In un paese imprecisato, che il romanzo fa capire non essere l’Italia ma che all’Italia irrisistibilmente rimanda, viene ucciso il procuratore Varga. Nel giro di pochi giorni, mentre sono in corso le indagini dell’ispettore Rogas, vengono uccisi altri quattro magistrati, Sanza, Azar, Rasto e Calamo. Rogas individua un filo comune ai delitti, cercando persone che fossero state condannate in processi a cui avevano preso parte i magistrati; fra questi un ex-farmacista, Cres, che dieci anni prima era stato ingiustamente accusato dalla moglie di aver tentato di avvelenarla. Cres era stato condannato a cinque anni di carcere e una volta scontata la pena aveva deciso di vendicarsi uccidendo i magistrati coinvolti a vario titolo nei processi.

Maturata la convinzione sulla colpevolezza di Cres, Rogas cerca di comprendere la sua personalità chiedendo informazioni al dottor Maxia, il solo amico rimasto all’ex-farmacista; nel frattempo Cres si rende irreperibile, anzi invisibile, risultando vani i tentativi di trovare un’immagine del ricercato o di ricostruire un identikit attendibile.

«A questo punto», si legge nel romanzo, «l’indagine di Rogas era arrivata a una soluzione abbastanza attendibile. Bisognava trovare Cres». Ma la situazione si complica quando viene assassinato un altro magistrato, il procuratore Perro, perché alcuni testimoni vedono fuggire dal luogo del delitto due giovani con i capelli lunghi, abbigliati come i contestatori di estrema sinistra. Da quel momento Rogas viene spinto dai suoi superiori a indirizzare le indagini verso i gruppuscoli rivoluzionari che proliferavano nel paese, sebbene appaia evidente che le organizzazioni eversive erano state letteralmente inventate da chi aveva interesse a sfruttare una situazione di confusione.

L’ispettore entra in contatto con gli ambienti intellettuali vicini ai gruppuscoli, scopre le ambiguità di un mondo dove il direttore di una rivista rivoluzionaria (Galano) ha stretti rapporti con persone potenti e influenti, tutt’altro che rivoluzionarie. Cercando Galano incontra uno scrittore progressista, Vilfredo Nocio, inviso ai rivoluzionari come fosse un nemico di classe, che si sfoga scrivendo versi che ricordano l’articolo in forma di poesia scritto da Pasolini dopo i fatti di Valle Giulia del marzo 1968.

Rogas si rende conto che si sta architettando una sorta di complotto, col quale chi detiene il potere cerca di consolidare la propria supremazia; è un gioco in cui hanno parte attiva i sedicenti rivoluzionari, i partiti di governo e d’opposizione, i rappresentanti delle istituzioni e del potere economico, di cui Sciascia ci lascia solo intravedere i contorni. Vi è coinvolto anche il Presidende della Corte Suprema Riches, che l’ispettore scopre aver ospitato una riunione segreta di importanti personaggi. Riches è anche il giudice che aveva confermato in appello la condanna di Cres e quindi vittima designata dell’assassino solitario. Rogas, che ormai conduce un’indagine personale ed è visto con sospetto dai superiori, lo va a trovare per avvisarlo del pericolo che sta correndo, ed ha con lui un dialogo memorabile sul diritto, l’amministrazione della giustizia, l’errore giudiziario.

Uscendo dall’ascensore di casa Riches incontra un uomo con la sua stessa corporatura, di fronte al quale ha «la sensazione dello specchio» e un lampo d’intuizione: l’uomo è Cres, che da antagonista è ormai diventato il suo alter-ego, il suo doppio. L’uno è un assassino che persegue in solitudine il suo disegno di vendetta: l’altro un investigatore-intellettuale che conduce una personale e altrettanto solitaria ricerca della verità. Cres aveva appena ucciso un altro magistrato ed era tornato nel suo appartamento, preso sotto falso nome (Carlos Ribeiro, commerciante portoghese) nello stesso palazzo del Presidente Riches, in modo da poterlo uccidere per ultimo, con tranquillità.

Ormai Rogas ha un quadro completo della situazione: ha trovato Cres, conosce l’esistenza del complotto. Decide di svelare tutto al suo amico Cusan, uno scrittore progressista, e si propone di informare Amar, il segretario generale del Partito Rivoluzionario Internazionale. L’epilogo del romanzo è costellato di morti; i cadaveri di Rogas e di Amar vengono trovati alla Galleria Nazionale dove i due si erano dati appuntamento; Riches viene ucciso da Cres qualche ora dopo. Cusan, che è depositario delle scoperte di Rogas, incontra il vice-segretario del Partito e apprende da lui che è stato l’ispettore a uccidere Amar prima di essere ucciso da un agente.

Dei delitti non si offre una spiegazione esplicita: il romanzo è costruito in modo tale da non farci comprendere fino in fondo le dinamiche dei fatti e le loro motivazioni, perché vuole rappresentare una situazione confusa e contraddittoria, come quella italiana tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Settanta – il romanzo è stato pubblicato nel 1971 ma era stato concepito e in gran parte scritto tra il 1967 e il 1969. Un’ipotesi plausibile sul finale (ma non unica né mai confermata dall’autore) dipende da una lettera che Italo Calvino scrisse a Sciascia dopo la lettura del dattiloscritto del romanzo nel settembre 1971: Rogas avrebbe ucciso Amar dopo aver scoperto il suo coinvolgimento nel complotto, compiendo così un gesto inutile sul piano pratico (c’è un vice di Amar che assicura continuità, e con la morte di Rogas la verità viene più facilmente coperta), ma appunto perché gratuito si configura come un’affermazione di libertà paragonabile a quella del pittore di Todo modo quando, in un altro finale aperto e ipotetico, uccide Don Gaetano.

 

La verità di Rogas viene coperta perché sarebbe stata rivoluzionaria, laddove il partito di Amar aveva tutto l’interesse a mantenere la rivoluzione solo nel nome, a rinviarla al momento in cui se la sarebbe potuta permettere: «“Siamo realisti, signor Cusan”», dice il vice-segretario nelle amare battute finali del libro, «“Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione”. E aggiunse: “Non in questo momento”. “Capisco” disse Cusan. “Non in questo momento”». Il riconoscimento del valore di apologo sulla situazione politica italiana fu immediato, e persa di vista ogni cautela sul fatto che pur sempre di letteratura si trattava, politici e intellettuali organici o contigui ai partiti di sinistra e ai movimenti extraparlamentari si scagliarono con veemenza contro Sciascia. Il quale era consapevole che Il contesto si configurava come una «mala azione», di quelle che Vitaliano Brancati consigliava di commettere ogni tanto per rivitalizzarsi: cosa che puntalmente si verificò con Sciascia, se è vero che con Il contesto si apre la stagione più sperimentale e innovativa della sua attività, quella di Todo modo e Candido, della Scomparsa di Majorana e L’affaire Moro, di Nero su nero e Cruciverba.

Paolo Squillacioti

Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1971, il romanzo si legge ora nell’edizione Adelphi del 1994 (più volte ristampata) e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1971-1983, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1989 (II), pp. 1-96 e L. Sciascia, Opere, volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 615-708.

Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa edilizia di S., una mattina viene ucciso con due colpi a lupara mentre sta per salire sull’autobus diretto a Palermo. All’omicidio hanno assistito molte persone, ma nessuno è disposto a testimoniare.
   Le indagini sono dirette dal capitano Bellodi, comandante la compagnia Carabinieri di C. “Emiliano di Parma”, ex partigiano, ha scelto di fare l’ufficiale dei Carabinieri invece che l’avvocato per servire e far rispettare la legge della Repubblica, sorta dalla “rivoluzione” cui ha partecipato.
   Grazie a una lettera anonima, scritta da un fratello di Colasberna, Bellodi decide di indagare nel settore degli appalti e dell’associazione criminale che li controlla, ossia la mafia. La sua decisione è rafforzata anche da un’indicazione che riesce a strappare al confidente Calogero Dibella, detto Parrinieddu.
   Alle indagini sull’omicidio Colasberna, la cui eco arriva al parlamento e al governo, si affiancano quelle sulla scomparsa del potatore Paolo Nicolosi. Questi, uscendo di casa per recarsi al lavoro, ha visto l’uccisore di Colasberna fuggire dal luogo del delitto. Rientrato brevemente in casa, Nicolosi aveva chiesto alla moglie se aveva sentito i due colpi di fucile, e le aveva detto di aver visto passare di corsa un uomo soprannominato Zicchinetta. Da questa ingiuria, i carabinieri risalgono a Diego Marchica, “delinquente abilissimo ed accorto, sicario di assoluta fiducia”, conosciuto e frequentato dall’onorevole Livigni.
   All’arresto di Marchica segue l’uccisione di Parrinieddu. Prima di essere ucciso, tuttavia, il confidente spedisce un messaggio a Bellodi: “Quell’uomo usciva dalla scena del mondo con un’ultima delazione: la più precisa ed esplosiva che avesse mai fatto. Due nomi al centro del foglio e sotto, quasi al margine, il disperato messaggio (“sono morto”, ndr), gli ‘ossequi’ e la firma”. I nomi sono quelli di Rosario Pizzuco e, soprattutto, di Mariano Arena, il capomafia del paese.
   I due vengono fermati dai Carabinieri di S. e trasferiti a C., dove in camera di sicurezza si trova Marchica-Zicchinetta. Grazie a un’abile messinscena organizzata da Bellodi e a un falso verbale di interrogatorio, a Marchica vien fatto credere che Pizzuco lo abbia tradito, accusandolo dell’uccisione di Colasberna e Nicolosi. Il verbale delle dichiarazioni attribuite a Pizzuco è stato in realtà sagacemente costruito da tre marescialli, che hanno avuto l’accortezza di renderlo verosimile escludendo l’esistenza di qualsiasi mandante: “Il nome di Mariano Arena, in quel falso verbale, sarebbe stato un passo irrimediabilmente falso: la nota stonata, il dettaglio inverosimile…”. Il falso verbale ne fa scaturire due, autentici: il primo di Marchica, che credendosi tradito si vendica ammettendo l’uccisione di Colasberna e attribuendo quella di Nicolosi al Pizzuco; e il secondo, di Pizzuco, al quale non resta che ammettere il suo coinvolgimento, a suo dire soltanto indiretto, nei delitti commessi entrambi dal Marchica. La sua versione coincide quasi totalmente con quella del falso verbale predisposto dai tre marescialli, che aveva provocato la confessione di Marchica-Zicchinetta.
   L’arresto di Marchica, Pizzuco e Arena ottiene grande rilievo sulla stampa, soprattutto a causa dei legami di Arena con il ministro Mancuso e l’onorevole Livigni. E mentre qualcuno pensa a come spezzare la catena che porta a don Mariano Arena, costruendo un alibi di ferro per Diego Marchica, un quotidiano ipotizza la pista passionale nell’omicidio Nicolosi.
   È in questo quadro che avviene l’interrogatorio di Mariano Arena da parte del capitano Bellodi. Trattato con grande correttezza dall’ufficiale, il capomafia ostenta indifferenza davanti al foglio su cui Parrinieddu ha scritto il suo nome e quello di Pizzuco. Quanto al suo reddito, dichiara di ricavarlo dalla rendita dei suoi terreni, ma Bellodi gli dimostra che ciò non è possibile: a giudicare dai depositi effettuati in tre banche, infatti, le terre di don Mariano frutterebbero un reddito almeno dieci volte superiore a quello considerato congruo da un perito agrario. Don Mariano è costretto a concordare, e afferma che i depositi dell’anno precedente derivano dalla restituzione di somme che aveva dato in prestito. “ ‘Questo è il punto’ pensò il capitano ‘su cui far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre […]. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. […] Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America…”. Segue una lunga conversazione, in cui don Mariano – “una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà” – illustra la sua visione della vita e degli uomini (famosa la classificazione in uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà), e Bellodi evidenzia le sue responsabilità nei delitti e la sua cointeressenza negli appalti che due imprese edili hanno ottenuto, irregolarmente, grazie alle sue raccomandazioni.
   Il procuratore della Repubblica spicca mandati di cattura per Marchica, Pizzuco e Arena. A Roma due mafiosi, invitati da un deputato, assistono alla seduta della Camera dei Deputati in cui un sottosegretario risponde alle interrogazioni sugli omicidi, da considerare di delinquenza comune, e “fieramente sdegnosamente” respinge le insinuazioni delle sinistre su rapporti di “membri del Parlamento, o addirittura del governo” con “elementi della cosiddetta mafia: la quale, ad opinione del governo, non esiste[va] se non nella fantasia dei socialcomunisti”.
   Chiamato a testimoniare in un processo a Bologna, lo stanco capitano Bellodi chiede una licenza, che trascorre a Parma, in famiglia. Ed è a Parma che apprende che la sua indagine è stata demolita da “inoppugnabili alibi. O meglio: era bastato un solo alibi, quello di Diego Marchica. Persone incensurate, assolutamente insospettabili, per censo e per cultura rispettabilissime, avevano testimoniato” che, al momento in cui era stato ucciso Salvatore Colasberna, Zicchinetta si trovava “alla bella distanza di settantasei chilometri”. Da qui tutta la ricostruzione del capitano era caduta: le accuse di Zicchinetta a Pizzuco erano state una ripicca, quelle di Pizzuco una risposta a quelle di Zicchinetta. E don Mariano Arena, aureolato da “una taddema di innocenza”, richiesto da un giornalista di un giudizio sul capitano Bellodi, risponde soltanto che “è un uomo”. Quanto all’omicidio Nicolosi, la squadra mobile della polizia lo sta risolvendo seguendo la pista passionale, inspiegabilmente trascurata dal capitano. E il maresciallo Ferlisi, comandante la stazione dei Carabinieri di S., chiede e ottiene il trasferimento ad Ancona.
   In una serata in compagnia di amici, Bellodi parla della Sicilia, che definisce “incredibile”. E per cercare di spiegare cosa sia la mafia, racconta del medico di un carcere che, per aver fatto rimandare nelle celle i detenuti mafiosi che occupavano l’infermeria per avere un migliore trattamento, era stato picchiato. Nonostante le denunce, nessuno era stato perseguito per quell’aggressione. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione, il medico aveva finito per rivolgersi a un capomafia, il quale aveva fatto picchiare il responsabile.
   Malgrado tutto, il capitano Bellodi si rende conto di amare la Sicilia, e sa che ci tornerà: “ ‘Mi ci romperò la testa’ disse a voce alta”.

*

Il giorno della civetta è la prima opera letteraria in cui viene esplicitamente affrontato il tema della mafia. È un romanzo breve – o un racconto lungo: Sciascia non definiva “romanzi” le sue opere narrative – composto di diciassette parti non numerate. In La Sicilia come metafora, Sciascia afferma: “Il giorno della civetta mi è stato ispirato dall’assassinio a opera della mafia, a Sciacca (nel 1947, ndr), del sindacalista comunista (Accursio, ndr) Miraglia”.
   Il titolo è tratto dall’Enrico VI di Shakespeare, un cui passo fa da epigrafe al romanzo: … come la civetta quando di giorno compare. Nella parte dedicata al romanzo delle sue Note ai testi – nel primo volume delle Opere di Sciascia (Narrativa Teatro Poesia) da lui curato per Adelphi e al quale si rinvia – Paolo Squillacioti riporta due brevissimi testi, il primo del 1960 e il secondo del 1979, in cui lo scrittore spiega il significato del titolo. La sostanza di entrambi i brani è che la mafia, che in passato operava in segreto, come la civetta che è un animale notturno, ora agisce in piena luce, anche grazie a complicità politiche. 
   Il personaggio del capitano Bellodi – il cui nome di battesimo non è mai indicato – è ispirato al maggiore e poi generale dei Carabinieri Renato Candida, alla cui memoria Sciascia dedicò un commosso ricordo su La Stampa dell’11 novembre 1988, un mese dopo la scomparsa dell’ufficiale.
   Nelle pagine finali del racconto, Sciascia fa dire al dottor Brescianelli, medico parmense amico di Bellodi:  Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma….   
   In un articolo comparso sul Corriere della Sera del 19 settembre 1982, dal titolo redazionale “Mafia: così è (anche se non vi pare”), Sciascia scrisse tra l’altro: “Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un ‘mafiologo’. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono in fatto di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara: a livello delle cose viste e sentite, delle cose vissute e in parte sofferte….

Euclide Lo Giudice

Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1961, il romanzo è disponibile nell’edizione Adelphi del 1993 (e successive ristampe), e nelle due raccolte delle opere: L. Sciascia, Opere 1956-1971, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani 1987, pp. 387-483 e L. Sciascia, Opere, Volume I: Narrativa Teatro Poesia, a cura di P. Squillacioti, Milano, Adelphi 2012, pp. 251-344.
Dal romanzo di Sciascia, nel 1968 Damiano Damiani trasse l’omonimo film, di cui scrisse la sceneggiatura con Ugo Pirro. Interpreti principali: Franco Nero (il capitano Bellodi), Lee J. Cobb (Mariano Arena), Claudia Cardinale (la moglie di Paolo Nicolosi), Serge Reggiani (Calogero Dibella Parrinieddu).  

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