Cartella N. 13 - Natale 2007: Maurilio Catalano / Carla Horat: "L'albero della solitudine"

I pomeriggi di via Mazzini

Intervista a Maurilio Catalano   Credo che tutte le città italiane abbiano una strada o piazza intitolate a Giuseppe Mazzini: Palermo non fa eccezione. La via Mazzini di Palermo annovera tra i suoi abitanti la galleria Arte al Borgo, gestita e diretta da Maurilio Catalano, artista e docente presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo. È da lui che mi sto dirigendo in questo caldo pomeriggio dell'estate 2007.Il motivo di questa visita è Leonardo Sciascia. Maurilio mi attende all'interno. Saliamo su un soppalco. Rivivo con lo sguardo l'interno della galleria con il suo arredamento e nitido riappare il ricordo, anche visivo, dei pomeriggi in cui quella stanza spontaneamente si trasformava in un salotto culturale e artistico sotto la bacchetta di un grande uomo e maestro.Ed eccoci a conversare con Maurilio, in un clima affollato di ricordi soffusi di nostalgia.

 

- Come e perché è avvenuto l'incontro tra Sciascia e la tua galleria Arte al Borgo? Quello di Arte al Borgo non è il primo salotto culturale creato da Sciascia. A Caltanissetta, durante la permanenza in quella città, attivò qualcosa di simile presso una libreria gestita dal Commendatore Sciascia, omonimo, ma non parente di Leonardo. Quando si trasferì a Palermo, iniziò questa frequentazione di Arte al Borgo, perché qualcuno gliene aveva parlato e lui era spinto dal desiderio di costituire  il  circolo del paese. Nei paesi c'erano questi circoli. A questo proposito ricordo che ci raccontava un fatto grazioso: ad Agrigento  Pirandello frequentava il Circolo dei Nobili, dove apparentemente e distrattamente leggeva il giornale, ma in realtà ascoltava tutte le dicerie degli altri, che poi diventavano fatti e personaggi dei suoi racconti. Quando era a Palermo Sciascia veniva quasi sempre alle cinque del pomeriggio, puntuale. Rimaneva per un paio d'ore. Si parlava di quello che era avvenuto durante la giornata, dei fatti di cronaca, di politica, di arte, di letteratura. Una specie di tavola rotonda, a volte salottiera, con interlocutori spesso abitudinari, talora particolarmente affermati in campo artistico o letterario.A questo proposito ricordo un incontro con Guttuso durante il quale parlarono di una loro conversazione con Enrico Berlinguer,  in cui tutti e tre si erano trovati d'accordo nel ritenere che i brigatisti rossi avessero stretti legami con l'Est. In seno alla Commissione Moro, Sciascia, presente come rappresentante del Partito Radicale, riferì di questo colloquio. Berlinguer lo querelò per falso: il segretario del maggior partito di sinistra d'Europa non poteva ammettere di aver fatto tali dichiarazioni.Guttuso, sentito a riguardo, scelse la versione del potere forte di un segretario di partito. In seguito la questione si risolse in favore di Sciascia anche per la testimonianza di chi, ed ero io, aveva assistito e udito quelle affermazioni. Sciascia rimase molto male per la stima e l'affetto che portava a Guttuso, da cui si sentì tradito, mentre apprezzò molto, e lo scrisse sull'Espresso, la difesa che Antonello Trombadori, in altre occasioni, pur essendo di sinistra, fece di lui in Parlamento.    - A proposito di Antonello Trombadori mi pare di capire che c'era un rapporto di amicizia e stima con Sciascia. Esattamente, un forte rapporto di amicizia e stima. Infatti in più occasioni Sciascia indirizzò degli artisti ad Antonello Trombadori, per ottenere un giudizio sulle loro opere. Più di una volta si incontrarono qui ad Arte al Borgo e ne uscirono pomeriggi indimenticabili. Così fu in occasione della preparazione della mostra delle Incisioni francesi dell'Ottocento, a cui intervenne anche Ferdinando Scianna. Lo studio, l'analisi, le comparazioni, l'approfondimento storico-filosofico e culturale nel contesto della visione di tale opere aveva trasformato la galleria in una scuola.

 

- Da quanto mi dicevi non si parlava solo di arte ma , in questo tuo circolo-salotto, gli argomenti erano disparati, anche perché i partecipanti erano culturalmente e professionalmente diversi. Certamente. Accanto a lui si sedevano figure come Gesualdo Bufalino, Antonello Trombadori, Ferdinando Scianna, il poeta Ignazio Buttitta, Giancarlo Cazzaniga, suo ospite fisso nella casa di Racalmuto il giorno di Natale, Leonardo Castellani, il Giudice Nasca, l'Avv. Perna e altri: insomma dove c'era lui c'era tanta bellissima gente. Ricordo un pomeriggio qui in galleria, quando Leonardo Sciascia e Ubaldo Mirabelli passarono ore a confrontarsi sulle edizioni di Cervantes, sulle copertine, sui colori, sul testo. Agli sciocchi poteva sembrare una serata salottiera come altre, ma per chi aveva sensibilità, curiosità e consapevolezza della fortuna di avere con lui una fonte di arricchimento, era uno spettacolo continuo. Lo si ascoltava incantati, come un bambino s'incanta, con lo sguardo fisso, al racconto di un vecchio marinaio.

 

- Mi pare che leggendo i suoi libri non sempre questa immagine dell'uomo Sciascia traspaia con evidenza. C'era in lui una ritrosia a manifestarsi in tutta la sua grandezza, schivo dalla luce dei riflettori, consapevole del suo valore, ma infastidito dall'idea di manifestarlo agli altri. Per questo ti chiedo quale fosse il suo comportamento di fronte a letterati o artisti che chiedevano più o meno esplicitamente di conoscere il suo giudizio sulla loro opera. Sciascia non era uomo di grandi discorsi, bisognava capire le sue mezze frasi e i suoi mugugnamenti di approvazione o i suoi silenzi. Per esempio diceva: "Ho visto delle incisioni di un certo artista", non una parola di più. Stava a chi era in grado di capirlo aggiungere "Perché non fare una mostra?". L'idea prendeva corpo e si realizzava, ma sempre con la delicatezza di chi propone, mai di chi impone. Posso dire che era veramente un padrino, non come si intende in Sicilia, ma all'italiana, nel senso di uno che ti sostiene, ti aiuta, anche  economicamente, come un mecenate. Se gli piaceva un'opera non la chiedeva, tutti gliel'avrebbero regalata. Lui o la comprava senza dirlo all'autore o proponeva uno scambio con opere di sua proprietà. Come avvenne quando scambiò una incisione di Morandi di sua proprietà con un'altra di Luigi Bartolini. Anche con Carla Horat si comportò così: comprò un'incisione dicendomi di non dirglielo, poi cambiò idea, firmando un assegno che lei naturalmente non volle mai riscuotere. È l'acquaforte contenuta in questa cartella.

 

- Tra le numerose mostre allestite nella tua Galleria puoi citarne qualcuna in cui più attenta e viva sia stata la partecipazione di Sciascia? Ricordo quella di Tono Zancanaro che era molto apprezzato da Leonardo, con cui aveva un rapporto di grande amicizia. Tono era un uomo che aveva arricchito la sua vita, oltre che con l'arte, anche con una grande semplicità e generosità: durante le ore strascorse in galleria, spesso, faceva disegni che regolarmente regalava, seguito dallo sguardo compiaciuto di Leonardo.Di un altro artista, Ciarrocchi, ricordo una mostra di splendidi acquarelli. Sciascia, pur avendo una particolare simpatia per la grafica rispetto alla pittura, la trovò molto bella e venne a rivederla più di una volta.Ancora mi piace citare Nunzio Gulino, ottimo grafico prevalentemente figurativo. Sciascia dimostrava maggior simpatia per il figurativo rispetto al puro astratto, anche se sapeva cogliere e godere della purezza del segno all'acquaforte e ancor più dell'incisione a bulino.

 

- Nella tua galleria-salotto gravitavano molte persone, come abbiamo visto, diverse tra loro e naturalmente animate da differenti interessi, a volte penso anche personali. Qual era il comportamento di Sciascia ? Leonardo era un profondo conoscitore degli uomini, come ampiamente evidenziato dalla introspezione psicologica che traspare da tutti i suoi scritti: sapeva tacere o bonariamente sorridere di fronte ai limiti di alcuni, mentre sorrideva con soddisfazione di fronte ai meriti di altri. Certo non amava, anche se fingeva di non coglierli, l'adulazione e il servilismo.     - Si può dire che amava più dare che ricevere? Lui era felice quando poteva donare, ma altrettanto lo era se riceveva qualcosa che dimostrasse attenzione, affetto, quasi complicità nell'amare qualcosa. Non erano cose importanti in senso economico, anzi spesso si trattava di piccoli gesti, di piccole cose, ma che gli facevano capire che avevi colto un suo desiderio, si trattasse anche solo di un mazzetto di asparagi selvatici.

 - Possiamo dire che era un uomo capace di grandi, forti e crude decisioni  generate però dalla delusione di un animo mite, dolce, profondamente rispettoso e paladino del diritto alla libertà di ogni uomo? Sì, certo, e per cercare di chiarire meglio questo aspetto di Sciascia vorrei citare un aneddoto raccontatomi da mio padre: una persona anziana e un po' malconcia chiede l'elemosina all'uscita di una chiesa. Ad un certo punto si apparta di qualche metro per mangiare qualcosa, quando un  passante lo chiama per dargli l'elemosina. Al che lui risponde: "Non vedi? Sto mangiando". Ebbene Sciascia non lo avrebbe mai chiamato, ma avrebbe atteso un momento più opportuno in rispetto della sua privacy, anche se si trattava di un mendicante.

 

- A parte i grandi maestri del passato, fra i contemporanei pittori o grafici, hai colto particolari apprezzamenti e simpatia da parte sua? Lui considerava tutti e non dava giudizi di preferenza, forse perché si rendeva conto che la sua valutazione avrebbe pesato positivamente o negativamente sull'autore. Con un artista c'era una simpatia particolare ed era Ferdinando Scianna di cui ammirava i ritratti e con cui amava discorrere a lungo. Ricordo anche come Sciascia apprezzasse molto Clerici sia come artista, sia come uomo per la sua cultura e raffinatezza. Questi venne più volte in Galleria, ma non vi fece mai una mostra. Di un artista apprezzava soprattutto l'impegno la personalità e la professionalità. Ricordo di avergli chiesto cosa pensasse delle  incisioni di Carla Horat. Rispose con tre mugugni, che conoscendolo, interpretai come un giudizio positivo, perché ne ammirava l'impegno, la ricerca continua, il suo evolversi, la sua professionalità. Tre mugugni, ma dopo qualche giorno un bellissimo testo di presentazione per una cartella, Gli Alberi. Non l'avrebbe mai scritto se non fosse stato convinto del valore dell'artista.

 

- Per merito di Sciascia la tua galleria era una piccola fucina di idee e mi pare di ricordare che ci fu anche un momento di editoria. È vero. Un giorno si pensò di fare, come lui le definì, "delle paginette": racconti corredati da una acquaforte, una simbiosi che lui amava. Tra le altre ricordo un'intervista fatta a De Chirico. Erano cinque o sei cartelle , con domande di Sciascia che riempivano mezza pagina e la risposta che De Chirico sintetizzava in due righe. Tra le domande di Sciascia una mi è rimasta impressa: "Maestro lei vede molta televisione, perché?" "Perché ogni giorno ho bisogno di un bagno di stupidità".      - Maurilio tu hai avuto la fortuna di aver frequentato per un tempo lungo e generoso Leonardo Sciascia; puoi dire che  sia stato un grande compagno di viaggio? Voglio dire che è stato un grande maestro di viaggio, anche se non era semplice camminargli accanto; diceva De Crescenzo che Dio ha creato gli uomini e poi i Cherubini. Sciascia era un Cherubino.

Renato Albiero

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Titolo: L'albero della solitudine 

Autore: Carla Horat

Testo di: Maurilio Catalano 

Misure Lastra: cm 26x21,5

Appunti dal mio diario

Oggi sono passata in Galleria (Arte al Borgo). Lui era già là. Appena entrata non l'ho neppure visto. Ne sono affascinata, incantata. Parla sempre in tono sommesso, quasi dimesso. Non dice mai una parola di troppo. Emana cultura. "E' l'unico vizio che ho" dice riferendosi al suo amore di collezionare libri e stampe "oltre al fumo" soggiunge ridendo (fuma sigarette inglesi, le Benson, mi pare). Ha parlato di Vittorini, Pavese, Brancati. " Pavese era un pover'uomo". Ho preso il coraggio a due mani, dicendogli che specialmente in gioventù l'ho amato moltissimo, che mi piace ancora moltissimo. Fra i tre il maggiore è Brancati, secondo lui, anche se era fascista. Ha parlato di Longanesi come di persona intelligentissima. Ha parlato di Borges dicendo tra l'altro di possedere un suo scritto inedito. Ne era entrato in possesso tramite un altro poeta di cui non ho capito il nome. A un tratto si è rivolto a me chiedendomi se volessi fare un'incisione per Sellerio. Grande entusiasmo da parte mia, che però come al solito non sarò riuscita a manifestare. Ha replicato che avrebbe pensato a un autore adatto. Poi si è congratulato per la mia nomina all'Accademia. Sono al settimo cielo: non posso credere che un uomo così si interessi del mio lavoro.

L'ultima volta

Non avevo mai scritto della nostra ultima visita a lui.

Da parecchio tempo desideravo rivederlo. Pensavo spesso a lui, forse quotidianamente, con sentimenti di apprensione, ansia e nostalgia. E quella domenica decisi di non rinviare più e,  vincendo la mia riservatezza, telefonai a casa sua per annunciare la nostra visita. L'ora era infame: arrivammo verso le tredici. Ci accolse Maria, comunicandoci che lui era,  naturalmente,  a letto. Ci sedemmo in salotto, dove insieme avevamo trascorso ore indimenticabili e iniziammo penosamente a conversare. L'argomento dominante fu la sua malattia. Maria ci disse tra l'altro che lui non voleva più sottoporsi a dialisi, perché da ogni seduta, invece di sentirsi meglio, usciva sempre più fiaccato e che inoltre durante questo trattamento soffriva molto. Ogni tanto Maria si alzava e si recava di là a controllare se si fosse svegliato. Finalmente una volta tornò dicendo che aveva gli occhi aperti e che gli aveva chiesto se si sentiva di vederci e che la risposta era stata affermativa. Con molta emozione Renato e io, guidati da Maria, andammo nella sua cameretta. Sembrava una camera di ospedale tanto era piena di macchinari. Lui era tutto infilato sotto le coperte. Sporgeva soltanto la testa. L'aspetto era, o meglio sembrava, visto così, quello di sempre. Non appariva particolarmente sofferente. Cominciammo a parlare.

 Perché ho lasciato trascorrere tanto tempo prima di fissare sulla carta e quindi nella memoria questi ricordi? Avrei custodito un maggior numero di particolari preziosi da cullare con doloroso amore.

Si parlò naturalmente della sua malattia. Era stanco, non voleva più lottare. Come un bambino disse a Renato che non voleva più fare la dialisi,non voleva più sentire dolore. Renato gli parlò di uno specialista di Catania, che isolando i nervi toglieva il dolore. E sembrò riuscire a convincerlo di far scendere da Padova un suo amico nefrologo, Tony Bonadonna. "Sì, ma non voglio più fare la dialisi", continuava a ripetere ostinatamente. Io non ne potevo più dal dolore. Renato glielo promise. Ma gli chiese anche se sapesse cosa questo significasse. Lui rispose che naturalmente ne era consapevole. A un certo punto affermò: "Il corpo sa quello che ha, quello che sta succedendo in lui. Il corpo sa quando deve morire". Io ero straziata. Da sotto le lenzuola spuntò una mano. Vidi il polso: magrissimo, sottilissimo. Dal volto non si notava quanto fosse dimagrito, aveva sempre quell'aspetto un po' gonfio, come prima della malattia. Non sapevo come fare per trattenere le lacrime. Cercavo di non ascoltare, di estraniarmi. Ma subito me ne pentivo e bevevo ogni sua parola.

Maria rivolgendosi a noi riportò il fatto che pochi giorni prima lui stava meglio, che era venuta Elvira e si era alzato ed era andato di là a parlare di letteratura. Lui, piangendo, puntualizzò: "Non è che stavo meglio, stavo malissimo. Ma ho parlato per tutta la vita di letteratura, perché non dovrei parlarne ora?"

Leonardo piangeva come un bambino.

Prima di uscire gli presi la mano, la strinsi ( ma non troppo forte) e affondai la bocca nelle sue guanciotte.

Erano le sedici circa. Era di domenica.

La mattina dopo verso le nove mia madre mi chiamò al telefono chiedendomi se avevo sentito chi era morto.

Carla Horat,

Palermo, novembre 1991

NOTA BIOGRAFICA E CRITICA SULL'ARTISTA

Carla Horat, incisore e pittrice, è nata a Basilea. Figlia d'arte (il padre Theo è un noto acquerellista svizzero), si diploma a Verona all'Accademia di Belle Arti e dal 1981 risiede a Palermo dove ottiene la cattedra di Tecniche dell'Incisione presso la locale accademia. La sua prima mostra è del 1978. Nel 1984 una sua incisione correda l'edizione di testa delle Cronache mondane di Marcel Proust pubblicata da Sellerio nella collana de "La civiltà perfezionata". Dal 1986  insegna anche al Centro Internazionale della Grafica di Venezia con il quale pubblica due libri d'artista e una decina di cartelle di incisioni, tra cui Gli Alberi di Horat, con quattro sue acqueforti e un testo di Leonardo Sciascia. Il suo percorso artistico attinge alle tecniche più diverse, dalla matita all'acquaforte, dalla litografia al bulino, dal monotipo al collage, fino alle nuove tecniche su plexiglas e all'importante serie di dipinti culminata nell'omaggio a Maria Callas (Lincoln Centre, New York, 2000). Ha tenuto mostre collettive e personali in Italia e all'estero. Della sua opera hanno scritto, oltre a Sciascia, Enrico Baj, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Pippo Gambino, Antonello Trombadori.

[...] Ancor maggiore stupore mi ha colto sfogliando le cartelle di incisioni "all'acquaforte"di Carla Horat Albiero, e sono certo che non minore sarà lo stupore di Sciascia che le è anche concittadino. Come si spiega che un'artista di così chiara natura poetica e capacità realizzatrice sia rimasta finora ignota ?....Carla Horat incide in Sicilia i suoi "ricordi di altrove". È un altrove di "genere nero" ( un altrove geografico - il nord- e poetico che arriva fino a Klinger e alla sua storia incisa del "Guanto smarrito")..."

Antonello Trombadori

Gli alberi di Carla Horat Albiero. E immediatamente - se appena si ha una certa dimestichezza con l'arte dell'incidere in acquaforte, con la sua storia- si pensa a Jean Frélaut, "peintre-graveur" che dai primi del secolo fin quasi ai nostri anni ha inciso alberi [...] Entrambi - Frélaut come Carla Horat- sembrano prediligere lo stesso tipo di albero: quello che, spoglio, ha rami dritti e sottili che fanno raggiera. È un albero che, per me siciliano, evoca il nord, i lunghi inverni, i cieli diafani, le nebbie.

Leonardo Sciascia

Tra i moti del cuore e la luce fredda della ragione, Carla Horat Albiero inscrive il firmamento dei suoi astri, la degradazione dei volti, la protesta degli alberi..

Enrico Baj

[...] un'occasione bellissima mi fa indulgere, davanti alle gremite cartelle di Carla Horat, la cui ispirazione di acquafortista principe è così visionaria e pungente da ricordare maestri quali Ensor, Klinger, ma più specialmente Alfred Kubin.[..] Siamo,come si vede nell'area dell'espressionismo mitteleuropeo.

Gesualdo Bufalino

Colophon

L'acquaforte contenuta in questa cartella, tredicesima della serie "Omaggio a Leonardo Sciascia", è pubblicata a cura  dell'Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia. L'acquaforte di 260 x  215 mm è stata impressa su foglio di 350 x 500 mm carta Hahnemühle di sui torchi dell'artista a Palermo tra luglio e settembre 2007. Dei 110 esemplari  tirati,  80 hanno numerazione araba e sono destinati ai  Soci, 20 numerazione romana e 10 infine sono prove d'autore riservate all' Artista. I testi di Renato Albiero, Maurilio Catalano e Carla Horat appositamente scritti  per questo "Omaggio"sono stati stampati da Bandecchi & Vivaldi, Pontedera, nel mese di novembre 2007.

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