In una lettera che Gustave Flaubert scrisse il 6 ottobre 1850 allo zio François Parain, da Rodi, è immortalato un tale “Thompson de Sunderland”. Il gentleman aveva avuto la brillante pensata di incidere o, più probabilmente, far incidere il suo nome – e la sua patria, come si diceva un tempo – sulla colonna di Pompeo che si trovava ad Alessandria d’Egitto, “en lettres de six pieds de haut” distinguibili a “un quart de lieue de distance”. Il sistema metrico decimale non era sfortunatamente ancora molto diffuso, ma le misure indicate da Flaubert rendono comunque l’idea delle enormi dimensioni delle lettere scolpite nella pietra della colonna. “Ce crétin s’est incorporé au monument et se perpétue avec lui – scrive Flaubert –. Que dis-je? Il l’ecrase par la splendeur des ses lettres gigantesques. N’est-ce pas très fort de forcer les voyageurs futurs à penser à soi et à se souvenir de vous? Tous les imbéciles sont plus ou moins des Thompson de Sunderland.”

In una nota di Nero su nero, risalente alla campagna per il referendum sul divorzio della primavera del 1974, Sciascia racconta di un comizio in un paese della Sicilia interna. L’oratore cerca di convincere l’uditorio della necessità del divorzio, e lo fa portando degli esempi indiscutibili, ma viene sempre interrotto da una vecchia “asciutta, ferrigna, un’aria aggressiva”, la quale ha una sua invariabile soluzione, che rende superfluo il divorzio: “Si ammazza”. Ogni argomentazione dell’oratore risulta inutile, e Sciascia così chiude il suo resoconto dell’episodio: “Il comiziante si serba, come ultimo colpo, come ultima speranza, il caso dell’incesto. Quando l’espone, si rivolge infine alla vecchia – E in questo caso che si fa, si ammazza? – E la vecchia, prontissima – Prima si fa una grande festa in casa, per non far capire niente alla gente: e poi si ammazza”.

Il 3 novembre 1880 per la stazione di Racalmuto transitò il primo treno. Si può immaginare che allo spettacolo fosse presente, se non tutta, gran parte della popolazione. Tra la folla c’era anche un certo don Camillo Picataggi, un “vecchio galantuomo” che non si era mai allontanato dal paese e pensava che il vapore potesse al massimo muovere il coperchio di una “pentola che bolle”: impossibile, quindi, che potesse muovere “una teoria di carri grandi come case”. I compaesani pensavano che, posto di fronte all’evidenza, il vecchio avrebbe cambiato idea. Non fu così: “… Don Camillo, dopo un momento di perplessità, pronunciò quella frase, rimasta nel parlare popolare a significare gratuita e testarda diffidenza, in genere; oscurità di mente nei riguardi del progresso, in particolare”.

Scrive Leonardo Sciascia, ne La strega e il capitano: “Vacallo, che ai giorni del mese non dà numeri, ma santi, dice che costui (un certo cavalier Cavagnolo, ndr) si presentò a casa Melzi la vigilia di San Tommaso: e cioè il 20 dicembre”.
   Il capitano Vacallo – personaggio che nella tragica vicenda svolge un ruolo tanto atroce quanto stupido – si serve di un modo di indicare i giorni molto particolare, una sorta di calendario parallelo, il cui uso è scomparso chissà quando; ma che allora, nella Milano della prima metà del xvii secolo, e quasi sicuramente non solo a Milano, doveva essere di uso comune: e consisteva nell’indicare i giorni con il nome dei santi o delle festività religiose.

Sulla prima pagina de L’Unità del 5 novembre 2015 è comparso un articolo di Leonardo Sciascia intitolato La grande sete finirà nel 2015.
   Si tratta di un testo risalente a quasi mezzo secolo fa, che accompagnava il documentario La grande sete, diretto da Massimo Mida e sceneggiato da Marcello Cimino, prodotto nel 1968 dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. Rimasto per così dire inedito per un quarantennio, era stato rintracciato dal giornalista Giovanni Taglialavoro, che lo aveva pubblicato il 29 aprile 2008 – con il titolo La grande sete in Sicilia finirà nel 2015 – sul sito “Suddovest. Agrigento tra le Alpi e le Piramidi”. A questa prima pubblicazione, due settimane dopo ne era seguita un’altra, nelle pagine dell’edizione palermitana de La Repubblica del 14 maggio.

Durante il trasloco de La Stampa dalla vecchia alla nuova sede, nell’ottobre di tre anni fa, sono riemerse cartelle piene di documenti di vario genere – biglietti, lettere, telegrammi – scambiati dai vari direttori con giornalisti e collaboratori, e di cui si era persa traccia.
   Ne scrive Vittorio Sabadin in un articolo pubblicato sul quotidiano torinese il 28 ottobre 2012. Un intero paragrafo è dedicato a Sciascia e riporta stralci di due lettere dello scrittore su due suoi progetti. Il primo riguarda La scomparsa di Majorana, il secondo quello che sarebbe diventato Dalle parti degli infedeli.

Tra i documenti, c’è il carteggio tra Leonardo Sciascia, Levi (Arrigo Levi, all’epoca direttore del giornale, ndr) e il vicedirettore Carlo Casalegno, nel quale lo scrittore siciliano propone di pubblicare a puntate sulla Stampa la storia di Ettore Majorana, lo scienziato misteriosamente scomparso nel 1938. Sciascia scrive da Racalmuto: «Questo lavoro su Majorana credo che sarà pronto alla fine di agosto.

Nello scorso settembre, discutendo con Sergio Piccerillo su come organizzare i testi da pubblicare nella homepage del sito, abbiamo pensato in un primo tempo di suddividerli in diverse sezioni, ognuna dedicata a un aspetto dell’opera e della personalità di Leonardo Sciascia: narrativa, saggistica, teatro, arte, cinema, politica, giustizia ecc. Ci siamo però subito resi conto che, per vari motivi che non è il caso di descrivere, questa scelta presentava varie controindicazioni.
   Abbiamo quindi deciso di limitarci a tre sole sezioni. Per le prime due, trovare i titoli e decidere i contenuti è stato molto facile. In Attività e notizie sarebbero andate le informazioni sull’attività dell’Associazione e le notizie relative ad eventi, anche non organizzati dall’Associazione, riguardanti comunque Sciascia. Nella seconda, Libri e recensioni, sarebbero state pubblicate recensioni o notizie su libri di o su Sciascia. La terza e ultima sezione, infine, avrebbe accolto tutto il resto, ovvero testi su aspetti particolari, curiosità, notizie su Sciascia, o che prendano spunto dalle opere sciasciane per metterne in rilievo temi scelti più o meno casualmente. Intitolarla Miscellanea non sarebbe stato improprio, ma al tempo stesso sarebbe stato piuttosto banale.

In due periodi della sua vita Leonardo Sciascia fu anche uomo politico. Tra la metà del 1975 e l’inizio del 1977 fu infatti consigliere comunale a Palermo, eletto come indipendente nella lista del PCI; e tra il 1979 e il 1983 fu deputato nel gruppo parlamentare radicale, nell’ottava legislatura repubblicana.
   Nella primavera del 1975, su insistenza di Achille Occhetto, segretario del partito comunista siciliano, Sciascia decise di accettare la candidatura al consiglio comunale del capoluogo siciliano. In un discorso tenuto l’11 maggio al teatro Politeama, in occasione dell’apertura della campagna elettorale, e di cui Matteo Collura riporta alcuni stralci nella sua biografia dello scrittore (Il Maestro di Regalpetra, Longanesi, Milano 1996), Sciascia affermò tra l’altro che molte persone gli chiedevano chi glielo avesse fatto fare, a prendere quella decisione. E chiarì che considerava quella domanda una sorta di riconoscimento, quasi un omaggio: “… perché appunto la situazione è questa: che nulla e nessuno me lo ha fatto fare […] Non abbiamo nessun particolare interesse, nessuna particolare ambizione e appunto per ciò l’abbiamo fatto. Le cose civili, i gesti civili, appunto, si fanno quando nessun interesse particolare e personale, nessuna ambizione ci porta a farli…[…] È chiaro che io non rinnego nemmeno una virgola delle mie eresie; e questo più che a me (perché per me si tratta di una coerenza perfino ovvia), fa onore al PCI che mi ha invitato a fare parte di questa lista…”.

Alcune settimane fa, il 29 agosto, ricorreva il centenario della nascita di Ingrid Bergman, morta nel 1982 nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno.
   Come milioni di amanti del cinema, anche Leonardo Sciascia ne avrà apprezzato bellezza e bravura. E non si può nemmeno escludere che ne abbia anche scritto, in uno dei tanti articoli dispersi che scriveva per giornali e riviste. Di certo, in ogni caso, ha scritto di un uomo con cui l’attrice ebbe una storia d’amore, il fotoreporter Robert Capa: in una nota di Nero su nero, in cui parla di due fotografie scattate in Sicilia nell’estate del 1943. Così scrive della prima: “… un pastore, vecchio, barbuto, pesantemente vestito, indica la strada a un soldato americano.
Sappiamo che sta indicandogli la strada giusta. Al paesano, all’amico, al parente ricco comandato dal suo buon presidente a venire in Sicilia a fare una buona e giusta guerra”. Il soldato, di alta statura, è accovacciato e guarda nella direzione che il pastore, in piedi e curvato verso di lui, gli indica con il bastone che tiene in mano.
   La fotografia – una delle più famose di Capa – illustra un articolo di Valerio Castronuovo intitolato “Una repubblica priva di spirito”, comparso sulla Domenica de Il Sole 24 Ore del 30 settembre 2001, ed è accompagnata da questa didascalia: “Sicilia, estate 1943: un contadino dà informazioni a un ufficiale americano, Franklin Delano Roosevelt Jr, figlio del presidente degli Stati Uniti. Foto di Robert Capa tratta dall'Atlante storico della Resistenza italiana (Bruno Mondadori editore)".

Il capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta, non ha nome di battesimo.
   Mai, nelle pagine del libro, l’ufficiale al centro della vicenda viene chiamato per nome e cognome: ma sempre “il capitano Bellodi”, o “il capitano”, o “Bellodi”. Nell’ultima scena del racconto, ambientata a Parma, nemmeno il suo amico Brescianelli, vecchio compagno di liceo e ora medico, lo chiama per nome. In effetti, lo nomina soltanto una volta, ma per presentarlo all’amica Livia Giannelli: “Il capitano Bellodi, che ti presento…”.

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