Parte I

Nel dicembre 1782 Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte di Napoli, sulla rotta del ritorno in patria fa naufragio sulle coste siciliane e viene accolto a Palermo dal viceré Domenico Caracciolo. Non potendo comunicare con l’inatteso ospite, ignaro del francese e anche del napoletano, il viceré lo affida al maltese don Giuseppe Vella, l’unica persona che in città abbia fama di conoscere l’arabo, e che vive modestamente dei proventi di fracappellano dell’Ordine di Malta e di numerista del lotto, o «smorfiatore di sogni». Poiché il diplomatico chiede di vedere «tutto quel che in Palermo c’[è] di arabo», al Vella, che funge da interprete, si unisce monsignor Airoldi, amante della storia siciliana e delle cose arabe. L’ospite viene anche intrattenuto in serate «che dolcemente trascorr[ono] tra bellissime donne, incanti di luci, di sete, di specchi, toccante musica, soavissimo canto; e le delicatezze della tavola, l’illustre compagnia». Finalmente, quando Abdallah Mohamed ben Olman viene condotto al monastero di San Martino, dove da un secolo si trova un misterioso codice arabo, delude le attese di monsignor Airoldi dichiarando che si tratta soltanto di «una vita del profeta… niente di siciliano: una vita del profeta, ce ne sono tante». Ma il pensiero di dover rinunciare alla bella vita che ha appena assaporato fa scattare nella mente di Giuseppe Vella – che dell’arabo ha in realtà una scarsa conoscenza – l’idea di farsi «protagonista della grande impostura»: “traducendo” le parole del diplomatico, afferma infatti che il codice è una preziosa raccolta di documenti riguardanti la Sicilia.

Partito l’ambasciatore, di cui non ricorda nemmeno il nome – lo ribattezza infatti Muhammed ben Osman Mahgia – Vella si vede offrire da monsignor Airoldi il compito di tradurre il codice martiniano: in cambio di una casa adatta al lavoro che dovrà fare – Vella abita nella scomoda e rumorosissima casa della nipote – e di «altri segni della […] benevolenza» di monsignore. Tornando a casa, Vella pensa a come costruire il suo codice, alle fonti delle quali servirsi.

Monsignor Airoldi conduce con sé Giuseppe Vella nei salotti della nobiltà palermitana. Durante una di queste serate, il viceré Caracciolo viene attaccato per il rogo dell’archivio dell’Inquisizione. L’unico a difenderlo è l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, a sua volta visto con sospetto e anche con disprezzo per le sue idee illuministe. Durante la conversazione, il poeta Giovanni Meli dice a Vella che «Don Rosario Gregorio va dicendo cose dell’altro mondo: che non sapete una parola di arabo, che il contenuto del codice di San Martino voi lo state inventando di sana pianta…». Ma Vella ribatte con freddezza e umiltà e, quando si è allontanato, viene difeso da monsignor Airoldi, che lo considera assolutamente incapace di un’opera del genere, «un uomo senza cultura, sprovveduto… E dunque come può, un uomo simile, costruire dal nulla tutto un periodo di storia che, bene o male, io sono in grado di verificare?… Credete a me: Vella l’arabo lo conosce. E vi dico di più: conosce soltanto l’arabo, nel nostro volgare non è nemmeno capace di metter su una lettera».

Da parte sua, nella pace e tranquillità della sua nuova casa, trasformata in «un antro di alchimia», Giuseppe Vella lavora con metodo. Dopo aver «dislegato» il codice di San Martino, ne mischia i fogli e li rimonta in modo assolutamente casuale. Non si limita a questo, ma apporta ai caratteri arabi delle modifiche – «aste leggere e vibratili come zampe di mosca, puntini, […] uncini e cediglie» – trasformandoli in quelli che definisce caratteri mauro-siculi. E dopo aver così corrotto il codice, si dà al lavoro, intellettualmente faticosissimo, della «creazione dal nulla o quasi dell’intera storia dei musulmani di Sicilia»: in altre parole, a trasformare il codice di San Martino nel suo Consiglio di Sicilia. E ad allontanare i dubbi che a monsignor Airoldi di tanto in tanto si presentano, arriva una medaglia, «dono del memore ambasciatore marocchino, ma [che] a don Giuseppe era costata, come opera prima, immane fatica a farla in casa».

I tentativi di riforme del viceré Caracciolo – tra cui un nuovo censimento e un nuovo catasto, con timori di possibili, inaudite imposte a carico della nobiltà – vengono sprezzantemente definiti caracciolate. Particolare indignazione riscuote – tra la nobiltà e la plebe – l’ipotesi di ridurre da cinque a tre giorni i festeggiamenti in onore di Santa Rosalia, per poter destinare i denari così risparmiati alla ricostruzione di Messina, colpita da un grave terremoto: «ognuno pensi ai casi suoi, e se Messina ha avuto un disastro se lo tenga e provveda da sé… I messinesi! Gente che ha tentato sempre di fottere Palermo…» . Se ne parla nel circolo di piazza Marina, in cui l’avvocato Di Blasi e la contessa di Regalpetra vicendevolmente si corteggiano, parlando de Les bijoux indiscrets di Diderot. Dopo di che, Di Blasi si unisce ad un gruppo composto da monsignor Airoldi, dal marchese di Villabianca e dal Vella, che parlano dell’istituzione di alcune cattedre presso l’Accademia degli Studi di Palermo, tra cui una di arabo, naturalmente destinata a don Giuseppe Vella. Il quale preferirebbe «una doviziosa prelatura… una rendita ecclesiastica tra le più ricche e sicure», ma al tempo stesso è attratto dall’idea «di allargare e complicare il suo giuoco, di muoversi su una più spericolata trama, mandando avanti una scuola, tutta una scuola su una lingua araba fondata praticamente da lui, da lui creata…».

La festa di Santa Rosalia, a scorno del viceré, dura cinque giorni. In compenso scoppia una carestia che a Palermo, dove il pane è soggetto a calmiere, praticamente non si sente. E tantomeno la sentono la nobiltà e don Giuseppe Vella, che della nobiltà è ospite fisso, e il cui nome è ormai conosciuto in tutta l’Europa colta, che attende la pubblicazione della sua opera. Il Vella, sempre più sicuro di sé, giunge al punto di far circolare la voce di aver ritrovato, in traduzione araba, i diciassette libri di Tito Livio mancanti. L’invenzione dei libri di Tito Livio viene però rimandata e sostituita dall’idea di un nuovo progetto, che diventerà il Consiglio d’Egitto. L’idea gli è stata suggerita dal tentativo del viceré di «incenerire tutta la dottrina giuridica feudale, tutto quel complesso di dottrine che la cultura siciliana aveva in più secoli, ingegnosamente, con artificio, elaborato per i baroni, a difesa dei loro privilegi…». Lui, Vella, col suo nuovo codice arabo avrebbe dimostrato che non era vero quanto baroni e giuristi affermavano, ossia che la conquista normanna della Sicilia da parte del re Ruggero era stata una sorta di «impresa commerciale, il re qualcosa di simile al presidente di una società». Di tutt’altra cosa si era trattato: «tutto alla Corona, e niente ai baroni»; e questo, certificato dalla «testimonianza diretta e disinteressata degli arabi». Si tratta ora, per don Giuseppe Vella, di stendere il suo testo in italiano, per poi tradurlo in arabo – nel suo arabo. E per documentarsi sulla storia costituzionale della Sicilia, comincia a frequentare l’avvocato Di Blasi e i suoi due zii benedettini, Giovanni Evangelista e Salvatore. Ma il canonico Rosario Gregorio non demorde: lo punzecchia su talune incongruenze del suo testo – «… so che ha già fatto dei grandi progressi a convertire i musulmani di Sicilia, a farli comportare da cristiani» – e con l’obiettivo di smascherarlo si mette « addirittura a studiare l’arabo, da solo».

In una conversazione alla Marina, cui prendono parte tra gli altri il poeta Meli, Di Blasi e Vella – che comincia ad essere chiamato “abate” senza esserlo ancora – si scambiano salaci pettegolezzi sui costumi della nobiltà palermitana, e si critica il viceré Caracciolo, difeso come sempre da Di Blasi: «…Quest’uomo, mi dico, ha conosciuto Rousseau, ha conversato con Voltaire, con Diderot, con D’Alembert… A proposito: sapete che Diderot è morto? Il trentuno del mese scorso…».

Completata la trasformazione del codice di San Martino nel Consiglio di Sicilia, don Giuseppe Vella si dedica alla stesura del Consiglio d’Egitto. Per farsi aiutare nel lavoro materiale, fa venire da Malta il monaco Giuseppe Cammilleri, «uomo della sua stessa pasta: ma di mente gretta e lenta, di appetiti elementari ed immediati. In quanto a mantenere un segreto, una tomba…». Assolutamente fidato, quindi, ma da pagare con denari che il monaco spende con una cassariota, che riceve in casa durante le assenze di Vella. Questi pensa che tra qualche secolo, ormai svelata la sua impostura, rimarrà la sua opera, il suo romanzo dei musulmani di Sicilia. Cammilleri, pur ammirando l’impostura, non è tuttavia in grado di apprezzare l’invenzione, l’opera letteraria: e con Vella parla di donne, dal monaco praticate ma non capite, da Vella soltanto vagheggiate. E a Cammilleri, che ogni tanto viene preso dagli scrupoli per la sua complicità nell’impostura, Vella risponde che «il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che [c’è] più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla»; e che pertanto il loro lavoro meriterebbe ben più di quello che va in prebende allo storico di professione.

Nel corso di un convegno d’amore, naturale seguito della loro conversazione su Les bijoux indiscrets, la contessa di Regalpetra chiede all’avvocato Di Blasi una raccomandazione presso don Giuseppe Vella: il marito di lei teme infatti che le notizie eventualmente contenute nelle due opere di Vella possano mettere a rischio i suoi diritti su un feudo. Di Blasi la rassicura.

In un salotto, don Gioacchino Requesens ascolta monsignor Airoldi leggere un passo del Consiglio di Sicilia riguardante Racalmuto, di cui i Requesens sono conti. Il nobiluomo, preoccupato, chiede se anche nel Consiglio d’Egitto vi siano notizie sul paese. Giuseppe Vella, anch’egli presente, resta nel vago: il che fa temere il peggio a don Gioacchino. Questi crede di essere il primo ad intuire il pericolo che il Consiglio d’Egitto può costituire per gli interessi dell’aristocrazia, ma non sa che la casa di Vella è inondata da ogni genere di regalie da parte dei nobili palermitani, che fanno a gara per ingraziarsi il fracappellano.

Alla festa organizzata per salutare il viceré Caracciolo, richiamato a Napoli, il personaggio più vezzeggiato è Giuseppe Vella: il quale rassicura Di Blasi in merito alle preoccupazioni della contessa di Regalpetra, lasciando nell’avvocato la spiacevole impressione di essere disposto a sacrificare un documento storico all’amicizia. Ma nonostante la grande affezione che i presenti gli dimostrano, Vella è disposto ad attribuire, agli antenati di coloro che lo gratificano di cadeaux, prestigiose parentele e cariche importanti, ma non feudi: lui «lavorava per la Corona, dalla Corona si aspettava in premio un’abbazia o altro beneficio sine cura; così come aveva già ottenuto una cattedra e una borsa di mille onze per un viaggio di studio in Marocco, che si preparava ad effettuare». Quanto a Caracciolo, parte da Palermo con la speranza – l’illusione – di aver lasciato un segno di quel che sarebbe possibile e si dovrebbe fare per migliorare la vita della Sicilia, ma è uno sconfitto. E salutando Di Blasi, dopo avergli chiesto del suo lavoro sulle prammatiche, gli chiede «con un sorriso d’intelligenza “Come si può essere siciliani?”».

Parte II

In una lettera indirizzata al re, Giuseppe Vella, dopo aver ricordato la sua traduzione del codice martiniano, ovvero del Consiglio di Sicilia, che illumina la storia dell’isola sotto il dominio arabo, gli presenta la sua nuova opera, traduzione di un codice inviatogli – insieme a vari fogli mancanti del codice martiniano e a molte medaglie – da Muhammed ben Osman Mahgia, già ambasciatore del Marocco a Napoli. Il Consiglio d’Egitto contiene «tutte le lettere di affari, che per lo spazio di presso a quarantacinque anni furono scritte tra’ Sultani d’Egitto, il famoso Roberto Guiscardo, il Gran Conte Ruggiero, ed il di lui figlio dello stesso nome, che fondò poi la Monarchia della Sicilia, e prese il primo titolo Reale». Dopo aver sottoposto alla visione del viceré Caramanico alcuni saggi della sua traduzione, ne ha ottenuto l’incoraggiamento a continuare nel suo lavoro. Non gli resta ora, quindi, che presentare a Sua Maestà la traduzione del testo arabo, sottolineando la sua particolare importanza per quanto concerne i diritti della Corona nel Regno di Sicilia: «Ma quel che più mi fa sperare, che debba renderlo meritevole della Vostra Augusta protezione egli è, o Sire, che i Supremi diritti della Regalìa non altrove quanto in esso ampiamente rilucono; conciossiacché nelle due legislazioni, che vi sono inserite, e particolarmente nella seconda tutto ciò, che al pieno, ed inalterabile dominio dei reggitori di questa Monarchia fu riservato, partitamente si legge…». Quando infine non gli sarà più necessario consultarlo, donerà alla Biblioteca Reale il codice arabo originale, insieme alla sua importante raccolta di monete e vasi arabi. E ringrazia infine i suoi corrispondenti in Marocco e «D. Francesco Carelli Segretario di questo Governo di Sicilia».

 

Parte III

Nel corteo che segue il solenne funerale del principe di Caramanico, viceré di Sicilia per circa dieci anni, l’abate Giuseppe Vella non pensa ai sospetti che corrono sulla morte del viceré, ma a quelli che Rosario Gregorio sparge sulla sua opera. Per sua fortuna, Vella è difeso dall’autorevolissimo orientalista Tychsen, professore a Rostock, al quale i suoi nemici hanno contrapposto un certo Hager, fatto venire in Sicilia a spese del re. Palermo è tutta dalla parte di Vella, al punto che Gregorio teme per la sua incolumità. Vella è intanto «il grande Vella»: è stato fatto socio dell’accademia di Napoli, il papa in persona si è preoccupato per la salute dei suoi occhi. Ma quando Hager, incaricato dal governo, chiede di vedere tutto il materiale su cui Vella ha lavorato, nel corso di una notte l’abate lo fa sparire, trasferendolo a casa della nipote e quindi denunciandone il furto.

La casa di Vella viene perquisita dagli sbirri, guidati dal Grassellini, giudice del Real Patrimonio. Questi – convinto che il furto sia soltanto una messa in scena – gli spiega che la competenza sul fatto è stata tolta alla Corte Criminale perché la documentazione rubata apparteneva al Regno: tesi sulla quale Vella concorda, aggiungendo che teme per la sua sicurezza. Ma Grassellini sornionamente lo rassicura, dicendogli che la sua casa sarà sorvegliata giorno e notte. Quanto all’assenza del suo assistente Cammilleri – da lui mandato a nascondersi nel villino che ha acquistato a Mezzomonreale –, Vella spiega che l’ha scacciato da tempo, perché l’ha sorpreso con una donnaccia. Grassellini, che anni addietro si era schierato dalla parte del viceré Caracciolo, arrivando ad organizzare per lui la festa di addio, sente che i tempi stanno per cambiare e che l’inchiesta sul Vella può fargli guadagnare le simpatie del nuovo potere. L’abate, dopo aver scritto al ministro Simonetti – vecchio amico del viceré Caracciolo, che aveva seguito a Napoli – lamentando il «martirio» cui è stato sottoposto dal Grassellini, si mette a letto, fingendosi malato.

Sulla gravissima malattia del Vella nobili e plebei palermitani sono divisi: chi crede sia vera, chi invece pensa si tratti di una montatura, come il furto. I dubbi di molti nobili sono ammorbiditi in favore dello studioso, ma soprattutto dal pensiero del ricattatore ancora potente. Se ne discute a palazzo Cesarò, dove il marchese di Villabianca spinge i presenti a valutare cosa accadrebbe se venisse provata la falsità dei codici dell’abate Vella: la Corona dovrebbe rinunciare a tutte le sue rivendicazioni basate sul Consiglio d’Egitto. E di cosa si tratta lo spiega bene il marchese di Geraci: «E che cosa non ha dato alla Corona, col Consiglio d’Egitto? Spiagge, feudi, fiumi, tonnare: tutta roba che da secoli né i re né i viceré avevano mai messo in dubbio che ci appartenesse». Ma, anche se Grassellini sta facendo un gran servizio alla nobiltà, al tempo stesso si sta rendendo colpevole di una soperchieria: e da qui risorge un sentimento di umana compassione per l’abate Vella.

Catturato nel villino di Mezzomonreale, il monaco Cammilleri viene interrogato dal Grassellini: il quale, partendo dalla storia della cassariota, poco a poco lo porta ad ammettere che il Consiglio d’Egitto è un’invenzione del Vella, il quale gliene passava un paio di fogli al giorno, da riprodurre per così dire in bella copia.

Mentre la “malattia” di Vella si aggrava, l’abate resta fiducioso nell’appoggio della Corona, che non può rischiare di perdere il Consiglio d’Egitto. Viene visitato dal poeta Meli, che è anche medico, che lo trova moribondo a causa di «un canchero allo stomaco». Gli viene somministrato il viatico, e il sacerdote che glielo impartisce confida che sta facendo «una morte da santo». Da Napoli, il ministro Simonetti ordina che la Corte Criminale avochi a sé l’inchiesta sul furto delle carte del Vella, togliendola al Real Patrimonio. La notizia si diffonde per Palermo insieme a quella dell’improvvisa guarigione del Vella. Due giorni dopo, l’abate fa una passeggiata in carrozza che lo porta al palazzo reale, dove monsignor Airoldi gli ha fissato un incontro con il viceré monsignor Lopez y Royo, «uomo di sordida avarizia, di osceno vizio», che – disinteressato alla vicenda dei codici – gli parla soprattutto della minaccia giacobina e dei libri, «la malerba dei libri… [che] arrivano a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano, tanti il boia ne brucia». Quanto al Vella, monsignor Lopez lo ammira, perché «se ne sta a cercare le cose del passato campando in santa pace col presente, senza il prurito di mettere sottosopra il mondo…».

Un dispaccio del ministro Acton da Napoli smentisce quello del Simonetti; e a monsignor Airoldi, nella sua veste di giudice della monarchia, viene ordinato di smascherare il Vella, ossia di «prepararsi la corda con cui sarebbe stato impiccato: impiccato alla vergogna, al dileggio, alla beffa». Ciò provoca una ricaduta nelle condizioni di salute del Vella, che però migliorano all’arrivo da Napoli di nuovi ordini, che confermano quelli del Simonetti. A questo punto, le condizione dell’abate di San Pancrazio – questo è infatti il titolo del Vella – migliorano decisamente, ed egli decide di affrontare il dottor Hager in un pubblico dibattito, che sarà diretto da cinque dotti, tutti però ignoranti dell’arabo. Hager afferma che il codice di San Martino è stato «guastato e corrotto»; e comunque, dal poco che è riuscito a interpretarne, a suo parere si tratta di una vita di Maometto. Ma dal dibattito che segue, da lui condotto con grande spudoratezza, Vella esce trionfatore.

Accompagnandoli al convento di San Martino, al termine della conferenza Vella-Hager, l’avvocato Di Blasi confessa ai suoi due zii benedettini che secondo lui Hager ha ragione. Glielo suggerisce la sua esperienza di avvocato: «Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità…». Eppure anch’egli aveva creduto al Vella, fino al punto di citare il codice di San Martino come fonte di diritto nel suo lavoro sulle Pragmaticae sanctiones regni Siciliae. Da questa vicenda tutti escono male: l’orientalista Tychsen, monsignor Airoldi, suo zio Giovanni Evangelista, che ha scritto un libello in difesa del Vella. E del Vella pensa che, se i codici «li ha tirati fuori dal nulla, quella dell’abate è una delle più grandi fantasie del secolo». Salutati gli zii, sulla via del ritorno Di Blasi pensa a cose molto «avventate».

Le due relazioni sulla conferenza, quella della commissione e quella di Hager, vengono spedite a Napoli. L’abate Vella si gode il trionfo ma al tempo stesso si sente stanco, e decide di porre fine alla commedia di cui è protagonista. Va quindi a far visita a monsignor Airoldi e gli dimostra che il Consiglio d’Egitto è una falsificazione, scritto su una carta «fabbricata a Genova intorno al 1780», da lui acquistata qualche anno dopo a Palermo. Stravolto, monsignor Airoldi dice a Vella «Mi avete rovinato… Dovrei farvi arrestare», e gli intima di andarsene.

Nella casa dell’avvocato Di Blasi ha luogo una riunione dell’Accademia siciliana degli Oretei, fondata da suo padre, e si discute sui francesi, che secondo uno dei presenti «cominciano a rompere… Scusate… A dar fastidio, insomma». Di Blasi vagheggia una repubblica siciliana. Secondo lui, il momento storico è propizio alla caduta del vecchio ordine. Anche se il malcontento popolare è diffuso, è comunque rischioso manifestare simpatia per i francesi. Per il 5 aprile è prevista non una sommossa, ma una rivoluzione, in città e nelle campagne. Ma, mentre in casa Di Blasi si discorre della Francia, dei francesi e dell’abate Vella, un parroco ascolta «in confessione la rivelazione della congiura».

Un argentiere e un caporale – ai quali è stata promessa l’impunità – svelano i piani della congiura, il primo al confessore, il secondo ai suoi superiori: e tutti vanno al palazzo reale, dove parlano con monsignor Lopez y Royo, che ordina di arrestare i congiurati. Ma il duca di Caccamo, capitano di giustizia, rifiuta di arrestare Di Blasi perché gli è amico: «Non ho mai approvato le sue idee… Dico di più: ho orrore del suo delitto… Ma è un amico». Dell’arresto di Di Blasi si incarica l’avvocato fiscale Damiani, il quale dispone anche l’arresto di quattro compagni dell’argentiere e di due caporali. Quindi attende che Di Blasi rientri dalla sua passeggiata alla marina con due nobili amici anch’essi complici nella congiura. L’avvocato comprende immediatamente di essere perduto. Segue la perquisizione della sua casa e il suo silenzioso addio alla madre, che non vedrà più, e ai suoi libri.

La rivelazione dell’impostura di Vella, sebbene fatta a quattr’occhi, è ormai di dominio pubblico, e monsignor Airoldi – che spera che le notizie sulla congiura di Di Blasi oscurino quelle sui codici arabi – è costretto a parlarne con amici e conoscenti. La sua versione è che sì, sembra che il Consiglio d’Egitto sia una creazione del Vella, ma il Consiglio di Sicilia – pubblicato con il titolo Codex diplomaticus Siciliae sub saracenorum imperio ab anno 827 ad 1072, nunc primum depromptus cura et studio Airoldi Alphonsi archiepiscopi Heracleensis – è assolutamente genuino. Tra i nobili, intanto, si discute della congiura del Di Blasi, che proprio quel giorno, giovedì santo, doveva scoppiare: «… le chiese erano per prime destinate al saccheggio… poiché il giovedì santo le chiese mettono in parata tutti i loro tesori». Questa, infatti, è la versione inventata da monsignor Lopez y Royo, che trova subito credito e diffusione per colpire il sentimento popolare. Ci si chiede come sia stato possibile che nessuno si sia reso conto di quanto Di Blasi andava tramando, di quali fossero le sue idee; al che il marchese di Geraci commenta: «… L’abbiamo scampata per un pelo, sapete? Senza l’intervento della Provvidenza, a quest’ora le idee giuocherebbero a bocce con le nostre teste». E conclude dicendo che questa è l’occasione buona «per ripulire del tutto la stalla: l’abate Vella incluso». Timidamente monsignor Airoldi obietta che si tratta di altra faccenda.

Di Blasi è sottoposto alla tortura della corda, ma si impone di resistere e non parlare. Discolpa gli altri arrestati, della cui fiducia ha approfittato, e aggiunge che non ve ne sono altri. Mentre subisce la corda per la seconda volta, ricorda che circa due secoli prima il poeta Antonio Veneziano subì sette tratti di corda, « e tinni». Il giudice minaccia di ricorrere ad altri mezzi, e lui ribatte: «Lo so: la veglia, il fuoco… Lo so. La stupidità umana ha trovato in questo campo una straordinaria inventiva…». E aggiunge che, ammesso che col tormento riescano a fargli ammettere di conoscere un certo colonnello Ranza, «in questa tregua, voglio dirvi sulla mia parola, da uomo a uomo, che io non ho mai sentito nominare il colonnello Ranza». Gli viene inflitto il terzo tratto di corda.

Dalla nipote, informata dal marito, e dal messaggero di monsignor Airoldi, Vella apprende dell’arresto di Di Blasi. Si reca al convento di San Martino, a manifestare la sua solidarietà ai due zii benedettini dell’avvocato. Lo riceve padre Salvatore, nella biblioteca: dove tutta l’impostura era cominciata. Vella dice di non credere alla notizie calunniose che circolano in città a proposito del progettato saccheggio delle chiese, ma lo zio, che lo difende su questo punto, dice che il nipote «aveva peggior disegno: voleva sovvertire l’ordine, proclamare la repubblica… La repubblica, Gesù mio, la repubblica!». Vella concorda: la repubblica era il sogno di Francesco Paolo Di Blasi. E al benedettino, che gli chiede se anche lui la pensi come il nipote, Vella risponde che per lui regno e repubblica sono la stessa cosa, e che dell’esistenza di re, consoli o dittatori non gliene importa nulla, ma «Per la rivoluzione, ve lo confesso, ho invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso fare? mi piace… I potenti che vanno a intanarsi e i miseri che fanno trionfo…». Nel salutarlo, don Salvatore dice a Vella – al quale la rivelazione fa molto piacere – che suo nipote aveva sospettato la sua impostura proprio la sera in cui l’abate aveva «annientato Hager».

Di Blasi viene torturato sette volte con il fuoco, dopo aver subito cinque volte la corda e per quarantotto ore la veglia. Steso sul tavolaccio della cella, da cui i piedi sporgono per non accrescere la sua sofferenza, medita sulla tortura e sulle sue conseguenze sull’animo umano. Ripensa alla madre, a certe visioni e sensazioni della sua vita. Pensa anche a Vella: «Ha declinato a suo modo l’impostura della vita: allegramente… Non l’impostura della vita: l’impostura che è nella vita… È stata un’impostura anche la tua, una tragica impostura». Pensa ai suoi tre complici, Tinaglia, La Villa e Palumbo: anch’essi non hanno parlato, hanno “tenuto”. E quanto agli altri, se sono stati vili lo sono stati per colpa sua. Spera anzi che li assolvano, e nella sua mente svolge la loro difesa.

Dal barone Fisichella, che fa da tramite tra lui e monsignor Airoldi, Vella apprende che stanno per arrestarlo, ma non mostra timore, semmai curiosità, il carcere mancando alla sua esperienza. Fisichella gli raccomanda, per conto di Airoldi, di tener duro sul codice di San Martino – autentico, incorrotto, tradotto fedelmente – e di decidere a piacer suo per il Consiglio d’Egitto, nato comunque con l’appoggio indiretto di Caracciolo e Simonetti. Vella gli chiede notizie di Di Blasi, e Fisichella risponde che «È cotto» e che il processo inizia l’indomani. Vella sa di Beccaria: la pena di morte e la tortura non lo hanno mai turbato, ma ora che un amico vi si trova di fronte «sent[e] l’infamia di vivere dentro un mondo in cui la tortura e la forca apparte[ngono] alla legge, alla giustizia: lo sent[e] come un malessere fisico, come un urto di vomito». Messi da parte comodità e piaceri, prova il gusto di offrire al mondo la rivelazione dell’impostura: in lui il letterato prende il sopravvento sull’impostore. Ricorda Malta, i suoi campanili, i bastioni, i campi, i gelsomini, e i marinai e le donne: dalla sua curiosità per la donna e i fatti erotici inizia la sua falsificazione del mondo.

A tarda sera, ai nobili riuniti a conversare in piazza Marina arriva notizia della sentenza: morte per tutti i quattro imputati, ma decapitazione per Di Blasi, forca per Tinaglia, La Villa e Palumbo. Soddisfazione di tutti: per l’esemplarità delle condanne, e per la distinzione accordata a Di Blasi, che comunque sentono come uno di loro. Nobili e camerieri discutono dei vantaggi della decapitazione, ma in genere preferirebbero evitarla, per non essere tagliati in due. La contessa di Regalpetra, memore della loro relazione, dice che Di Blasi alla sua testa ci teneva, mentre secondo un interlocutore la distinzione accordatagli di sicuro accresce la pena dell’avvocato, che voleva l’uguaglianza. E alla contessa, che teme di non riuscire a dormire, consiglia un decotto di lattuga, con un po’ di limone.

Dopo diciassette giorni di carcere, Vella viene informato dal cappellano che Di Blasi è stato condannato a morte e che l’esecuzione avrà luogo l’indomani: «A meno che non sia falso il proverbio che dice che per boia non manca mai». Il boia si è infatti infortunato allestendo la forca, ed è quindi necessario trovare un sostituto. Vella chiede al cappellano, che pure sa essere una spia, di salutare Di Blasi da parte sua: «Dirgli… Ecco: che di quello che ho fatto sono pentito… I codici, voi capite… Sì, pentito: e desidero che lui lo sappia: e che… Niente: che sono pentito, che lo saluto». Tuttavia tra sé pensa che non è pentito affatto. Il cappellano promette che riferirà e si offre di fargli vedere Di Blasi, che poco dopo sarà condotto via per un’ultima sessione di tortura, prevista dalla sentenza. Lui, Vella, si metterà in una posizione tale che Di Blasi possa vederlo, alzando gli occhi, prima di salire sulla carrozza. Mezz’ora dopo infatti Vella lo vede, incanutito e quasi irriconoscibile: si salutano, Di Blasi togliendosi il cappello, Vella agitando il breviario. Poco dopo, il cappellano informa Vella di aver riferito il messaggio, e che Di Blasi gli ha risposto «che la vita ha tante imposture che la vostra ha almeno il merito di essere allegra e anche, in un certo senso, così mi ha detto, utile. E che ammira la vostra fantasia… E che vi augura torniate presto in libertà, e che vi saluta». Quanto al boia, i proverbi si dimostrano sempre veri: il sostituto è stato trovato.

Di Blasi subisce l’ultima tortura: lardo bollente che gli viene sgocciolato sui piedi da un secondino che si è offerto volontario, con l’alibi mentale di far soffrire meno il condannato. Anche i giudici cercano di non guardare, tutto sommato infastiditi dall’incombenza: tra poco torneranno a casa, in famiglia, tra i loro affetti. Di Blasi si illude che tutto questo non accadrà più, in un mondo finalmente illuminato dalla ragione. (E morirebbe disperato se potesse immaginare che in futuro popoli e uomini civilissimi ne stermineranno milioni di altri, e che addirittura i più diretti eredi della ragione riporteranno nel mondo la questione.) Terminata la tortura, Di Blasi è riportato in prigione, dove viene affidato al conforto dei Bianchi; ma, per sfuggire alla cure di un confortatore insopportabile, si mette a scrivere dei versi.

L’abate Vella scrive al re una lettera in cui, negando i falsi, implicitamente li ammette: «Bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro che indovinare o fantasticare, non si poteva indovinare più giusto, né fantasticare con più vigore; e che il creatore di così singolari opere sarebbe, mi permetto di dirlo, degno di ben altra fama che il traduttore modesto di due codici arabi…». La lettera tranquillizzerà monsignor Airoldi. Le campane che suonano a morto indicano che Di Blasi sta salendo sul palco. La piazza è quasi deserta e vi fa spicco il dottor Hager, che attira lo sguardo del condannato. Il palco è addobbato di nero, con candele nere, e il più giovane servo della sua casa, in livrea di lutto, tiene il bacile d’argento in cui cadrà la testa di Di Blasi, che pensa che nemmeno la madre ha saputo capirlo. E al boia volontario, che si risparmia sedici anni di galera e gli chiede perdono, risponde di pensare alla sua libertà. Nel suo ultimo sguardo sulla piazza, scorge ancora il dottor Hager, «attento come se stesse decifrando una pagina del codice di San Martino».

 

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Il Consiglio d’Egitto – certamente uno dei vertici, e forse il vertice assoluto della narrativa sciasciana – è, in un certo senso, un libro nato per caso. In La Sicilia come metafora, libro-intervista con Marcelle Padovani del 1979, Sciascia afferma che «Il Consiglio d’Egitto è stato […] scritto al posto di un altro libro; volevo fare la cronaca del massacro dei presunti giacobini, avvenuto a Caltagirone alla fine del XVIII secolo, e avevo cominciato a documentarmi sull’argomento. Scorrendo la storia letteraria della Sicilia di Domenico Scinà, raccogliendo il materiale rimasto negli archivi, e poi leggendo le Cronache del marchese di Villabianca, mi si è imposta la figura dell’abate Vella…». In altri scritti e interviste (da Paolo Squillacioti esaustivamente indicati nelle sue Note ai testi in L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, Milano, Adelphi 2012, pp. 1793-1816), Sciascia fornisce altre indicazioni sulla genesi del romanzo.

La narrazione dell’impostura dell’abate Giuseppe Vella (1749-1814) e della congiura dell’avvocato Francesco Paolo Di Blasi (1755-1795) segue fedelmente lo svolgersi degli avvenimenti storici: dalla scena iniziale, nella seconda metà del dicembre 1782, al giorno in cui Di Blasi viene decapitato, mercoledì 20 maggio 1795.

Il romanzo, diviso in tre parti, copre quindi un periodo di circa dodici anni e mezzo. La prima parte, composta da undici capitoli, si snoda per poco più di tre anni, dal dicembre 1782 al gennaio 1786, ed è interamente dedicata a Giuseppe Vella e alla sua impostura. I fatti storici che la delimitano sono il fortunoso arrivo a Palermo dell’ambasciatore del Marocco, e la partenza, da Palermo per Napoli, del viceré Domenico Caracciolo.

La seconda parte consiste nella lettera con cui Giuseppe Vella presenta al re il Libro del Consiglio di Egitto tradotto da Giuseppe Vella cappellano del sacro ordine gerosolimitano, abate di S. Pancrazio. Palermo dalla reale stamperia, 1793, tom. I in-fol.

La terza parte, strutturata in diciannove capitoli, inizia nel gennaio 1795 con la morte del viceré Caramanico e prosegue, con ritmo incalzante, fino a concludersi tragicamente circa quattro mesi più tardi. In questo brevissimo spazio di tempo, mentre viene smascherata l’impostura del Vella, quasi contemporaneamente nasce, e si conclude sul patibolo, l’avventura politica del Di Blasi.

Grazie ai moltissimi episodi storicamente verificati, e fedelmente riportati nel romanzo, è possibile stilare una cronologia, in taluni casi molto precisa, de Il Consiglio d’Egitto.

Le vicende narrate in dieci dei diciannove capitoli della Parte Terza (II, VII, VIII, X, XI, XV, XVI, XVII, XVIII e XIX) si svolgono in date che è possibile determinare con la massima esattezza. In altri cinque capitoli (III della Parte Prima e IV, V, VI e IX della Parte Terza) l’approssimazione temporale è ridotta a pochi giorni o, in ogni caso, ad alcune settimane. In un buon numero di casi (Parte Prima I, II, V, VI, VII e XI; Parte Terza I, III, XII, XIII e XIV), i fatti narrati si svolgono in un mese determinato. Soltanto tre capitoli (VIII, IX e X della Parte Prima), peraltro di carattere squisitamente narrativo, non offrono indicazioni che ne consentano una sia pur approssimativa datazione. I fatti narrati nel IV capitolo della Parte Prima, infine, si svolgono in realtà nel 1784. 

PARTE PRIMA

Cap. I            Dicembre 1782
Cap. II           Gennaio 1783
Cap. III          Fine giugno 1783
Cap. IV          (1784)
Cap. V           Luglio 1783
Cap. VI          Luglio 1783
Cap. VII        Agosto 1784
Cap. VIII       (1784 - 1785)
Cap. IX         (1784 - 1785)
Cap. X          (1785)
Cap. XI         Gennaio 1786


PARTE SECONDA

                      1793


PARTE TERZA

Cap. I            Gennaio 1795
Cap. II           11 gennaio 1795
Cap. III          Gennaio 1795
Cap. IV          Metà gennaio 1795
Cap. V           Fine gennaio - inizio febbraio 1795
Cap. VI          7 - 22 febbraio 1795
Cap. VII         22 febbraio 1795
Cap. VIII        21 marzo 1795
Cap. IX          Fine marzo 1795
Cap. X            31 marzo 1795
Cap. XI           2 aprile 1795           
Cap. XII          Aprile 1795
Cap. XIII         Aprile 1795
Cap. XIV         Aprile 1795
Cap. XV          2 maggio 1795
Cap. XVI        18 maggio 1795
Cap. XVII       19 maggio 1795
Cap. XVIII      19 maggio 1795
Cap. XIX         20 maggio 1795

Euclide Lo Giudice

Pubblicato per la prima volta nel 1963, nella collana einaudiana “I Coralli” (n. 171), il romanzo è disponibile nell’edizione della collana “Fabula” (n. 32) di Adelphi del 1989 e successive ristampe, e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani 1987, pp. 485-641 e L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di Paolo Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 345-499.

L’omonimo film del 2002, diretto da Emidio Greco su una sua sceneggiatura scritta in collaborazione con Lorenzo Greco, è interpretato, nei ruoli principali, da Silvio Orlando (Giuseppe Vella), Tommaso Ragno (Francesco Paolo Di Blasi), Renato Carpentieri (monsignor Airoldi), Marina Delterme (la contessa di Regalpetra).

5 gennaio 2014

Il mare colore del vino è la seconda raccolta di racconti pubblicata da Sciascia (la prima, composta di quattro racconti lunghi, è Gli zii di Sicilia). La Nota posta in fondo al volume, edito da Einaudi nel 1973, si apre con alcune notizie:

“Questi racconti sono stati scritti – con altri, pochi, che non mi è parso valesse la pena di raccogliere e riproporre – tra il 1959 e il 1972. Ho cercato di metterli nell’ordine in cui sono stati scritti (non, forse, nell’ordine in cui sono stati pubblicati sui giornali, riviste e antologie): e credo che il lettore potrà verificare la giustezza dell’ordine cronologico mettendoli in corrispondenza dei libri che nello stesso arco di tempo ho pubblicato. Qualcuno è internamente datato: La rimozione, per esempio, scritto quando fu rimossa la salma di Stalin dal mausoleo (o quando se ne ebbe notizia); e Filologia, scritto – profezia piuttosto facile – al costituirsi della commissione antimafia.”

Quanto alle motivazioni della raccolta, più avanti – dopo aver detto che nelle librerie erano stati molto richiesti i libri da cui erano stati tratti un film (Un caso di coscienza) e due telefilms (Gioco di società e Un lungo viaggio) – Sciascia le spiega così: “… perché pubblico questi racconti? Ecco: perché mi pare di aver messo assieme una specie di sommario della mia attività fino ad ora […]; e che tra il primo e l’ultimo di questi racconti si stabilisce come una circolarità: una circolarità che non è quella del cane che si morde la coda”. 

Tra il primo e l’ultimo dei tredici racconti che compongono la raccolta, entrambi di carattere storico, si collocano testi che toccano i temi più vari: dal folklore di origine arabo-sicula alla mafia, dal giallo alla passione politica che fa da contraltare a certa religiosità popolare, dal dramma dell’emigrazione al divertissement giocato sull’invenzione di documenti, dalla Sicilia vista dagli occhi di un settentrionale all’amore. In tutti i racconti – di varia misura e importanza – si possono trovare la consueta leggerezza della scrittura e, in non pochi casi, l’ironia a tratti dolente o indignata di un grande testimone della realtà non soltanto siciliana.

 

Reversibilità

Nella Sicilia della metà dell’800, la sedicenne figlia di un grosso proprietario terriero di Grotte, accettando di sposare il quasi sessantenne “don Nicola Cirino, giurista e poeta, Procuratore Generale a Palermo”, fa guadagnare la libertà al marito della sorella maggiore, “medico e benestante di Racalmuto”: il quale, avendo ucciso con un calcio un suo mezzadro durante un diverbio, è per questo ricercato dalla gendarmeria (“Che tempi! Un galantuomo non può più dare un calcio a un contadino”, era stato il commento del presidente del Casino di Compagnia). L’amore per la giovanissima moglie spegne, nel giro di appena sei mesi, l’illustre giurista. E la ragazza, rimasta vedova e tornata alla casa paterna, dopo altri sei mesi fugge, per sposare “un giovane di Racalmuto, che già da prima, in silenzio, l’amava. Un giovane bello, elegante, di buona famiglia: ma liberale e scialacquatore”. Il padre di lei “li perdonò solo in punto di morte”.

Nel quadro della tradizionale rivalità tra i due paesi limitrofi di Racalmuto e Grotte, il ricordo di questa vicenda fece “grande impressione” al giovane Sciascia, che fu spinto a scrivere questo racconto dopo aver visto il sepolcro di don Nicola Cirino nella chiesa di San Domenico a Palermo, il Pantheon dei siciliani illustri. “Reversibilità: di un corpo che ne riscatta un altro, nella straziante religione della famiglia, di cui ancor oggi la Sicilia vive; di una ragazza di Grotte che riscatta la libertà di un uomo del vicino e nemico paese di Racalmuto”.

 

Il lungo viaggio

Alcuni poveri disperati vendono tutto quello che avevano da vendere per pagare le duecentocinquantamila lire che un delinquente senza scrupoli ha chiesto a ciascuno di loro – “metà alla partenza, metà all’arrivo” – per trasportarli dalla Sicilia in America, “sulla spiaggia del Nugioirsi… a due passi da Nuovaiorche”. Dopo undici giorni di navigazione trascorsi in una stiva, da cui vengono fatti uscire brevemente soltanto di notte, vengono sbarcati su una costa che in breve tempo si rivela essere quella della Sicilia.

 

Il mare colore del vino

All’ingegner Bianchi, trentottenne di Vicenza che ha lavorato negli Stati Uniti e in Persia, e che ora deve recarsi a Gela per prendere servizio nello stabilimento petrolifero dell’Anic, viene consigliato di prenotare un posto nella vettura di prima classe Roma-Agrigento del “diretto per Reggio Calabria e Sicilia”, che d’estate parte da Roma Termini alle 20.50. Si troverà a dividere lo scompartimento con una famigliola composta dal professor Miccichè e dalla moglie Lucia, dai loro due maleducatissimi ma sveglissimi bambini Lulù e Nenè, e da una ragazza di una ventina d’anni di nome Gerlanda, che ha superato una grave malattia ed è vestita, in piena estate, con un abito nero profilato di bianco per un voto a San Calogero, protettore di Nisima, paese di tutto il gruppo. Sarà un viaggio lunghissimo e logorante, che però consentirà all’ingegner Bianchi di apprendere qualcosa che non sapeva della Sicilia e dei siciliani, e forse di trovare l’amore in Gerlandina-Dina, che si dimostra molto più aperta ed emancipata di quel che il suo abito potrebbe far supporre.

(In Conversazione in una stanza chiusa, alla domanda di Davide Lajolo: “… come hai sentito e creato o ricordato le donne nei tuoi libri? […] Qual è quella più autobiografica, quale riporta più puntualmente il tuo sentimento, la tua nostalgia? Come conta per te la donna?”, Sciascia risponde: “Quella del racconto Il mare colore del vino: la donna che si incontra per qualche ora e con la quale si vive, in quelle poche ore, tutta una vita. Poi c’è l’altra, con cui realmente si vive almeno due terzi della vita: in giusta compagnia”.)

 

L’esame

Lo svizzero signor Blaser noleggia un’automobile con autista per raggiungere paesi siciliani in cui reclutare giovani donne da impiegare in una fabbrica di apparecchiature elettriche. Le selezioni avvengono con la collaborazione dei parroci, e nel giro di una settimana vengono reclutate, in una decina di paesi, un centinaio di ragazze. L’autista, che a volte intercede in favore di qualche ragazza, anche se senza successo per via dell’assoluta freddezza del signor Blaser, viene un giorno avvicinato da un giovanotto che gli chiede di non far selezionare una ragazza. Ma lei supera la selezione e insiste per partire per la Svizzera, per sfuggire alla povertà e potersi fare la dote e sposare il giovane: il quale era stato in Germania, dove era stato trattato con assoluta onestà e precisione, ma non come una persona. L’autista, che in Germania era stato prigioniero, capisce i sentimenti del giovanotto, ma lo convince a rassegnarsi: “… Tutto è destino. Svizzera o no, se è destino che devi sposarla la sposerai; e se è destino che devi perderla, la perderai”. Dal canto suo, il signor Blaser commenta: “Paese selvaggio”.

 

Giufà   
(nel testo, il titolo è scritto in caratteri arabi)

“Giufà vive in Sicilia dai tempi degli arabi.” È il babbeo che ne combina “una più grossa dell’altra”, ma che riesce sempre a cavarsela: come gli capitò “la volta che… ammazzò un cardinale: e la fece franca o per troppa stupidità o per troppa malizia, poiché la stupidità va d’accordo con la malizia sempre, e stupido com’è Giufà sa essere maliziosissimo”. Informato da alcuni sfaccendati che gli animali più gustosi sono quelli con la testa rossa, Giufà si arma di un vecchio archibugio e, andando in giro per la campagna, spara a “qualcosa di rosso” che si muove “al di sopra di una siepe verde” e ha “la forma di una cupoletta di moschea”, ma è in effetti il cappello di un cardinale. Porta quindi a casa il cadavere irriconoscibile del prelato, sicuro che la madre lo loderà per la buona caccia. Ma la donna si dispera, dicendogli che ha ammazzato il cardinale, che Giufà non sa cosa sia. Per la rabbia, Giufà getta il cadavere nel pozzo del cortile e subito dopo vi scaraventa anche il montone allevato dalla madre. Nei giorni successivi, indirizzati dalle voci degli spioni e attirati dal fetore della putrefazione, capitano di giustizia e sbirri compaiono nel cortile, ma nessuno di loro ha la lo stomaco di calarsi nel pozzo per ispezionarlo. Con la promessa di una ricompensa, vi si presta Giufà, che al termine di un esilarante scambio di battute col capitano di giustizia – tra l’altro sul numero dei piedi e sulle eventuali corna di sua eminenza – lega la carcassa del montone, che viene estratta dal pozzo: nel quale nessuno più si curerà di far ricerche.

 

La rimozione

Tornato a casa dopo la consueta partita a carte, una sera Michele Tricò, comunista e segretario della Federterra, non trova la moglie Filomena. La donna si è unita a quasi tutte le compaesane nell’occupazione della chiesa di Santa Filomena, per impedire che l’arciprete tolga dall’altare la statua della santa, protettrice del paese. Un decreto della Chiesa ha infatti stabilito che Santa Filomena non è mai esistita. Riuscito con un stratagemma a far uscire la moglie dalla chiesa, Michele la prende in giro per il suo non voler prendere atto della verità: “Caspita, che testa! Santa Filomena non c’è, bestia che sei: ed è il Papa stesso che te lo dice…”. Ma poco più tardi, seduto a tavola in attesa che la moglie gli serva la cena, ha un violento moto di stizza nell’apprendere, leggendo l’Unità, che “La proposta di rimozione della salma di Stalin dal mausoleo è [stata] approvata all’unanimità” dal XXII Congresso del PCUS.    

 

Filologia

In una conversazione tra un mafioso colto – che nel 1943 gli americani avevano fatto sindaco del suo paese – e un altro di più basso livello, il primo impartisce al secondo una lezione sulla storia della parola “mafia”, in vista della sua sicura convocazione davanti alla commissione parlamentare antimafia, appena costituita. Lui, dal canto suo, chiederà “di essere sentito dalla commissione”, per “dare il [suo] piccolo contributo… Un contributo alla confusione, si capisce…”.

 

 

Gioco di società

Una signora riceve tranquillamente il sicario che il marito ha mandato per ucciderla, e gli dimostra di sapere tutto. Infatti, convinta da molto tempo che il marito voglia farla uccidere, lo ha fatto pedinare da un’agenzia investigativa, che le ha fornito le prove fotografiche dei contatti con il potenziale sicario, un giovane professore di matematica, e la moglie di quest’ultimo, una bella ragazza piuttosto disinvolta. La signora informa il professore che, nel caso le accadesse qualcosa, copia del rapporto dell’agenzia sarebbe consegnata alla polizia. Propone quindi all’uomo di uccidere il marito, in cambio di una somma superiore a quella promessagli da quest’ultimo: nel caso sia scoperto, il sicario deve difendersi affermando che il suo è stato un delitto d’onore, per vendicare il tradimento di sua moglie con il marito della signora. Il giovane professore, sentendosi in trappola, accetta. Prima che il giovane esca dalla casa per andare a incontrare e uccidere il marito della gelida e spietata signora Arduini – solo ora si saprà il nome della potenziale vittima dell’uxoricidio a mezzo di sicario –, questa si accerta che la pistola abbia il silenziatore (“Il silenziatore: omicidio premeditato”). E, poco dopo che il professore-sicario ha lasciato la casa, la signora fa due telefonate, alla sede della società del marito e al commissariato di polizia: per perfezionare la sua vendetta.

 

Un caso di coscienza

Sul treno che, almeno una volta al mese, da Roma lo riporta a Maddà, cittadina siciliana in cui vive, l'avvocato Vaccagnino ha esaurito le sue consuete munizioni di letture da viaggio – un quotidiano, tre rotocalchi e un romanzo poliziesco – e cerca quindi giornali abbandonati da altri viaggiatori. Sul settimanale “Voi”, nella rubrica La coscienza, l’anima. Risponde Padre Lucchesini, si imbatte in una lettera nella quale una lettrice di Maddà confessa un adulterio commesso qualche anno prima, e chiede consiglio al sacerdote: deve o non deve confessare l’accaduto, una storia ormai del tutto finita, al marito, uomo buono, leale e fedele e che lei ama? L’avvocato Vaccagnino – che subito si chiede: “E chi può essere?” – già dal giorno successivo avvia la sua inchiesta, chiedendo alla moglie se legga “Voi”, settimanale di cui in paese circolano almeno una cinquantina di copie. Passa poi alla diffusione della notizia: in tribunale, dove un avvocato e un giudice appaiono molto colpiti dalla lettura del ritaglio, e al circolo: dove i soggetti interessati aumentano, e la discussione si infervora. Sono diversi gli uomini che si chiedono se possano essere loro i mariti dell’adultera, e lo stesso avvocato Vaccagnino, ricordando una storiella risalente a Guglielmo il normanno, è sfiorato dal dubbio. Ma è l’avvocato Zarbo,  non ancora entrato nella vicenda, che alcune sere dopo, andando a letto, chiede alla moglie perché abbia scritto a Padre Lucchesini. Nell’apprendere che il marito ha sempre saputo, la donna scoppia in lacrime. Ma quando il marito le dice del suo amore e della sua pena, e arriva anch’egli alle lacrime, cercando di abbracciarla, “… appena toccata […] si alzò di colpo. Rideva negli occhi e nella bocca di un riso maligno, freddo, immobile. Tese verso di lui la mano a pugno chiuso, ne fece scattare, come per cavargli gli occhi, l’indice e il mignolo; e dalla bocca le uscì isterico e lacerato il verso del caprone. – Beeeee… Beeeee…”.

(Nelle annotazioni poste alla fine del suo libro Machiavelli, Tupac e la Principessa - Sellerio, Palermo 2013 - Adriano Sofri scrive: “Ci fu, alla fine del Seicento, un Padre Lucchesini che si impegnò a denunciare ‘Le sciocchezze scoperte nelle opere del Machiavello’, che i librai rilegatori per brevità sulla costola intitolavano ‘Le sciocchezze del Padre Lucchesini’ ”. Il bibliofilo Sciascia conosceva il religioso seicentesco? Non si può escluderlo. In ogni caso, l’accostamento tra il vero Padre Lucchesini e il suo omonimo sciasciano è piuttosto suggestivo.)

 

Apocrifi sul caso Crowley

Inventando sette documenti – quattro appunti siglati M.(ussolini), una nota e una relazione firmate dal capo della polizia gen. E.(milio) De Bono e un rapporto del commissario di Cefalù A. Caminiti al capo della polizia – Sciascia ricostruisce, ma posticipandola di un anno, dalla primavera 1923 all’estate 1924, l’espulsione dall’Italia dell’occultista e satanista inglese Edward Alexander (nella realtà Aleister) Crowley. A Cefalù Crowley aveva fondato una comunità di cui, oltre a lui, facevano parte cinque donne e tre bambini: “Pare comunque che le stranezze di cui in paese si fa carico al Crowley, si riducano ad un modo di vivere secondo natura: i bambini, le donne e lo stesso Crowley sono stati visti nudi a prendere il sole”. Aveva inoltre provocato le lamentele dei proprietari della villa affittata da Crowley “certa mania di dipingere a fresco le pareti e con figurazioni, a quanto pare, non conformi a decenza”.  Ma il passo più interessante – che tra l’altro spiega perché la vicenda è posticipata al 1924 –, è quello che si legge nel rapporto che il commissario Caminiti invia al capo della polizia sulla sua visita alla residenza di Crowley: “… E così (Crowley, ndr) è passato a dichiararsi ammiratore del Fascismo e del suo capo, e che era felice di trovarsi ospite di un Paese come l’Italia: ché in questo momento, grazie al fascismo, l’Italia gli sembra il Paese in cui più trova elementi di riscontro alla sua visione della vita. Complimento, questo, che il sottoscritto ha creduto di dover respingere […]. Più tardi, scorgendo il sottoscritto una pietra squadrata, sulla quale erano evidenti tracce di sangue, e domandato quale ne fosse l’uso, il Crowley rispondeva che su di essa si consumavano i sacrifici. Ma ha aggiunto una frase in inglese nella quale il sottoscritto colse soltanto il nome Matteotti; e il professor D’Alunzo (insegnante d’inglese in una scuola locale, che il commissario ha portato con sé come interprete, ndr) spiegò poi che il Crowley aveva testualmente detto: ‘l’onorevole Matteotti è stato ucciso altrove’. Forse non senza ironia.”

 

Western di cose nostre

Negli anni della prima guerra mondiale, in un grosso paese situato tra Palermo e Trapani è in corso una guerra tra le due cosche mafiose locali. L’intervento di autorevoli “patriarchi” non serve a fermare la faida, perché gli omicidi, da una parte e dall’altra, continuano. Si fa strada il sospetto che qualcuno, estraneo alle due cosche, si sia inserito nel conflitto e conduca una sua personalissima guerra contro la mafia locale. Da un’indicazione lasciata trapelare prima di morire dal capo della vecchia cosca, anch’egli colpito dal misterioso assassino, i mafiosi individuano uno stimato professionista. Questi, molti anni prima, non aveva potuto sposare la ragazza che amava: la ricca famiglia di lei, contraria al matrimonio a causa delle modeste origini del giovane, aveva fatto intervenire il “vecchio e temibile capo” della mafia locale, le cui minacce non avevano avuto effetto sul giovane, ma avevano spinto la ragazza a rinunciare. Il destino del professionista è quindi segnato: ma prima di essere ucciso a sua volta, riesce ad uccidere il figlio del vecchio capo, il quale si era assunto il compito di vendicare la morte del padre.

 

Processo per violenza

Utilizzando gli atti del processo, il racconto ricostruisce due delitti, commessi nel bergamasco intorno al 1870 da un maniaco sessuale, di cui erano rimaste vittime una quattordicenne e una giovane donna, madre di due bambini. Furono inizialmente sospettati due innocenti: il primo “fu liberato ‘ben presto’, ma da una sentenza del tribunale di Bergamo; e cioè dopo un paio di mesi di carcere”; al secondo andò meglio, perché “anche stavolta, si cercò subito di arrestare. La scelta cadde…” su un tale, che però fu ben presto scagionato. Finalmente, grazie a “fatti… tardivamente emersi e riuniti”, si arrivò al colpevole, che fu condannato all’ergastolo, anche grazie alla perizia condotta – ovviamente sulla base dei suoi discutibilissimi criteri – da “colui che in quel momento era il massimo luminare della criminologia: il professor Cesare Lombroso, fondatore della scuola positiva del diritto penale”.

 

Eufrosina

Marcantonio Colonna, vincitore di Lepanto e viceré di Sicilia, si invaghisce della giovane Eufrosina de Siracusis, moglie di Calcerano Corbera, il quale non sembra avvedersi della tresca. Il padre del giovane, il barone Antonio Corbera, impegnato nella costruzione del paese che diventerà Santa Margherita Belice, decide di recarsi a Palermo “a vedere come sta[nn]o le cose”. Ma il viceré, su sollecitazione di Eufrosina, lo fa arrestare, dopo aver ottenuto dall’inquisitore Diego de Haedo, nonostante i loro pessimi rapporti, la sospensione dei privilegi che al barone Corbera spettano in quanto familiare dell’Inquisizione, tra cui il foro privilegiato; e in carcere, qualche giorno dopo, don Antonio Corbera muore, non si sa se di veleno o di sofferenze. Rimane il giovane Calcerano: il quale, inviato in missione a Malta, nell’isola viene pugnalato a morte. La giovane Eufrosina resta così libera, ma il viceré deve fare i conti con la moglie, la “pur saggia e indulgente” Felice Orsini. Marcantonio Colonna è infine convocato a Madrid, “forse a discolparsi di tutto ciò che l’Haedo aveva detto o insinuato nelle sue relazioni”, e muore “a Medinaceli, sulla strada di Madrid, con sospetto di veleno”. Prima di partire, però, raccomanda la giovanissima amante alla moglie, la quale prende con sé la ragazza. E qui Sciascia avanza un dubbio: il nobile romano Lelio Massimo, che al viceré “era stato sempre vicino, negli anni palermitani”, era con lui nel viaggio verso Madrid? Il dubbio sorge perché Lelio Massimo – dopo averne chiesta la mano a donna Felice Orsini – sposa Eufrosina, di cui forse era sempre stato innamorato, e la porta nella sua casa: “Dove a metter fine alla vergogna, forse al dileggio” i due figli di lui la uccidono, e vengono per questo decapitati.

 

*

 

Il mare colore del vino fu pubblicato nel 1973 da Einaudi, nella collana “I coralli”, n. 291, ed è attualmente disponibile in edizione Adelphi (collana “Fabula” 7a ediz., 1996 e collana “Gli Adelphi” 2a ediz., 2011).

La raccolta è riprodotta anche in: Leonardo Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di Claude Ambroise, Bompiani (collana “Classici Bompiani”), Milano 1987, pp. 1253-1382; e Leonardo Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi (collana “La nave Argo”, n. 15), Milano 2012, pp. 709-834.

Il titolo del racconto che dà nome alla raccolta è tratto da Omero (Odissea, I, 183: “... navigando sul mare color del vino verso genti straniere…” e VI, 170: “ Ieri, al ventesimo giorno, scampai al mare colore del vino”.

Una curiosità: sul retro della sovraccoperta della prima edizione Einaudi si legge: “Ironiche e violente, tenere e beffarde, dodici storie in cui Sciascia arriva ancora una volta al cuore di una sconcertante verità umana”. In realtà le storie – i racconti – sono tredici e non dodici.

Euclide Lo Giudice

31 dicembre 2013

“ ‘Faits divers’ sono, in francese, quelli che noi diciamo fatti di cronaca, cronache quotidiane, cronache a sfondo nero, passionali e criminali spesso, sempre di una certa stranezza e di un certo mistero.
“Intitolando ‘fatti diversi’ questa raccolta, si è voluto appunto dir parodisticamente, paradossalmente e magari parossisticamente, ‘cronache’: a render più leggera la specificazione, di crociana ascendenza, di ‘storia letteraria e civile’.
“La raccolta è la terza che io faccio di miei articoli e saggi dispersi, a tal punto dispersi che alcuni debbo all’attenzione e gentilezza di amici l’averli ritrovati. Si apre con una ‘notizia’ sulla Sicilia in cui forse mi avviene di ripetere qualcosa che ho già detto. Ma si sa che il ripetere giova: a me certamente, anche se non a tutti i lettori.

L.S.”

Queste righe costituiscono il risvolto di copertina della prima edizione di Fatti diversi di storia letteraria e civile. Pubblicato da Sellerio nel novembre 1989 nella collana “La diagonale”, è l’ultimo volume delle sue opere che Leonardo Sciascia riuscì ad avere tra le mani prima di morire.
Questa raccolta di saggi dispersi fa seguito a La corda pazza (1970) e a Cruciverba (1983), e chiude il percorso saggistico iniziato con Pirandello e la Sicilia (1961). Nel presentare Cruciverba, Sciascia aveva infatti scritto: “All’incirca ogni dieci anni mi avviene di pubblicare una raccolta di saggi. ‘Pirandello e la Sicilia’, ‘La corda pazza’; e ora questa che intitolo ‘Cruciverba’…”
Fatti diversi di storia letteraria e civile comprende ventitré saggi, dedicati agli argomenti più vari. Dal punto di vista umano, è particolarmente commovente C’era una volta il cinema, scritto dopo la visione – alla fine del luglio 1989, a Milano, dove lo scrittore si trovava per curarsi – di Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. Gli ultimi tre saggi – a sottolineare l’importanza che Stendhal ha avuto nella vita di Leonardo Sciascia – sono raggruppati in una sezione intitolata, quasi come un omaggio, “Stendhal for ever”.

  • Come si può essere siciliani?
  • La contea di Modica
  • Quadri come diamanti
  • Il calzolaio di Messina
  • Guastella, il barone dei villani
  • Masoch e Verga
  • D’Annunzio alla Piacente
  • Invenzione di una prefettura
  • La biblioteca di Mattia Pascal
  • Il luoghi del «Gattopardo»
  • L’Omnibus di Longanesi
  • C’era una volta il cinema
  • E come il cielo avrebbe potuto non essere…
  • Majorana e Segrè
  • Il ritratto di Pietro Speciale
  • I misteri di Courbet
  • Ni muy atrás ni muy adelante
  • Odori
  • Il ritratto fotografico come entelechia
  • Scrittori e fotografia

Stendhal for ever

  • Duecento anni dopo
  • I privilegi
  • Stendhal e la Sicilia

Fatti diversi di storia letteraria e civile è disponibile nella collana “Piccola biblioteca” di Adelphi, ed è compresa nel terzo volume delle opere: Leonardo Sciascia, Opere 1984-1989, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani 1991, pp. 515-727. In quest’ultimo volume le note di Sciascia, che nella prima edizione Sellerio sono poste a piè di pagina, sono raggruppate dopo l’ultimo saggio. 

Euclide Lo Giudice

15 luglio 2013

Nella quarta di copertina del volume – comparso nel 1983 nella einaudiana collana “Gli struzzi” – Leonardo Sciascia scrive: “All’incirca ogni dieci anni mi avviene di pubblicare una raccolta di saggi. ‘Pirandello e la Sicilia’ (nel 1961, ndr), ‘La corda pazza’ (nel 1970, ndr); e ora questa che intitolo ‘Cruciverba’. Dico ‘mi avviene’ perché questi tre libri si sono formati più per memoria e sollecitazione altrui che per memoria e volontà mia. Sono scritti che non sarei riuscito a mettere assieme, senza l’aiuto di qualche amico. A rileggerli – a parte il fastidio che sempre sento nel rileggermi, poiché per nulla mi interessa quel che ho già scritto e soltanto mi occupa e mi diverte (a volte angoscioso divertimento) quel che sto scrivendo – non mi pare operazione presuntuosa e inutile l’averli raccolti. Qualcuno di questi saggi – come, per esempio, le poche pagine su Luciano o quelle sul mito del Vespro – mi ci è voluto tanto lavoro, a scriverle, quanto per ‘Il Consiglio d’Egitto’ o ‘Todo modo’; ma spero che i lettori non se ne accorgano. Del resto, parlo di lavoro per approssimazione, per convenzione. Scrivere non è mai stato, per me, un lavorare”.

In una nota posta in chiusura del volume, Sciascia informa che il primo testo, in ordine cronologico, è Un cruciverba su Carlo Eduardo, pubblicato nel 1954 nella rivista “Letteratura”. E aggiunge: “Lo scarto di anni, tra il Cruciverba su Carlo Eduardo e gli altri, è piuttosto ingente ed evidente. Ma nel disordine delle mie cose non so precisare, di molti, la data in cui sono stati scritti. Spero che i lettori non me ne vorranno”.

La raccolta comprende trentasei saggi, di cui uno – Note pirandelliane – ha lo stesso titolo di un altro a suo tempo comparso in La corda pazza, ma il contenuto è diverso.

  • Luciano e le fedi
  • Il mito del Vespro
  • L’ordine delle somiglianze
  • L’ignoto marinaio
  • L’Armada
  • Il secolo educatore
  • L’utopia di Casanova
  • Casanova o la dissipazione
  • Villa Palagonia
  • Houel in Sicilia
  • Un cruciverba su Carlo Eduardo
  • Napoleone scrittore
  • Goethe e Manzoni
  • Storia della Colonna Infame
  • Kaspar Hauser
  • D’anima vuoti
  • In margine a Stendhal
  • Appunto su Bouvard et Pécuchet
  • Letteratura e mafia
  • Verga e la memoria
  • Verismo e fotografia
  • Note pirandelliane
  • Chahine
  • Il volto sulla maschera
  • Borgese
  • Savinio
  • Breve storia del romanzo poliziesco
  • Guttuso
  • Padri e figli
  • La medicalizzazione della vita
  • Del rileggere
  • Le acque della Sicilia
  • Palermo felicissima
  • I paesi dell’Etna
  • Caltagirone
  • Parigi

Alle prime tre raccolte di saggi – Pirandello e la Sicilia, La corda pazza e appunto Cruciverba – si aggiungerà, nel novembre 1989, nell’imminenza della morte di Sciascia, la quarta e ultima, Fatti diversi di storia letteraria e civile.

Cruciverba è disponibile nella collana “Biblioteca Adelphi”, ed è compresa nel secondo volume delle opere: Leonardo Sciascia, Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani 1989, pp. 965-1282.

Euclide Lo Giudice

15 luglio 2013

La corda pazza, seconda delle quattro raccolte di saggi sciasciani – preceduta nel 1961 da Pirandello e la Sicilia, e seguita da Cruciverba nel 1983 e Fatti diversi di storia letteraria e civile nel 1989 – fu pubblicata nel 1970 nella collana “Saggi” di Einaudi, e raccoglie ventotto testi di argomento siciliano, come dichiarato nel sottotitolo Scrittori e cose della Sicilia. Uno dei saggi, Note pirandelliane, è suddiviso in cinque sezioni.

  • Sicilia e sicilitudine
  • Vita di Antonio Veneziano
  • Il caso della baronessa di Carini
  • Il capitano Contreras
  • Il vescovo a Tindari
  • Dal monastero di Palma
  • Una rosa per Matteo Lo Vecchio
  • Io, Villabianca
  • La corda pazza
  • Brigantaggio napoletano e mafia siciliana
  • Verga e la libertà
  • Navarro della Miraglia
  • Postilla su Stendhal e Navarro
  • Note pirandelliane
    • Tra Girgenti e Bonn
    • Pirandello e la critica
    • Pirandello e il dialetto: Liolà
    • Dal mimo alla commedia
    • I sei personaggi
  • La zolfara
  • Francesco Lanza
  • Fondazione di una città
  • Quadìa
  • Don Giovanni a Catania
  • La Lombardia siciliana
  • La vera «storia» di Giuliano
  • Le soledades di Lucio Piccolo
  • Feste religiose in Sicilia
  • Rapporto sulle coste siciliane
  • Pitture su vetro
  • Emilio Greco
  • Gli alberi di Bruno Caruso
  • La Sicilia nel cinema

Dopo almeno cinque edizioni nei “Saggi” einaudiani, la raccolta è stata ripubblicata nel 1982 nella collana “Gli struzzi”, sempre della Einaudi. Attualmente è disponibile nella collana “Saggi. Nuova serie” di Adelphi, ed è compresa nel primo volume delle opere: Leonardo Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani 1987, pp. 959-1222.

Euclide Lo Giudice

15 luglio 2013

Comparsa nel 1961, Pirandello e la Sicilia è la prima delle quattro raccolte di saggi pubblicate da Sciascia, cui seguiranno La corda pazza nel 1970, Cruciverba nel 1983 e Fatti diversi di storia letteraria e civile nel 1989.

Nel 1996, nel ristampare il libro nella collana “Piccola biblioteca”, la Adelphi pubblicò in quarta di copertina la nota che segue:

“ ‘Una ‘notizia’ della Sicilia attraverso particolari letture ed esperienze’: così Sciascia definiva, dandola alle stampe nel 1961, questa raccolta di scritti, aperta dal grande saggio pirandelliano che dà il titolo al volume – e che rimane forse la guida migliore per avvicinarsi a un’opera tanto popolare quanto equivocata. Civettando con la semantica, Sciascia usava il termine ‘notizia’ nel senso che ad esso potevano dare, nelle opere di cui partecipavano le proprie intuizioni e scoperte, un erudito o un viaggiatore del Settecento. Così, l’acutissima analisi della figura di Pirandello si trasforma subito in ‘viaggio’ lungo il difficile tragitto, colto nei suoi momenti cruciali, che porta una cultura arcaica a incontrare la modernità; così, capisaldi della ‘sicilitudine’ quali Verga e Tomasi di Lampedusa incrociano, a riprova del gusto dell’autore per l’esplorazione del passato, personaggi rimossi e abbandonati all’oblio nelle biblioteche, come Emanuele Navarro della Miraglia, letterato e novelliere noto a Dumas e forse amato da George Sand, o come il poeta pornografo catanese Domenico Tempio, arditamente accostato allo Henry Miller del Tropico del Cancro. A scorrere, con questi, gli altri temi presenti nella silloge – la mafia, ancora, interna e da esportazione, e una riflessione amarissima sui fatti di Bronte –, si ha spesso l’impressione di assistere al comporsi del mosaico di un pensiero variegato e a tratti febbrile, sempre coerente, sempre puntuale nel riferimento alla realtà”.

  • Pirandello
    1. Girgenti, Sicilia
    2. Il «borgese» e il borghese
    3. L’involontario soggiorno sulla Terra
    4. Quando si è qualcuno
    5. Con Cervantes
    6. L’olivo saraceno
  • Verga e il Risorgimento
  • Navarro della Miraglia
  • Il Gattopardo
  • La mafia
  • Il catanese Domenico Tempio
  • I fatti di Bronte

Nota

 Appendice. Nel cinquantenario della morte di Luigi Pirandello

Indice dei nomi

Rispetto alla prima edizione – Salvatore Sciascia, Caltanissetta-Roma 1961 – l’edizione Adelphi attualmente disponibile e già citata contiene anche Nel cinquantenario della morte di Luigi Pirandello, discorso commemorativo pronunciato da Sciascia il 10 dicembre 1986 a Palermo, e un indice dei nomi: discorso e indice che non figurano nella versione di Pirandello e la Sicilia riprodotta nel terzo volume delle opere: Leonardo Sciascia, Opere 1984-1989, a cura di Claude Ambroise, Milano, Bompiani 1991, pp. 1041-1203.

Euclide Lo Giudice

15 luglio 2013

In un paese imprecisato, che il romanzo fa capire non essere l’Italia ma che all’Italia irrisistibilmente rimanda, viene ucciso il procuratore Varga. Nel giro di pochi giorni, mentre sono in corso le indagini dell’ispettore Rogas, vengono uccisi altri quattro magistrati, Sanza, Azar, Rasto e Calamo. Rogas individua un filo comune ai delitti, cercando persone che fossero state condannate in processi a cui avevano preso parte i magistrati; fra questi un ex-farmacista, Cres, che dieci anni prima era stato ingiustamente accusato dalla moglie di aver tentato di avvelenarla. Cres era stato condannato a cinque anni di carcere e una volta scontata la pena aveva deciso di vendicarsi uccidendo i magistrati coinvolti a vario titolo nei processi.

Maturata la convinzione sulla colpevolezza di Cres, Rogas cerca di comprendere la sua personalità chiedendo informazioni al dottor Maxia, il solo amico rimasto all’ex-farmacista; nel frattempo Cres si rende irreperibile, anzi invisibile, risultando vani i tentativi di trovare un’immagine del ricercato o di ricostruire un identikit attendibile.

«A questo punto», si legge nel romanzo, «l’indagine di Rogas era arrivata a una soluzione abbastanza attendibile. Bisognava trovare Cres». Ma la situazione si complica quando viene assassinato un altro magistrato, il procuratore Perro, perché alcuni testimoni vedono fuggire dal luogo del delitto due giovani con i capelli lunghi, abbigliati come i contestatori di estrema sinistra. Da quel momento Rogas viene spinto dai suoi superiori a indirizzare le indagini verso i gruppuscoli rivoluzionari che proliferavano nel paese, sebbene appaia evidente che le organizzazioni eversive erano state letteralmente inventate da chi aveva interesse a sfruttare una situazione di confusione.

L’ispettore entra in contatto con gli ambienti intellettuali vicini ai gruppuscoli, scopre le ambiguità di un mondo dove il direttore di una rivista rivoluzionaria (Galano) ha stretti rapporti con persone potenti e influenti, tutt’altro che rivoluzionarie. Cercando Galano incontra uno scrittore progressista, Vilfredo Nocio, inviso ai rivoluzionari come fosse un nemico di classe, che si sfoga scrivendo versi che ricordano l’articolo in forma di poesia scritto da Pasolini dopo i fatti di Valle Giulia del marzo 1968.

Rogas si rende conto che si sta architettando una sorta di complotto, col quale chi detiene il potere cerca di consolidare la propria supremazia; è un gioco in cui hanno parte attiva i sedicenti rivoluzionari, i partiti di governo e d’opposizione, i rappresentanti delle istituzioni e del potere economico, di cui Sciascia ci lascia solo intravedere i contorni. Vi è coinvolto anche il Presidende della Corte Suprema Riches, che l’ispettore scopre aver ospitato una riunione segreta di importanti personaggi. Riches è anche il giudice che aveva confermato in appello la condanna di Cres e quindi vittima designata dell’assassino solitario. Rogas, che ormai conduce un’indagine personale ed è visto con sospetto dai superiori, lo va a trovare per avvisarlo del pericolo che sta correndo, ed ha con lui un dialogo memorabile sul diritto, l’amministrazione della giustizia, l’errore giudiziario.

Uscendo dall’ascensore di casa Riches incontra un uomo con la sua stessa corporatura, di fronte al quale ha «la sensazione dello specchio» e un lampo d’intuizione: l’uomo è Cres, che da antagonista è ormai diventato il suo alter-ego, il suo doppio. L’uno è un assassino che persegue in solitudine il suo disegno di vendetta: l’altro un investigatore-intellettuale che conduce una personale e altrettanto solitaria ricerca della verità. Cres aveva appena ucciso un altro magistrato ed era tornato nel suo appartamento, preso sotto falso nome (Carlos Ribeiro, commerciante portoghese) nello stesso palazzo del Presidente Riches, in modo da poterlo uccidere per ultimo, con tranquillità.

Ormai Rogas ha un quadro completo della situazione: ha trovato Cres, conosce l’esistenza del complotto. Decide di svelare tutto al suo amico Cusan, uno scrittore progressista, e si propone di informare Amar, il segretario generale del Partito Rivoluzionario Internazionale. L’epilogo del romanzo è costellato di morti; i cadaveri di Rogas e di Amar vengono trovati alla Galleria Nazionale dove i due si erano dati appuntamento; Riches viene ucciso da Cres qualche ora dopo. Cusan, che è depositario delle scoperte di Rogas, incontra il vice-segretario del Partito e apprende da lui che è stato l’ispettore a uccidere Amar prima di essere ucciso da un agente.

Dei delitti non si offre una spiegazione esplicita: il romanzo è costruito in modo tale da non farci comprendere fino in fondo le dinamiche dei fatti e le loro motivazioni, perché vuole rappresentare una situazione confusa e contraddittoria, come quella italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Settanta – il romanzo è stato pubblicato nel 1971 ma era stato concepito e in gran parte scritto tra il 1967 e il 1969. Un’ipotesi plausibile sul finale (ma non unica né mai confermata dall’autore) dipende da una lettera che Italo Calvino scrisse a Sciascia dopo la lettura del dattiloscritto del romanzo nel settembre 1971: Rogas avrebbe ucciso Amar dopo aver scoperto il suo coinvolgimento nel complotto, compiendo così un gesto inutile sul piano pratico (c’è un vice di Amar che assicura continuità, e con la morte di Rogas la verità viene più facilmente coperta), ma appunto perché gratuito si configura come un’affermazione di libertà paragonabile a quella del pittore di Todo modo quando, in un altro finale aperto e ipotetico, uccide Don Gaetano.

 

La verità di Rogas viene coperta perché sarebbe stata rivoluzionaria, laddove il partito di Amar aveva tutto l’interesse a mantenere la rivoluzione solo nel nome, a rinviarla al momento in cui se la sarebbe potuta permettere: «“Siamo realisti, signor Cusan”», dice il vice-segretario nelle amare battute finali del libro, «“Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione”. E aggiunse: “Non in questo momento”. “Capisco” disse Cusan. “Non in questo momento”». Il riconoscimento del valore di apologo sulla situazione politica italiana fu immediato, e persa di vista ogni cautela sul fatto che pur sempre di letteratura si trattava, politici e intellettuali organici o contigui ai partiti di sinistra e ai movimenti extraparlamentari si scagliarono con veemenza contro Sciascia. Il quale era consapevole che Il contesto si configurava come una «mala azione», di quelle che Vitaliano Brancati consigliava di commettere ogni tanto per rivitalizzarsi: cosa che puntalmente si verificò con Sciascia, se è vero che con Il contesto si apre la stagione più sperimentale e innovativa della sua attività, quella di Todo modo e Candido, della Scomparsa di Majorana e L’affaire Moro, di Nero su nero e Cruciverba.

Paolo Squillacioti

Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1971, il romanzo si legge ora nell’edizione Adelphi del 1994 (più volte ristampata) e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1971-1983, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1989 (II), pp. 1-96 e L. Sciascia, Opere, volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 615-708.

Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa edilizia di S., una mattina viene ucciso con due colpi a lupara mentre sta per salire sull’autobus diretto a Palermo. All’omicidio hanno assistito molte persone, ma nessuno è disposto a testimoniare.
   Le indagini sono dirette dal capitano Bellodi, comandante la compagnia Carabinieri di C. “Emiliano di Parma”, ex partigiano, ha scelto di fare l’ufficiale dei Carabinieri invece che l’avvocato per servire e far rispettare la legge della Repubblica, sorta dalla “rivoluzione” cui ha partecipato.
   Grazie a una lettera anonima, scritta da un fratello di Colasberna, Bellodi decide di indagare nel settore degli appalti e dell’associazione criminale che li controlla, ossia la mafia. La sua decisione è rafforzata anche da un’indicazione che riesce a strappare al confidente Calogero Dibella, detto Parrinieddu.
   Alle indagini sull’omicidio Colasberna, la cui eco arriva al parlamento e al governo, si affiancano quelle sulla scomparsa del potatore Paolo Nicolosi. Questi, uscendo di casa per recarsi al lavoro, ha visto l’uccisore di Colasberna fuggire dal luogo del delitto. Rientrato brevemente in casa, Nicolosi aveva chiesto alla moglie se aveva sentito i due colpi di fucile, e le aveva detto di aver visto passare di corsa un uomo soprannominato Zicchinetta. Da questa ingiuria, i carabinieri risalgono a Diego Marchica, “delinquente abilissimo ed accorto, sicario di assoluta fiducia”, conosciuto e frequentato dall’onorevole Livigni.
   All’arresto di Marchica segue l’uccisione di Parrinieddu. Prima di essere ucciso, tuttavia, il confidente spedisce un messaggio a Bellodi: “Quell’uomo usciva dalla scena del mondo con un’ultima delazione: la più precisa ed esplosiva che avesse mai fatto. Due nomi al centro del foglio e sotto, quasi al margine, il disperato messaggio (“sono morto”, ndr), gli ‘ossequi’ e la firma”. I nomi sono quelli di Rosario Pizzuco e, soprattutto, di Mariano Arena, il capomafia del paese.
   I due vengono fermati dai Carabinieri di S. e trasferiti a C., dove in camera di sicurezza si trova Marchica-Zicchinetta. Grazie a un’abile messinscena organizzata da Bellodi e a un falso verbale di interrogatorio, a Marchica vien fatto credere che Pizzuco lo abbia tradito, accusandolo dell’uccisione di Colasberna e Nicolosi. Il verbale delle dichiarazioni attribuite a Pizzuco è stato in realtà sagacemente costruito da tre marescialli, che hanno avuto l’accortezza di renderlo verosimile escludendo l’esistenza di qualsiasi mandante: “Il nome di Mariano Arena, in quel falso verbale, sarebbe stato un passo irrimediabilmente falso: la nota stonata, il dettaglio inverosimile…”. Il falso verbale ne fa scaturire due, autentici: il primo di Marchica, che credendosi tradito si vendica ammettendo l’uccisione di Colasberna e attribuendo quella di Nicolosi al Pizzuco; e il secondo, di Pizzuco, al quale non resta che ammettere il suo coinvolgimento, a suo dire soltanto indiretto, nei delitti commessi entrambi dal Marchica. La sua versione coincide quasi totalmente con quella del falso verbale predisposto dai tre marescialli, che aveva provocato la confessione di Marchica-Zicchinetta.
   L’arresto di Marchica, Pizzuco e Arena ottiene grande rilievo sulla stampa, soprattutto a causa dei legami di Arena con il ministro Mancuso e l’onorevole Livigni. E mentre qualcuno pensa a come spezzare la catena che porta a don Mariano Arena, costruendo un alibi di ferro per Diego Marchica, un quotidiano ipotizza la pista passionale nell’omicidio Nicolosi.
   È in questo quadro che avviene l’interrogatorio di Mariano Arena da parte del capitano Bellodi. Trattato con grande correttezza dall’ufficiale, il capomafia ostenta indifferenza davanti al foglio su cui Parrinieddu ha scritto il suo nome e quello di Pizzuco. Quanto al suo reddito, dichiara di ricavarlo dalla rendita dei suoi terreni, ma Bellodi gli dimostra che ciò non è possibile: a giudicare dai depositi effettuati in tre banche, infatti, le terre di don Mariano frutterebbero un reddito almeno dieci volte superiore a quello considerato congruo da un perito agrario. Don Mariano è costretto a concordare, e afferma che i depositi dell’anno precedente derivano dalla restituzione di somme che aveva dato in prestito. “ ‘Questo è il punto’ pensò il capitano ‘su cui far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre […]. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. […] Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America…”. Segue una lunga conversazione, in cui don Mariano – “una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà” – illustra la sua visione della vita e degli uomini (famosa la classificazione in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà), e Bellodi evidenzia le sue responsabilità nei delitti e la sua cointeressenza negli appalti che due imprese edili hanno ottenuto, irregolarmente, grazie alle sue raccomandazioni.
   Il procuratore della Repubblica spicca mandati di cattura per Marchica, Pizzuco e Arena. A Roma due mafiosi, invitati da un deputato, assistono alla seduta della Camera dei Deputati in cui un sottosegretario risponde alle interrogazioni sugli omicidi, da considerare di delinquenza comune, e “fieramente sdegnosamente” respinge le insinuazioni delle sinistre su rapporti di “membri del Parlamento, o addirittura del governo” con “elementi della cosiddetta mafia: la quale, ad opinione del governo, non esiste[va] se non nella fantasia dei socialcomunisti”.
   Chiamato a testimoniare in un processo a Bologna, lo stanco capitano Bellodi chiede una licenza, che trascorre a Parma, in famiglia. Ed è a Parma che apprende che la sua indagine è stata demolita da “inoppugnabili alibi. O meglio: era bastato un solo alibi, quello di Diego Marchica. Persone incensurate, assolutamente insospettabili, per censo e per cultura rispettabilissime, avevano testimoniato” che, al momento in cui era stato ucciso Salvatore Colasberna, Zicchinetta si trovava “alla bella distanza di settantasei chilometri”. Da qui tutta la ricostruzione del capitano era caduta: le accuse di Zicchinetta a Pizzuco erano state una ripicca, quelle di Pizzuco una risposta a quelle di Zicchinetta. E don Mariano Arena, aureolato da “una taddema di innocenza”, richiesto da un giornalista di un giudizio sul capitano Bellodi, risponde soltanto che “è un uomo”. Quanto all’omicidio Nicolosi, la squadra mobile della polizia lo sta risolvendo seguendo la pista passionale, inspiegabilmente trascurata dal capitano. E il maresciallo Ferlisi, comandante la stazione dei Carabinieri di S., chiede e ottiene il trasferimento ad Ancona.
   In una serata in compagnia di amici, Bellodi parla della Sicilia, che definisce “incredibile”. E per cercare di spiegare cosa sia la mafia, racconta del medico di un carcere che, per aver fatto rimandare nelle celle i detenuti mafiosi che occupavano l’infermeria per avere un migliore trattamento, era stato picchiato. Nonostante le denunce, nessuno era stato perseguito per quell’aggressione. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione, il medico aveva finito per rivolgersi a un capomafia, il quale aveva fatto picchiare il responsabile.
   Malgrado tutto, il capitano Bellodi si rende conto di amare la Sicilia, e sa che ci tornerà: “ ‘Mi ci romperò la testa’ disse a voce alta”.

*

Il giorno della civetta è la prima opera letteraria in cui viene esplicitamente affrontato il tema della mafia. È un romanzo breve – o un racconto lungo: Sciascia non definiva “romanzi” le sue opere narrative – composto di diciassette parti non numerate. In La Sicilia come metafora, Sciascia afferma: “Il giorno della civetta mi è stato ispirato dall’assassinio a opera della mafia, a Sciacca (nel 1947, ndr), del sindacalista comunista (Accursio, ndr) Miraglia”.
   Il titolo è tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, un cui passo fa da epigrafe al romanzo: … come la civetta quando di giorno compare. Nella parte dedicata al romanzo delle sue Note ai testi – nel primo volume delle Opere di Sciascia (Narrativa Teatro Poesia) da lui curato per Adelphi e al quale si rinvia – Paolo Squillacioti riporta due brevissimi testi, il primo del 1960 e il secondo del 1979, in cui lo scrittore spiega il significato del titolo. La sostanza di entrambi i brani è che la mafia, che in passato operava in segreto, come la civetta che è un animale notturno, ora agisce in piena luce, anche grazie a complicità politiche. 
   Il personaggio del capitano Bellodi – il cui nome di battesimo non è mai indicato – è ispirato al maggiore e poi generale dei Carabinieri Renato Candida, alla cui memoria Sciascia dedicò un commosso ricordo su La Stampa dell’11 novembre 1988, un mese dopo la scomparsa dell’ufficiale.
   Nelle pagine finali del racconto, Sciascia fa dire al dottor Brescianelli, medico parmense amico di Bellodi:  Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma….   
   In un articolo comparso sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982, dal titolo redazionale “Mafia: così è (anche se non vi pare”), Sciascia scrisse tra l’altro: “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un ‘mafiologo’. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte….

Euclide Lo Giudice

Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1961, il romanzo è disponibile nell’edizione Adelphi del 1993 (e successive ristampe), e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1987, pp. 387-483 e L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 251-344.
Dal romanzo di Sciascia, nel 1968 Damiano Damiani trasse l’omonimo film, di cui scrisse la sceneggiatura con Ugo Pirro. Interpreti principali: Franco Nero (il capitano Bellodi), Lee J. Cobb (Mariano Arena), Claudia Cardinale (la moglie di Paolo Nicolosi), Serge Reggiani (Calogero Dibella Parrinieddu).  

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