La lettera. Al signor Nando Dalla Chiesa (a proposito di due articoli sull'"Unità" )

Signor Dalla Chiesa, nel sua articolo apparso sull’ “Unità” del 23 gennaio scorso lei, interloquendo a distanza con Leoluca Orlando, torna incidentalmente sul “caso – chiamiamolo così – Sciascia e i professionisti dell’antimafia”, riflettendo che “sembra quasi di trovarsi di fronte a un atto di fede da recitare compunti: Sciascia disse cose giuste”. D’accordo con lei: atti di fede non se ne recitino innanzi a nessuno; e chi proprio non potesse farne a meno, andasse in un qualsivoglia luogo di culto. Il discorso diventa meno semplice quando lei rivendica la “coerenza e la memoria di ciò che siamo stati”.

D’accordo pure, infatti, sulla rivendicazione della memoria: cosa che ha tanto più valore oggi, e tanto più onore le fa, in un tempo in cui si assiste a sinistra alla disinvolta riscrittura non solo della propria storia politica, ma, quel che è peggio, anche di quella di centinaia e centinaia di migliaia di persone, da parte di politici di rango, di certo non arrivati ora alla politica, i quali, perfino con la pretesa di essere presi sul serio e creduti, ci raccontano di non essere mai stati comunisti: quasi che il passato, a evidente confusione dei concetti di errore e colpa, fosse qualcosa non da riconsiderare criticamente, e semmai superare, ma di cui vergognarsi. Più difficile mi rimane, però, essere d’accordo con lei quando la mette in termini di coerenza. Sì, perché se lei intende per coerenza la riaffermazione delle proprie posizioni passate, cioè, nello specifico, la riconferma delle critiche allo Sciascia dell’articolo del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia, nel modo in cui ha ritenuto di poter fare nel suo articolo apparso sull’Unità del 4 gennaio u.s., allora non posso non esprimere tutta la mia delusione per la qualità di quel suo intervento, né posso esimermi dal porle qualche domanda. E non pensi che ritornare su quel suo articolo di inizio gennaio sia ormai fuori tempo: in fondo è lei stesso ora a chiedere, sulla base dell’evidente presupposto che le sue critiche a Sciascia siano da considerarsi ben argomentate e chiare, di dirle dove stanno le cose giuste in quell’articolo di venti anni fa, e dunque mi proverò – anche se dovrò essere un po’ lungo (e di questo mi scuso anticipatamente) – a cercare di dimostrarle che se quello è il modo di essere coerenti nell’ostinarsi a rigettare quella sortita di Sciascia, e a non vederne il giusto, allora non vale la pena, allora meglio, molto meglio, l’incoerenza di Orlando e Tano Grasso.     

Primo. Signor Dalla Chiesa, lei apre il suo articolo del 4 gennaio ricordandoci che il 25 giugno del 1992 Borsellino, in occasione di un pubblico incontro tenutosi  presso la Biblioteca comunale di Palermo, a proposito dell’assassinio di Falcone ebbe a dire che “tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia.” Bene, e allora? Non è lei sfiorato dall’ipotesi che anche a Borsellino sia potuto capitare di dire, per una sola volta almeno nella vita – e quel 25 giugno può ben essere stata quella volta – una qualche sciocchezza, per quanto retoricamente ben confezionata? Oppure quel giudizio deve essere necessariamente considerato vero, credibile, e accettabile, per il solo fatto di essere stato formulato da Borsellino? Guardi che far derivare la verità di una affermazione dalle caratteristiche morali del formulante (perché questo è il suo “ragionamento”implicito: lo ha detto Borsellino, quindi non può che essere così) significa, per quanto indubitabili, come in questo caso, dette qualità morali siano, cadere in una elementare fallacia argomentativa: si chiama argumentum ad hominem. Le chiedo troppo se le dico di aspettarmi da lei argomentazioni più serrate e stringenti?

Secondo. A nulla vale, sul piano dell’analisi di quanto detto allora da Borsellino, la considerazione che le mille persone lì presenti ebbero ad accogliere quelle parole con “un lungo applauso, le lacrime agli occhi e la pelle d’oca.” Voler argomentare in tal modo la verità di quelle parole, per appoggiarsi poi ad esse e farne strumentalmente derivare la riaffermazione della bontà del proprio giudizio negativo sull’articolo di Sciascia, equivale ad aggiungere fallacia argomentativa a fallacia argomentativa: si chiama argumentum ad populum: una proposizione può ben essere considerata vera da duemila persone e pur continuare ad essere nel suo contenuto falsa, almeno fin quando si sia disposti ad accettare che il ragionare non debba per forza inchinarsi innanzi alla retorica e ai sentimenti.

Terzo. Lei, signor Dalla Chiesa, ci ricorda che di quella serata esistono le registrazioni, e questo credo sia vero. Esistono, però, anche le raccolte delle vecchie annate dell’Unità, sul cui numero del 13 agosto 1991 si può ancora leggere un’intervista, rilasciata a Saverio Lodato, nel corso della quale Borsellino dice: “Intanto, a mio parere, Sciascia era molto preoccupato di un fenomeno che in quel momento si era verificato. L’antimafia era qualcosa che politicamente rendeva, e conseguentemente, accanto a coloro che cavalcavano quella tigre perché ci credevano c’erano anche molte persone che la cavalcavano per tornaconto individuale. Lui intese indicare questo fenomeno all’opinione pubblica come esecrabile. Il suo intervento ebbe quantomeno il merito di stroncare molte carriere di politici che stavano salendo su quel carro con molta disinvoltura.” Come se questo non bastasse aggiungeva, a proposito dell’anzianità quale criterio di promozione dei magistrati:  “Questo criterio lo rimuoverei al più presto, sapendo bene che in magistratura è stato sempre un totem, un qualcosa che alla fine tutela tutti. [… ] Ma il fatto è che Sciascia su questo aspetto di sostanza aveva visto giusto.”  E, ancora più chiaramente, a proposito della sua stessa nomina suggellava: “So bene che la mia nomina è stata motivata arrampicandosi sugli specchi.” Allora, signor Dalla Chiesa, cosa vogliamo fare? Continuare a prendere ognuno il Borsellino che al momento più ci fa comodo? Non sarebbe meglio rinunciare alla pretesa di dimostrare la bontà del contenuto delle proprie critiche a Sciascia ricorrendo al risibile espediente di ricordarci che pure Borsellino aveva detto che…? (sarebbe l’ennesima fallacia argomentativa: si chiama argumentum ad verecundiam; e non dica ora che sto esagerando se insisto su questi profili del suo discorso: sto solo ponendo una questione di pulizia del ragionamento e di qualità del dibattito). Esagero se mi aspetto da lei un’analisi più rigorosa, e più aderente al suo contenuto, di quell’articolo di Sciascia, lasciando per un poco da parte quello che altri, magari in un momento di lucidità appannata dall’emozione, abbia potuto su di esso dire?

Quarto. Non ho nessuna difficoltà ad ipotizzare che quell’articolo possa rappresentare il punto più basso di tutta la produzione letteraria, saggistica e giornalistica di Sciascia: anche a lui sarà potuto capitare, magari per una sola volta nella vita – e quel 10 gennaio 1987 può ben essere stata quell’unica volta – di scrivere qualche, ancorché grave, sciocchezza. Quello che però non mi convince è l’ostinazione a circoscrivere, impoverendola pure, la polemica al solo Sciascia. Quell’articolo infatti prendeva le mosse da quanto avvenuto in sede di CSM in occasione della discussione sfociata nel conferimento a Borsellino dell’ufficio direttivo di procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala; e allora, una volta preso quell’abbrivio, perché non si chiede esplicito conto del proprio operato anche a chi nel CSM ebbe a prendere la parola – lo si può leggere, solo ad averne voglia, sul Notiziario straordinario, n.17, 10 settembre 1986, del CSM: oltre alle registrazioni di pubblici eventi, e alle raccolte delle vecchie annate dell’Unità, esistono pure le raccolte del Notiziario del CSM: sono lì, basta compulsarle – per esprimere “perplessità sul metodo seguito dalla Commissione [Uffici Direttivi], che, procedendo ad una valutazione comparativa dei magistrati al di fuori delle fasce di anzianità, ha improvvisamente cambiato i criteri fin qui seguiti e, inoltre, ha finito in pratica per privilegiare i magistrati che godono di maggiore notorietà a livello nazionale”? E, ad essere ancora più chiaro, aggiungeva lo stesso consigliere: “Elementari criteri di buona amministrazione dovrebbero invece indurre all’applicazione delle regole vigenti […] L’aspirante proposto dalla Commissione [cioè Borsellino], in realtà, dovrebbe essere preferito se appartenesse alla stessa fascia di anzianità di coloro che lo precedono …”. Bene, perché si continua a polemizzare solo con Sciascia?  Forse perché le istituzioni sono meno importanti della terza pagina del Corriere della Sera? O forse perché si tratterebbe di chieder conto del proprio operato, delle cose dette, e dei voti dati (anzi, non dati: perché in quella occasione alla fine pilatescamente si astenne; maggiore coerenza dimostrerà quando, due anni dopo, sempre in ossequio al criterio dell’anzianità, si tratterà di votare per Meli), ad una “compagna” mandata poi a rappresentare il popolo italiano a Strasburgo sotto le insegne dei DS e a suon di voti di elettori DS, compreso magari il voto di tanti che ancora oggi sono indignati con Sciascia? Eppure lei, signor Dalla Chiesa, chiude il suo intervento chiedendo se per caso qualcuno non debba chiedere scusa a Borsellino: pretendo troppo se la invito ad essere più esplicito, ad essere meno reticente e fare nomi e cognomi, e a rendere il quadro di quella vicenda meno evanescente e più preciso e netto?            

Quinto. Lei lamenta che allora “il problema furono gli sciasciani di palazzo, e che Palazzo”, e chiosa che “a loro, e a chi diede loro un aiuto insperato, è difficile oggi chiedere scusa”. Vorrei poter concordare con lei che a costoro non va chiesta nessuna scusa, ma il fatto è che, se non interpreto male le sue parole, lei intende alludere proprio a Sciascia, facendone addirittura la causa dello “strenuo boicottaggio” cui fu oggetto Falcone nel CSM; e allora, se così è, ancora una volta il suo modo di procedere poco mi convince. Perché se si riferisce alla decisione presa dal CSM nel gennaio 1988, allorquando, bocciando la candidatura di Falcone per il conferimento dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo, esso procedette alla nomina di Meli, allora non ho che da invitarla a leggere – sempre che continui ad averne voglia – il Notiziario straordinario, n.3, ottobre 1988, del CSM, così potrà farsi persuaso del tenore delle argomentazioni circa il problema di come “opportunamente integrare tra loro” i criteri legali e regolamentari di, nell’ordine, anzianità, attitudine e merito. Dopodiché, a lettura ultimata, mi potrebbe spiegare, signor Dalla Chiesa, come fa a porre il nesso causa-effetto tra quell’articolo di Sciascia e la bocciatura della candidatura Falcone? (e lasciamo stare il passo successivo, il nesso, che pur è stato posto, tra quell’articolo e “l’inizio della morte di Falcone”, trattandosi di una mera sciocchezza che, per quanto di fine fatta retorica e autorevolissima formulazione, non merita attenzione).  Può farmi capire come fa a ritenere che il precedente di quella bocciatura sia stato posto dall’articolo sui professionisti dell’antimafia, e non invece tecnicamente dagli argomenti contrari all’accantonamento del criterio dell’anzianità a suo tempo apportati alla discussione per l’attribuzione dell’incarico di procuratore della Repubblica di Marsala dai vari consiglieri D’Ambrosio, Paciotti, Borrè, Tatozzi, Suraci, ecc.? E ancora, a voler continuare a vederla dal suo punto di vista: veramente lei vuole farmi credere di non avere nulla da dire su quei quattordici consiglieri che votarono per Meli contro Falcone, e che per lei il problema sta tutto lì, in quell’articolo di Sciascia? Veramente a lei basta così tanto mettere in luce le responsabilità di Sciascia al punto da arrivare a lasciare in ombra quelle, per esempio, dei consiglieri di Magistratura Democratica che, Gian Carlo Caselli escluso, votarono per Meli e non per Falcone? Sono troppo malizioso se arrivo a domandarle se per caso non si stia per l’ennesima volta – sì, per l’ennesima volta, perché lo stesso è gia successo e continua a succedere, altro che scripta manent, ogni qualvolta si discute di Sciascia e terrorismo, Sciascia e BR, Sciascia e sequestro Moro, e gli si attribuiscono posizioni che non sono le sue ma di altri: ma questa è un'altra storia – utilizzando, anche da parte sua, signor Dalla Chiesa, il nome di Sciascia come foglia di fico per coprire le altrui vergogne?  

Sesto ed ultimo. Fino ad ora ho cercato di muovermi, anche se le mancanze e le  molte incongruenze del suo discorso mi sono state di inciampo, sul suo stesso terreno, quello cioè di una decisione del CSM, la bocciatura della candidatura Falcone, assunta come assolutamente da biasimare, come un passo indietro rispetto alla lodevole nomina di Borsellino; ma lo è veramente? Come poco fa ricordato lei parla di “aiuto insperato” dato da Sciascia con l’articolo del 1987 agli sciasciani di palazzo (anzi, “Palazzo”, pasolinianamente con la maiuscola: neanche questa ci ha risparmiato!), aiuto funzionale, a suo dire, alla nomina di Meli. Ma così dicendo, cosa intende? Che il rispetto delle leggi e dei regolamenti – non dei criteri di questo o di quello, non dei criteri del primo che salti su e pretenda l’immediata applicazione delle proprie norme in forza di una superiore morale, ma legali e regolamentari – dovesse essere accantonato nel nome della lotta alla mafia senza, per giunta, che nessuno potesse azzardarsi a sollevare il problema? Se lei intende questo, allora lo dica ad alta voce, non se ne vergogni: in fin dei conti, cosa che credo le sia di conforto, si troverebbe in buona e autorevole compagnia: pensi che un ragionamento del genere giunse a farlo addirittura la Corte Costituzionale quando venne chiamata a discutere le eccezioni di costituzionalità sollevate avverso alcune norme della legislazione antiterrorismo (sentt. n. 87/1976, 88/1976, 1/1980). Poi, però, potrebbe spiegarmi cosa intende per stato di diritto, sempre che per lei questa espressione abbia un senso? O quello del corso che nel nostro paese ha, o dovrebbe avere, la nozione di stato di diritto è un tema che anche a lei, come a molti – lo abbiamo potuto constatare, ancora una volta, di recente con quel moto di simpatia generalizzata nei confronti di una coppia che aveva ben pensato di risolvere i propri problemi di adozione procedendo, in violazione di leggi nazionali ed accordi internazionali, col “mettere al sicuro” la “sua” bambina – rimane estraneo? Se così fosse, si troverebbe non solo in buona e autorevole compagnia, ma pure in una compagnia affollata, anche se non sempre in lacrime e con la pelle d’oca; e, cosa più importante, ci darebbe qualche indicazione, sebbene ancora insufficiente, totalmente insufficiente – ma continuo a credere che lei sia in grado di essere più esaustivo e convincente – sul perché a venti anni di distanza quell’articolo di Sciascia  ancora le provoca tali mal di pancia e una tale preconcetta chiusura.


Enzo Emanuele
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