Cartella N. 6 - Natale 2000: Stefano Vilardo / Vincenzo Piazza: "Buriana"

Indimenticabili quegli anni Sessanta

Era una piacevolissima, e per me vitale, consuetudine quegli incontri pomeridiani con Leonardo Sciascia, mio amico fin dalla prima adolescenza. E, nell’usare l’espressione verbale ‘vitale’, che potrebbe suonare eccessiva ad orecchie sottilmente educate, non esagero affatto, perché la mia sensibilità malata, i dubbi assillanti, le angosce improvvise, gli avvilimenti che ancora mi amano con immutato ardore - tenaci ragnatele che tanto deliziano la mia divertente esistenza- venivano lacerate e ignominiosamente disperse da quegli appuntamenti quotidiani. Lo scambio di pensieri, anche i più segreti, i suoi chiari, attenti giudizi sui fatti del giorno (come dimenticare la concitata, sgomenta, telefonata che avemmo subito dopo la notizia dell’assassinio del presidente Kennedy), sui libri appena letti, sui films già visti o da vedere, sulla mafia, su certi discutibili uomini politici… mi acquietavano, davano certezze, senso ai miei giorni.

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Titolo: Buriana

Autore: Vincenzo Piazza

Testo di: Stefano Vilardo

Misure lastra: cm 20x20


Ricordo le lunghe passeggiate alla Rotonda, al Redentore, in contrada ‘Piliddi’, a Babbaurra - dalle rocce scoscese vive di fichidindia, di origani, di capperi, rosmarini malve cardi agavi mentastri salvie nepitelle… - non ancora deturpata dal cemento armato, o per la città assolata, deserta, nel primo pomeriggio sonnacchioso, per la lunga pennichella che i nisseni amano fare.
Spesso erano con noi il poeta Alfonso Campanile, figlio del Federale zoppo di brancatiana memoria; il francescano padre Cipriano, francese e innamorato delle teorie di padre Teilhard de Chardin; l’ingegnere D’Angelo, l’onorevole Gino Cortese, il compagno Massimiliano Macaluso dal cuore grande come una casa.
Era dolce la campagna del nisseno in primavera. Le colline, rosse d’argille e di ganghe di zolfo, sconvolte a tratti da lontani, luccicanti agglomerati gessosi dalle enormi groppe seghettate come mostruose pinne di animali preistorici, fremono ancora al vento suadente della nostalgia. I vasti vigneti di uva Italia, coperti dai larghi lenzuoli di plastica, non avevano ancora sostituito la trina vaporosa dei mandorli in fiore, il verde mareggiare delle messi, il sangue acceso delle sulle, dei papaveri. Resistevano ancora e l’orgoglioso pompeggiare dei carrubi, e le oscure luminosità contorte degli ulivi saraceni. Poi…gli enormi marchingegni di scasso e di sconquasso, fecero scempio di tutta quella bellezza.
Certo… molti si arricchirono, ma quanto abbiamo pagato caro quel relativo benessere: Gela, Melilli, Milazzo… e… la piana di Gioia Tauro, un tempo così ricca di giardini, di fresche sorgenti, di una lussureggiante natura, divenuta un deserto di cemento, campo di battaglia delle cosche più aggressive.

Fu in quegli anni che sfruconammo mezza Sicilia in cerca dei suoi tesori più nascosti: musei, scavi archeologici, marmi, statue, cornici, stucchi, ceramiche, scritte, disegni, graffiti dimenticati nei labirinti polverosi di chiese e chiesuole, palazzi aviti e castelli diruti, carceri e sacrestie. Visitammo luoghi impensabili, posti sconosciuti dove aveva perduto, così come si dice, le scarpe nostro Signore.
Ma non di sole chiese e musei eravamo in cerca, ma …anche di poeti scrittori pittori grafici incisori, e… della cucina popolare più saporita: dal macco con i finocchietti di montagna, allo spezzatino di musetto di vitello. Dalla bottarga più briosa, alle scatolette di tonno all’olio estravergine d’oliva di Porticello. Dalle costolette di maiale, deliziosamente ripiene, alla salsiccia, alla gelatina di piedini e di testina di maiale che gustammo a Chiaramonte Gulfi, in una trattoria dove un grande piatto di ceramica, festosamente decorato, gridava ai quattro venti che lì, in quella trattoria, che si apriva in un fiato su una vertiginosa galoppata di monti e di colline, si magnificava il porco. Dalla zuppa di pesce dei fratelli Bandiera nell’isola di Ortigia, alle stigliole di capretto imbottite della sua stessa tenera coratella, che, nella giusta stagione, si possono trovare nelle trattorie di alcuni paesi dell’agrigentino e del nisseno. Dalle collerelle di Delia, profumate di vino e di cannella, ai taralli al limone di Racalmuto, ai cannoli di Piana degli Albanesi, agli immani ravioli, dal cuore di dolcissima ricotta, di Caltanissetta. Immani li definì Camilla Cederna, alla quale ne avevo offerto un assaggio, per la loro spropositata grossezza.
Fu così che conoscemmo il giovanissimo - un ragazzo quasi - pittore Giuseppe Tuccio. Ce ne aveva parlato «ccu la scuma ’nna vucca», con la bava alla bocca, cioè (così come da noi si dice per cantar le lodi di qualcuno), il celebre scultore e ineffabile, divertentissimo maldicente, Marino Mazzacurati. Bruno Caruso ne raccolse battute e battutacce in un delizioso e spassosissimo libretto, ahimè, oramai da tempo esaurito.
Andare da Caltanissetta a Gela negli anni Sessanta, non era una cosa da niente: strade malandate, tornanti da capogiro, buche traditrici che sembravano messe apposta lì, dove il pericolo si faceva più vivo, da qualche maligno burlone che amava divertirsi alle spalle degli intrepidi automedonti che si azzardavano a viaggiare per quelle, che altri ostinati burloni si incaponivano a chiamare strade statali.
E se poi a guidare la Seicento, che ci portava da Caltanissetta a Gela, era un giovin signore, pieno di vita e di temperamento, come l’amico Massimiliano Macaluso, che instancabilmente concionava aiutandosi, nei momenti più intriganti del suo discorso, anche con le mani, lasciando che la Seicento se la sbrigasse da sola su quel budello dissestato, lo spasso era assicurato. Il nostro carissimo Massimiliano era un comunista sfegatato, cocciuto e intransigente, ma attento ai problemi della povera gente, straccioni e pitocchi delle più miserabili periferie dell’universo mondo. Dei cosiddetti perdenti, come oggi, americaneggiando, si usa dire mandando a quel paese i Vangeli e l’altissima poesia del Discorso delle beatitudini.
«Anche lo stesso Cristo era un perdente», amava dire.
Tuccio era un ragazzo d’una estrema timidezza…Gli occhi chiari, innocenti e tristi come quelli dei carusi che andava disegnando. Silenzioso e attento, s’era appallottolato come un riccio impaurito sull’unica poltrona a conchiglia dello studio. Non sarebbe stato facile forzare quella scorza salutare di isolana diffidenza. Ma ci riuscì con facilità estrema Leonardo Sciascia: i suoi silenzi, quei timidi sorrisi appena accennati, conquistarono quello strano, ispido ragazzo. Ma quanta intelligenza sprizzava da quell’impercettibile strizzar d’occhi, da quegli sguardi colmi di umana accettazione, da quelle secche parole che chiarivano, invitavano alla confidenza, apprezzavano quel lavoro, davano atto al Mazzacurati del suo felice giudizio.
Al sovrabbondante e un po’ retorico nostro cicaleccio, Sciascia opponeva lampi di sagace ironia.
Tuccio intanto andava affastellando, con scatti nervosi, cartelle su cartelle e ci mostrava con mani incerte i suoi fogli: pastelli ad olio, chine, crete colorate: una miriade dolorante di bambini e bambine dai volti sghembi, tirati, impauriti, impietosamente sformati dalla fame, dalla miseria.
Per poche lire ne comprammo alcuni, altri il pittore ce li regalò. Nacque così un’amicizia che, con immutata simpatia e stima, dura tuttora.
In quegli anni in casa di Leonardo, conobbi Ferdinando Scianna, giovanissimo fotografo di Bagheria. Un ragazzo che, a differenza di Tuccio, sprizzava gioia e allegria da ogni poro della pelle. La sua voce, festosa e scoppiettante come una ‘maschiata’ (come un rosario di castagnole, cioè) ti intrigava, impetuosamente ti travolgeva, ti rendeva partecipe della sua contentezza. «Quel ragazzo - amava dire Sciascia, sempre felice della sua presenza- da solo riempie una casa».
Fu allora che l’editore De Donato pubblicò Feste religiose in Sicilia; testo di Leonardo Sciascia, fotografie di Ferdinando Scianna. Un libro che aiutò il falchetto a spiccare il volo che lo avrebbe portato a solcare i cieli della terra.
Tra le mie carte, insieme a quelle di Leonardo, conservo con molta cura due lettere di Ferdinando. Una, del 1964, accompagna una sua foto che mi riprende a un balcone di casa mia. Come affatturato il mio sguardo si perde tra una fitta trama di eucalipti e di pini che ancora ricoprono un aspro scoscendimento del monte San Giuliano: il Redentore che domina l’intera vallata sottostante. L’altra -per ringraziarmi del libro Uno stupido scherzo- mi stupì per la sua capacità di percepire emozioni, turbamenti, umori ‘luciferini’ (che altri non avevano manco lontanamente avvertiti) di simpaticamente scarruffare i recessi più segreti della mia mente.
Aveva, Leonardo, la invidiabile facoltà di amicare fra loro le persone a lui più care. E’ così che ho avuto la ventura di diventare amico degli scrittori Melo Freni, Sebastiano Addamo, scomparso, ahimè, da alcuni mesi, e… di Enzo Consolo, l’allora giovane autore de La ferita dell’Aprile, che è per me il suo libro più fresco, più sapido, più divertente e nello stesso tempo dolorosamente consapevole del tragicomico destino che un beffardo demiurgo ci ha riservato. E che lingua frizzante, briosamente barocca, ciancianante come torrente di montagna, usa l’autore per portarci con passo leggero al tragico epilogo.
Allo stesso modo sono diventato amico di Renato Guttuso, di Tono Zancanaro, di Bruno Caruso, di Leonardo Castellani… e… di Vladimir Makuc, l’incisore istriano che amava il paesaggio carsico, il grigiore del pietrame, i colori terrei, argillosi, ferruginosi della sua terra.
Aveva un debole, Leonardo, per gli incisori jugoslavi. Lo divertivano i mostri di Jaki, i muretti a secco di Gliha. Per Jaki curò personalmente uno dei «quaderni di Galleria».
Se alle pareti del mio studio sono attaccate diverse incisioni di Makuc, Jaki, Gliha, lo devo all’amichevole prodigalità di Leonardo.
Indimenticabili quegli anni Sessanta a Caltanissetta. Vi ho conosciuto pittori che avrebbero meritato ben altra fortuna: Santo Marino, Totò Amico, Oscar Carnicelli, Andrea Vizzini, Giuseppe Caldarella, per citarne alcuni a noi più vicini.
Come dimenticare gli inchiostri di Totò Amico: quei cieli di fuoco, quegli ulivi contorti difesi da ghirlande (giurlanni in siciliano) di pietra viva rozzamente intagliata, i muri corrosi dal tempo e dall’incuria dell’uomo. Come dimenticare la violenza espressiva di Oscar Carnicelli, o le agavi carnose e lascive come l’urlo di una oscenità, di Pino Caldarella, o i paesaggi pastosi dai colori accesi di Santo Marino: il sangue dei prati, i tetti sbilenchi delle case, le sue figure dai volti induriti da una fatica trascinata in millenni di arbitrii, e di soprusi, chiuse in una solitudine estrema. Quei volti di donne arati dagli anni e dalle gravidanze indesiderate, serenamente rassegnati.
«La solitudine, una solitudine profonda è nei suoi personaggi, nelle sue figure: la solitudine dell’uomo negli assorti momenti della natura, nei sospesi silenzi; la solitudine che fa serena la mente, acuti i pensieri; la solitudine in cui Lawrence vede l’uomo siciliano acquistare ‘qualcosa della noncuranza ardita dei greci’», come scrisse Leonardo Sciascia in un quaderno di «Galleria» (il n° 60, se non erro) che dedicò al pittore.
Furono gli anni in cui un coraggioso e intraprendente giovane editore, Salvatore Sciascia, con intelligenza e impegno finanziario non indifferente, spingeva la sua Casa Editrice verso traguardi allora inimmaginabili per un’impresa isolana.
La rivista «Galleria» e i suoi quaderni, entrambi diretti da Leonardo Sciascia, erano i suoi fiori all’occhiello.
Nei «Quaderni» avevano già pubblicato Pier Paolo Pasolini, Dal Diario; Angelo Romanò, Un giorno d’estate; Roberto Roversi, Poesie per l’amatore di stampe; Francesco Leonetti, Arlecchinata. «Si profilava così - scrive Sciascia- nei primi ‘quaderni di Galleria’, il gruppo da cui doveva venir fuori la rivista “Officina”, la sola, a conti fatti che abbia avuto un senso e un ruolo nell’Italia soffocata dal grigiore democristiano post 1° Aprile 1948.»
Tre volumetti l’anno d’autori che avrebbero fatto parlare di sé le patrie lettere e le più prestigiose riviste di arti figurative.
Anni in cui «mi pare di aver vissuto - per finire ancora con un pensiero di Leonardo- una lunghissima vita e che la felicità di allora sia come il ricordo di un altro me stesso; un lontano e remoto me stesso, non il me stesso di ora. Eravamo davvero così giovani, così poveri, così felici ?».
A Sciascia, di certo, sarebbe piaciuto il giovane incisore Vincenzo Piazza, che, negli attenti silenzi, nell’azzardo di un sorriso, nella serietà dell’impegno, mi sembra un poco gli somigli.
E certamente gli sarebbero piaciute le sue acqueforti che, per il rigore e la nettezza della pagina ricordano l’urbinate Leonardo Castellani.
Tra luce e ombra, la preziosa morsura dei bianchi, dei grigi, dei neri, su cui spicca la briosa trina degli alberi, i floreali ricordi dei giardini: «La visita», «Oltre il giardino», «La terrazza», «La casa dei Roccaverdina», per ricordarne alcune per me tra le più pregevoli.
Perizia tecnica e fantasia. Poesia, direi, se, con occhi fanciulli, si guardano le acqueforti «Mandorlo in fiore», «La pergola», e l’arioso svolazzare delle lenzuola, la guizzante trama delle saette di «Buriana», la superba acquaforte che arricchisce questa cartella.
«E’ l’impalpabilità il cruccio di Vincenzo Piazza. Nel senso che la visione, peso specifico del sogno, si intride, quasi in un soffio, della realtà», come scrive il poeta Aldo Gerbino - e meglio non si poteva- in «Contro vento», catalogo che accompagna alcune mostre del nostro incisore.

Stefano Vilardo
Cefalù, 30 agosto 2000

 

NOTA BIOGRAFICA E CRITICA SULL'ARTISTA 

Vincenzo Piazza, nato a Catania il 30 marzo 1959, compie gli studi universitari di Architettura a Palermo, dove oggi vive e lavora. L’avvio dell’attività artistica è segnato dall’interesse verso le tecniche dell’incisione che inizia a praticare nel 1985, anno a cui risale la prima delle numerose mostre collettive in varie città italiane e estere. Frequenta quindi i corsi di calcografia e litografia presso l’Accademia Raffaello di Urbino e nel 1987 la sua prima personale viene allestita dalla Galleria Tasso di Bergamo. E’ presente nel «Repertorio degli incisori italiani» del Gabinetto delle Stampe di Bagnacavallo. Ha realizzato edizioni d’arte con INClub, MAVIDA, Il Girasole. Nel 1998 ha ottenuto, alla prima edizione del Premio Leonardo Sciascia amateur d’estampes, la segnalazione della giuria per l’incisione oggi presente in questa cartella.

 

E’ al dio della leggerezza che Vincenzo Piazza sembra costantemente fare omaggio. Nelle sue opere più chiaramente sognate, e perfino in quelle dove cose e luoghi vengono raffigurati con calligrafica precisione, la levità del segno si sposa con un’atmosfera talmente magica da rendere tutto poeticamente irreale.

Remo Palmirani


L’artista è solo, forse per timidezza, forse per misantropia. Sfugge anche all’incontro con sé stesso e si tiene sempre fuori dai suoi scenari. Li osserva, ma si sente che non vuole esserci. Tutto questo rende le sue opere silenziosamente malinconiche e conferisce loro una vena di sottile poesia.

Egisto Bragaglia


…pian piano si è insinuato nelle lastre di Piazza il senso di un magico realismo, di una romantica svagatezza mediterranea che gli ha fatto prima abbandonare qua e là nell’immagine rose, sedie, camici, altri oggetti semplici ma di tono misterioso, poi lo ha spinto a soffiarvi sopra vento, a scompigliarli, per far volare quei personali simboli poetici ve so l’incerto dell’universale comprensione…

Nicola Arnoldo Manfredi

 

COLOPHON

L’acquaforte originale su zinco contenuta in questa cartella, sesta della serie «Omaggio a Leonardo Sciascia», è pubblicata a cura dell’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia. L'acquaforte di cm. 20 x 20 è stata impressa su torchio a mano dallo stesso artista, su carta Graphia della Cartiera Sicars in 100 esemplari di cui 90 in numeri arabi, destinati ai Soci, e 10 in numeri romani, riservati all’artista.

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