La rottura epistemologica di inizio Novecento, provocata dalle filosofie della crisi, ha attribuito al caso un ruolo sempre più importante nel pensiero e nella letteratura, determinando una convivenza piuttosto problematica con la ragione. Le parole di Pirandello “insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre” possono essere assunte con valore di sententia sulla difficoltà dell’uomo a comprendere una realtà che sfugge completamente alla facoltà razionale, e che diventa spazio esposto ad arbitrio di fortuna. Proprio i grandi razionalisti del Novecento avvertono più consapevolmente la presenza del caso nelle dinamiche umane e percepiscono, con profonda sensibilità, la caduta delle certezze che avevano sorretto molti intellettuali fino al Secondo Ottocento (ma “la linea siciliana” era già avanti).

Qualche giorno fa, leggendo I promessi sposi con i miei studenti, mi sono imbattuta in un passo del XXIX capitolo su cui ho sentito l’esigenza di soffermarmi.

Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esemplare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni.

I motivi passionali, posti come causa prima di alcuni delitti nelle indagini dei gialli sciasciani e utilizzati a vantaggio dell’una o dell’altra parte, si configurano in un contesto fortemente influenzato dall’arte del melodramma, genere italiano per antonomasia e vanto nazionale che non conosce declino. Ne Il giorno della civetta, Sciascia afferma che i tavoli d’autopsia della Sicilia sono popolati da tanti Turiddu Macca, dopo che sulle scene dei teatri d’opera aveva fatto irruzione il potente grido “Hanno ammazzato cumpari Turiddu”.

Pagina 2 di 2