Cartella N. 2 - Natale 1996: Luisa Adorno / Piero Guccione: "Ritratto"

Memoria su rame

E’ un piccolo ritratto di Leonardo Sciascia, intenso, scavato a fondo e posto, dalla nostalgia dell’artista amico, dietro la grata leggera di una quadrettatura che lo fa sembrare lontano, irraggiungibile.

Mi colpì alla mostra di Guccione l’estate scorsa, pur così piccolo, in bianco e nero, fra grandi e splendidi quadri tutti cielo e mare nell’ultimo barlume del crepuscolo, e mi riportò alla mostra di tanti anni fa in cui incontrai Sciascia di persona.

Ero seduta da una parte, ad aspettare un’amica che tardava, quando lui entrò. Gli si fecero tutti intorno e lo tallonavano anche mentre sfilava davanti ai quadri ; questo non gli impediva, però, di gettare rapide occhiate di curiosità su di me e sul catalogo di un incisore dell’Est che avevo in mano, proprio quel Pilecek di cui aveva scelto un’acquaforte per la copertina di Nero su Nero.

Quando, un attimo, restò solo e ne incrociai lo sguardo mi alzai, gli andai incontro e "Lei non mi conosce" gli dissi "ma molti anni fa mi scrisse una lunga generosa lettera per un mio libro."

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Titolo: Ritratto

Autore: Piero Guccione

Testo di: Luisa Adorno

Misure Lastra: cm 48x35

"Che libro ?" balzò su, trionfante di trovare pane per l’iniziale immotivata curiosità.

"Non può ricordarlo, èpassato troppo tempo, un’opera prima..."

"Che libro ? Che libro ?" insisté come in sfida alla sua memoria.

"L’ultima provincia"

"Se lo ricordo ? ! Ma io la cercavo per ripubblicarlo ! Lo pseudonimo m’impediva di trovarla."

Il libro uscì con i tipi della Sellerio di cui allora si occupava. Poi volle il secondo, tenuto per anni fra penna e cassetto, sparito da mesi nel pozzo senza fondo di un’altra casa editrice. Di tutti e due scrisse il risvolto, tutti e due ebbero premi letterari e un rapido susseguirsi di edizioni.

Intanto ero venuta a sapere che avevamo in comune la passione per l’acquaforte ; così a Praga, dove andavo ogni anno a frugare negli studi di tanti straordinari artisti, cominciai a permettermi il piacere di scegliere un’incisione per lui, cui faceva seguito la gioia di mandargliela.

Mi arrivava in risposta, puntualmente, una breve, amabile lettera in busta sfoderata, la più semplice, la più modesta, di quelle un tempo vendute sciolte dai tabaccai, che già diceva tanto di lui.

Gli dissi l’emozione che mi dava riconoscere le sue lettere proprio da quella busta - B come busta di un alfabetiere - così lontana da ogni ricercatezza da diventare essa stessa espressione di indipendenza, di libertà.

Gli dissi anche di non ringraziarmi ché, avendo noi la stessa età, avremmo potuto essere compagni di scuola e scambiarci le figurine...

Mi mandò invece un bel libro d’arte sulla Prefettura di Ragusa affrescata da Cambellotti.

"Ho voluto" mi scriveva "che lei lo avesse non solo perché ricordavo L’ultima provincia nella mia introduzione, ma anche perché la sua prefettura èstata pubblicata con in copertina un particolare delle tempere di Cambellotti". Un pensiero gentile, dunque, che ne conteneva due.

Si era divertito a scriverla, l’introduzione, rivivendo storie e caratteri di fascisti locali, ed io mi divertii a leggerla.

Glielo scrissi e infilata nella busta una vecchia cartolina trovata da un robivecchi sull’Etna (buia, porosa, con un Mussolini in bombetta tra fascisti prima maniera, il fez e la nappa ciondoloni sulla spalla e, sotto, la scritta : - 1923.S.E. Benito Mussolini sui luoghi dell’eruzione etnea osserva la colonna lavica-) conclusi "Lei mi ha mandato un bellissimo libro ed io le mando una brutta cartolina".

La risposta sprizzava divertimento : "La cartolina ècuriosa : per l’eruzione del ‘23di cui, forse perché cancellata da quella del ’28, non avevo mai sentito ; per la venuta in Sicilia di Mussolini in quell’anno, poiché ho sempre creduto fosse venuto per la prima volta nel ’25 ; e poi per quel Mussolini non al centro e torvo, e che torvamente guarda l’obiettivo contraddicendo la dicitura "osserva la colonna lavica"". Particolare che a me era sfuggito per quanto l’avessi la lungo scrutata.

Quando, per un parere, gli mandai l’acquaforte di una ragazza spinta da me a fare incisione, mi rispose che avevo avuto buon occhio a scoprirne il talento e "Non che io sia giudice affidabile" aggiungeva modesto "ma l’andar dietro per anni a fogli di acqueforti mi dà almeno la certezza di sapere quel che mi piace e quel che non mi piace".

Confessava poi di non struggersi per Morandi e di amare moltissimo Bartolini. "Una volta ho cambiato un’acquaforte di Morandi con una di Braque : cambio disastroso, come di dicevano e mi dicono altri aficionados, solo che quella di Morandi non mi piaceva e quella di Braque mi piace". Libertà e indipendenza di giudizio anche qui, dunque, come ogni volta che posava l’occhio sul mondo.

Poi uscì quello straordinario Il cavaliere e la morte che in meno di cento pagine riesce a contenere : l’oggi, l’ieri, l’amore per l’arte, il dolore foriero di morte.

L’oggi, per esempio : "...più volte fu costretto a dichiarare che si trattava di un presunto figlio dell’ottantanove ; mai dimenticando, secondo diritto, il presunto che come ognun sa èinvece sinonimo, nel corrente linguaggio giornalistico, di colpevolezza certa".

L’ieri : l’ebreo perseguitato che torna a cercare aiuto al paese "...tutti fascisti con la tessera in tasca e il distintivo all’occhiello... fecero, alla lettera, false le carte : poiché nulla voleva dire per loro che un uomo fosse ebreo, se in pericolo, se disperato (che gran paese era stato in queste cose, forse lo era ancora, l’Italia !)."

L’amore per l’arte : eccolo già nel modo in cui, nella prima pagina, il commissario usava guardare l’incisione "... la vedeva nitida in ogni particolare, in ogni segno quasi il suo sguardo acquistasse un che di sottile e puntuto e il disegno rinascesse con la stessa precisione e meticolosità con cui nell’anno 1513 Albrecht Durer l’aveva inciso. L’aveva acquistata molti anni prima ad un’asta per quell’improvviso e inconsulto desiderio di possesso che a volte lo assaliva davanti a un quadro, una stampa, un libro."

E il dolore : "...continuo e invadente dolore... c’erano momenti lunghi, interminabili in cui cadeva, appunto, su ogni cosa, tutto deformava e oscurava. Su ogni piacere ancora possibile, sull’amore, sulle pagine amate, sui lieti ricordi. Perché quel passato s’impadroniva : come ci fosse sempre stato, come non ci fosse mai stato un tempo in cui non c’era, in cui si era sani, giovani, il corpo modulato dalla gioia, per la gioia".

Fu proprio questo elemento nuovo del dolore, così sofferto, così approfondito da far sembrare liberatorio il colpo finale di rivoltella, come se invece del protagonista uccidesse la morte in lui, a lasciarmi un’inquietudine oscura.

Non sapevo che Sciascia era malato, l’avevo soltanto visto, l’ultima volta a Palermo, un po’ più fragile, appoggiato ad un bastone.

Intanto, da un pezzo, ogni volta che mi sedevo alla scrivania scrutavo, come il commissario, un’incisione appesa al muro, proprio davanti agli occhi.

Un’ante-litteram comprata a Praga in libreria antiquaria, di cui sapevo soltanto che era di scuola tedesca. Il segno era bello, il soggetto mi affascinava, m’intrigava... : un grande albero dalla chioma verticale squassata dal vento l’attraversava tutta ; in primo piano radici orride affioravano dalla terra e si prolungavano, come fuori dalla lastra, fin sulla parte bianca del foglio, in forme di piccoli mostri. Oltre l’albero un cavallo che galoppava portando un cavaliere e una fanciulla seminuda, non si capiva se rapita o salvata, verso un vulcano in eruzione, lontano, sullo sfondo.

Un giorno, all’improvviso, la sfilai dalla cornice e la mandai a Sciascia.

La risposta tardava ad arrivare.

Finché fra la posta riconobbi la busta "...sono tornato ieri da un lungo travagliato soggiorno in clinica a Milano e non le dico la gioia che mi ha dato la bellissima incisione : così misteriosa, così suggestiva. Sarebbe andata benissimo come copertina del mio ultimo libretto (libretto !), più, credo, dello scontato anche se pertinente Durer."

Gioia, diceva dunque, gioia anche se di un momento così ; se vero, èqualcosa di cui ancora sono grata alla vita.

Aggiungeva che sarebbe tornato a Milano dopo due settimane per un nuovo ciclo di cure : "...ma sono piuttosto sereno, dentro la spirale medica, a lavorare. Spero ci si possa incontrare ancora".

Non è accaduto.

E quando, un anno dopo, il premio Racalmare da lui ideato fu assegnato al mio Arco di luminara si chiamava ormai "Premio Leonardo Sciascia".

Luisa Adorno

NOTA BIOGRAFICA E CRITICA SULL'ARTISTA

Piero Guccione nasce nel 1935 a Scicli e là torna a vivere dal 1980. Nel 1954, ottenuto il diploma all’Istituto d’Arte di Catania, si trasferisce a Roma dove, in seguito, diverrà titolare di cattedra all’Accademia di Belle Arti. La sua prima personale èdel 1960, alla Galleria Elmo di Roma. Nel 1962 Antonello Trambadori lo presenta alla Galleria La Nuova Pesa.. Nel 1966 èinvitato alla Biennale di Venezia a cui parteciperà per la quinta volta nel 1988 con una sala nel padiglione italiano. Nel 1966 partecipa anche alla Biennale di Parigi e dal 1968 inizia quel rapporto con la Galleria Il Gabbiano di Roma che si protrae fino ad oggi. Lì avranno sede tutte le sue mostre romane e sarà la stessa galleria a organizzargli mostre a Parigi, Chicago, Basilea, New York. Intanto nel 1974 tiene una mostra antologica al Palazzo dei Diamanti a Ferrara, presentato da Enzo Siciliano, una personale alla Galleria Claude Berbard di Parigi presentato da Dominique Fernandez e, quattro anni dopo, una personale alla Odyssia Gallery di New York con testo in catalogo di Moravia. Nel 1984 èinvitato dall’Hishhorn Museum di Washington e alla Quarta Biennale di Grafica a Baden Baden. Al Metropolitan Museum di New York, nella cui collezione permanente figurano sue opere, espone nel 1985 un’antologia grafica. Nel 1989 èancora a New York alla James Goodman Gallery.

In Italia, oltre alle mostre al Gabbiano di Roma espone a Milano, Bologna, Parma, Conegliano, Messina, Viareggio, integrando l’intensa attività di pittore con quella di illustratore di classici e di testi poetici contemporanei.

Di lui hanno scritto letterati, critici, poeti, fra cui ci limitiamo a ricordare Attilio Bertolucci, Giuliano Briganti, Gesualdo Bufalino, Dino Buzzati, Giovanni Carandente, Jean Clair, Enrico Crispolti, Antonio De Benedetti, Raffaele De Grada, Guido Giuffrè, Renato Guttuso, Alberto Moravia, Micheal Peppiat, Michel Sager, Leonardo Sciascia, Vittorio Sgarbi, Susan Sontag, Giovanni Testori, Lorenza Trucchi, Marisa Volpi.

 ...tanto incantamento luminoso, a osservarlo risolto in pittura, fa pensare a maestri di un settentrione lucido e intatto. Penso agli olandesi, alla perfezione vermeeriana della visione, a quella intensità cristallina del colore che ribalta il quotidiano in un orizzonte di più arcani e drammatici significati.

Enzo Siciliano

 Degas diceva "C’est plat come la belle peinture !". Valéry commenta "Divine platitude : point de trompe - l’oeil, point d’empatements, point d’enrochements, de lumières accrochèes ; point de contrastes intenses..". Il primo incontro con la pittura di Guccione appunto produce l’impressione di una totale "platitude"... Che non èda intendere nel senso della banalità quotidiana, della svogliante abitudine, dell’accidioso spegnersi del mondo attorno a noi ; ma, tutt’al contrario : come una fuga dalle sensazioni, e cioè dal tempo, per andare (e restare) oltre. La negazione, insomma, del tempo come "ordine misurabile del movimento" - ed anche del movimento. A vantaggio dell’essere, dell’esistenza.

Leonardo Sciascia

....Ma negli altri ritratti, dove il pittore appare per intero, seduto nello studio, non meno dolorosa èla forza del bianco e nero, e al volto qui fa da contrappeso, all’altra estremità della diagonale che la posizione delle braccia crea, il nodo delle mani unite, violento e pauroso come un intreccio di tentacoli o di zampe di animali. Ed ecco, dopo aver tentato una descrizione e un chiarimento, una cosa ancora resta fuori, una cosa certa, non descritta e non chiarita : il sentire in queste opere rinchiuso un mistero, ...imprigionato un poco di quella magia che i grandi scrittori dell’ottocento riconoscevano nei grandi ritrattisti.

Roberto Tassi

COLOPHON

L’acquaforte-acquatinta originale contenuta in questa cartella,
seconda della serie "Omaggio a Leonardo Sciascia"
è pubblicata a cura dell’Associazione degli
Amici di Leonardo Sciascia.
L’acquaforte èstata impressa a mano da Angelo Buscema
nella Stamperia Seristampa in Comiso,
su carta "Graphia" Sicars di Catania cm. 48 X 35 e fondino carta paglino
in 80 esemplari, numerati da 1 a 80 in numeri arabi, per i Soci,
20 in numeri romani, e 15 prove d’autore numerate destinate all’artista.

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