopedia, che all’epoca teneva sul settimanale – Leonardo Sciascia pubblicò una nota dal titolo “Mi manda Manzoni”. Lo spunto per la stesura del testo gli era stato offerto dal congresso “Manzoni e la cultura siciliana”, organizzato – con un ritardo di tre anni sul bicentenario manzoniano – dalle tre università siciliane.
   “Il tema mi sollecita all’estravaganza – scrive Sciascia. – Ormai abituato al diletto (o al vizio che lo si voglia dire, o mania) di cercare e intravedere nella realtà, nei fatti, quei segni, quegli avvertimenti, quelle rispondenze che mi pare la colgano in essenza e le conferiscano ineffabile verità e significato, posso senz’altro dire che entra in tale mia catalogazione e gioco il fatto che tra le 1.816 lettere di Manzoni, pubblicate per cura di Cesare Arieti, delle due che vagamente hanno a che fare con la Sicilia – la prima indirizzata a Palermo a un personaggio autorevole, la seconda a un ministro siciliano – una sia di raccomandazione nei modi tuttora correnti, l’altra di smentita a una raccomandazione”.

Biella e Prato sono due dei distretti tessili più importanti d’Italia. La città piemontese è famosa nel mondo per le sue lane pettinate di eccelsa qualità, mentre quella toscana un tempo era nota soprattutto per i tessuti cardati ricavati dalla lavorazione degli stracci. Negli ultimi decenni l’industria tessile pratese si è però ampiamente evoluta e diversificata, trattando fibre di ogni genere e producendo tessuti di qualità anche altissima.
   Non so se qualche scrittore abbia scritto di Biella e della sua industria laniera. Dell’industria tessile della Prato di un tempo, ma soprattutto del commercio delle balle di stracci che la alimentavano, ha invece scritto pagine vivissime Curzio Malaparte. Il sesto capitolo del suo Maledetti toscani – che si apre con l’epigrafe “Tutta a Prato va a finire la storia d’Italia e d’Europa, tutta a Prato, in stracci” – è una descrizione colorita, molto ‘malapartiana’, anche di ciò che i ragazzi trovavano nelle balle di stracci che arrivavano a Prato da tutto il mondo.

Nel 1979 Leonardo Sciascia scrisse la prefazione e la postfazione del romanzo di Agatha Christie L’assassinio di Roger Ackroyd, ripubblicato da Mondadori nella collana Oscar gialli nell’ottobre di quell’anno. Il romanzo – titolo originale The Murder of Roger Ackroyd – era comparso in Inghilterra nel 1926 ed era stato tradotto per la prima volta in Italia, sempre da Mondadori, nel 1930. Il titolo della prima traduzione – secondo Sciascia “più suggestivo e osservante” di quello, letterale, poi definitivamente adottato – era Dalle nove alle dieci.

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