Cartella N.3 - Natale 1997: Salvatore Silvano Nigro / Bruno Caruso: "Il ficus di Piazza Marina"

Par che ti me conti un romanzo

 

Sapeva tacere massicciamente. Tanto che i suoi periodi, avrebbero potuto essere letti come figure retoriche. Sembrava che parlando tacesse e tacendo parlasse.

E, che, con il silenzio volesse rompere a se stesso le parole in bocca. Tra i denti lasciava infatti morire le parole, strascicate e come stanche: un favellar stanco e addentellato.

Erano gocciole di suono, le sue rare risatine quando crollava il capo e il silenzio stemmava con un aforisma: “Dal ben sedere viene il mal pensare”. E qui si tacque strizzando le labbra: lapicida, che parlava a sgraffio; a mobilitar pensieri, a tavola, in un ristorante, che il suo concentrato silenzio aveva intanto trasformato in un giardino di meditazione, di sabbia e pietraia.  

 

 

 

 ficus.jpg

Titolo: Il ficus di Piazza Marina

Autore: Bruno Caruso

Testo di: Salvatore Silvano Nigro

Misure Lastra: cm 43x42


Ma quel giardino diventa vegetante e rigoglioso, e di araldica fantasia, quando Leonardo si abbandonava. E capitava sempre nelle colazioni consumate nello studio di Bruno Caruso. Complice una governante estrosa che, nella stranezza di piatti dati per autenticamente siciliani mostravano il lunatico della fantasia. “Par che ti me conti un romanzo” diceva Sciascia alla governante. E giù a ridere senza freno. Compiaciuto, lui pirandelliano, del suo parlar da Pantalone goldonianamente a una romana che la Sicilia voleva stringere in un piatto e tutte le cucine abbracciava confusamente. La governante strofinava, chioccolava e mugolava. Sospirava come un mantice, imperiosa e didascalica nel ricettario dettato alla gagliarda, intaccato di accenti e di apostrofi. E intantoBruno solfeggiava battute alla Mazzacurati, degne di quei suoi disegni privati e di quelle acqueforti più segrete (sul piacere della gola) che tanto imbarazzavano (e divertivano) il “moralista” Sciascia. Grandiosamente ludico, sa essere Bruno: nella tradizione antica dei grandi pittori alla Leonardo da Vinci. Ed erano i suoi disegni ludici che affascinavano Gesualdo Bufalino. Ma Bruno ama gli sgambetti. Così a Bufalino regalava le sue stupende teste mozzate, che finivano sotto il letto delle insonnie; nascoste agli occhi della madre dello scrittore, che ne aveva spavento.

Con Bruno Caruso, Leonardo si lasciava andare con gioia. Diventava persino gattesco. Come quella volta che, con un salto e una zampata, attribuì alla sua tasca il ritratto di Madame de Stael, inciso da Pinelli, che io avevo regalato a Bruno. Leonardo collezionava ritratti Golosamente. E per quel peccato di gola non era disposto a nessuna ritrosia. Non si batteva il petto. Però sapeva ripagare, con generosità.

A casa sua avevo visto un bel disegno di Tono Zancanaro. L'avevo lisciato con gli occhi. Troppo. Arrossii dell'indiscrezione. Sciascia non diede a vedere di accorgersene. Mi raccontò piuttosto di come Zancanaro usasse fiondare spesso a casa sua tutte le volte che era al verde. Gli portava disegni e incisioni. E lui comprava tutto in blocco. Per me Zancanaro era il pittore picaro delle narrazioni dell'antropologo e poeta Antonio Uccello. Ed ero lo zio fantastico del mio amico Silvano Bassotti. Oltre che l'incisione delle Case della luna e delle lagune. Non l'avevo mai incontrato. Ma era come se lo conoscessi da sempre. Mi faceva gola quel disegno.

Passarono tre mesi. era il giorno del mio compleanno. Suonarono alla porta. Erano degli amici. Venivano da Palermo, e mi portavano un regalo di Sciascia. Slacciai e scartai. Era il disegno di Tono.

Poi venne un altro disegno. Sempre di Tono. A dar stabilità di mito alla Selinunte di una nostra gita. Vi si dava un androgino di adolescente lascivia, un “tempio” di portatile bellezza. Con un corpo collinoso, uno sguardo maliardo e una vegetale capigliatura: pietro, zolla erbosa e paesaggio. Era una pagana Selimuntea. Che ruotava, fuori dal tempo, attorno al suo essere sempre e contemporaneamente “destra” e “sinistra”; creatura ambigua e lunare, venuta da lontano; dagli archeologici recuperi di una memoria innamorata dell'antichità. Il disegno era dedicato a Sciascia. E Sciascia lo ridedicò a me. E' ancora nel mio studio. Accanti a un Giovanni decollato di Bruno Caruso. E la testa dul piatto è quella laureata di Giovanni Testori.

Salvatore Silvano Nigro

NOTIZIA

Per concessione di Maria Sciascia - che qui ringraziamo - ripubblichiamo il breve testo che corredava nel 1988 una cartella fuori commercio con l'acquaforte di Bruno Caruso dal titolo “Ficus” :

Ho visto sempre il ficus come una specie di mostro arboreo; e specialmente a Palermo quello di piazza Marina, di cui forse anche prima, ma sicuramente nel racconto Porte aperte mi è avvenuto di scrivere. Un pauroso amblema della violeza e dell'imprevedibilità della natura; forse anche perché a Palermo, in piazza Marina, sta a fronte di quel palazzo in cui tragiche memorie si assommano dell'umana violenza; la violenza dell'anarchia baronale, la violenza del Sant'Uffizio dell'Inquisizione, la violenza dell'amministrazione della giustizia del regno d'Italia. Ora quel palazzo, oggetto in quest'ultimi anni della violenza di architetti e restauratori, è sede finalmente di una istituzione non violenta: il rettorato dell'Università, in cui sta per svolgersi una conferenza sul ruolo delle Università nell'educazione e formazione ecologica; e il ficus che gli sta a fronte Bruno Caruso l'ha disegnato, incidendolo all'acquaforte (la violenza dell'acido che “morde” la lastra metallica), come simbolo della conferenza che sul tema della salvazione della natura si svolgerà tra i rettori delle Università sovietiche e italiane. E forse vuole essere un ammonimento; che alla mostruosità degli attentati la natura ha sempre la forza di mostruosamente rispondere.

Leonardo Sciascia

 

NOTA DELL'ARTISTA

Quando nel 1988 il Rettorato dell'Università di Palermo, che dalla sua sede di Palazzo Steri fronteggia il grande ficus di Piazza Marina, mi chiese una piccola acquaforte da offrire in omaggio alla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e Sovietiche sull'ecologia, mi venne più spontaneo fare un bel ficus magnolioides. A Leonardo Sciascia chiesero una paginetta di commento e ne venne fuori una graziosa cartellina che credo fu accolta con pieno gradimento.

Appena fatta e distribuita la cartella, Leonardo mi chiese se ero disposto a fare un'altra acquaforte con un ficus “per lui”, (ma forse era per “gli amici della Noce”). e nella quale si intravedesse anche la mia generosità e la pazienza (nel fare quale migliaio di foglioline) e non me ne fece più parola. Ora a distanza di tanti anni posso saldare questo debito che era rimasto in sospeso, altrimenti il ficus continuerebbe a crescermi dentro la testa.

Bruno Caruso

 

 

NOTA BIOGRAFICA E CRITICA SULL'ARTISTA 

Bruno Caruso è nato a Palermo nel 1927. Da quarant’anni risiede a Roma. Sul suo lavoro sono stati pubblicati un centinaio di libri ed altrettanti ne ha realizzati di invenzione o con illustrazioni. Ha esposto in tutto il mondo e sue opere si trovano nei principali musei. I suoi libri più noti sono: Il pugno di ferro (1962) , Pace in terra (1963) , La tigre di carta (1964) , Totum procedit ex amore (1964) , La mano dell’uomo (1965) , Manoscritto sulle meraviglie della natura (1969) , Anatomia della società civile (1972) , Disegni siciliani (1972) , La real casa dei matti (1973) , Le giornate della pittura (1981) .

 

 

..Sono immagini che scaturiscono da una vivida istigazione intellettuale che filtra, come attraverso una lente, la proiezione psicologica, la ingrandisce, la isola, sì che le immagini si estraneano alla fine dal complesso ambientale

                                                                                               Giuliano Briganti

 

E si ritorna qui al poetico Caruso, di cui si diceva in principio, al disegnatore che analizza il sentimento come il ricercatore un tessuto al microscopio..

                                                                                              Raffaele De Grada

 

Certamente Caruso non è nato per ricantare la matissiana joie de vivre. La sua moralità lo porta a tutt’altra concezione esistenziale. Moralità e mentalità severe,malinconiche,inflessibili,non cattoliche,in certo modo, e neppure pagane in senso classico. Né la sua asciuttezza è di qualità ascetica,giacchè la sua contemplazione è amara, disincantata; la sua particolare pietà si risolve in un duro giudizio.

                                                                                                  Libero Bigiaretti

 

COLOPHON

 

 

L’acquaforte - acquatinta originale contenuta in questa cartella,
terza della serie "Omaggio a Leonardo Sciascia ",
è pubblicata a cura  dell’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia.
L'acquaforte è stata impressa a mano da Vincenzo Cosentino
della Associazione Culturale Graficarte in Roma,
su carta Pescia 3030 della cartiera Magnani cm. 43 X 42
in 80 esemplari, numerati da 1 a 80 in numeri arabi, per i Soci ,
10 in numeri romani, e 10 prove d’autore numerate destinate all'artista.

 

 

 

Devi effettuare il login per inviare commenti