Il vero e il falso Moro, Leonardo Sciascia, i detrattori di allora, gli "smemorati" di oggi

IL VERO E IL FALSO MORO, LEONARDO SCIASCIA, I DETRATTORI DI ALLORA, GLI "SMEMORATI" DI OGGI. A PROPOSITO DI GOTOR E NON SOLO...

Di Valter Vecellio

L'esperienza insegna che non ci si deve stupire e che anche l'evento più incredibile si può verificare, e tuttavia non si può nascondere che in questi giorni si è stati afferrati da un senso di meraviglia - sgomenta meraviglia, beninteso - nell'assistere a uno sconcertante ribaltamento ed occultamento della verità.

In occasione del trentennale del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione della sua scorta, si è scritto e detto di tutto, e di tutto si è potuto leggere e ascoltare; sono stati pubblicati libri, alcuni interessanti e di utile lettura; i giornali hanno dedicato i loro supplementi alla vicenda, sono stati ascoltati testimoni e protagonisti dell'epoca; e va benissimo: c'è un dovere della memoria.

 

Sono stati anche pubblicati numerosi libri. Pochi aggiungono qualcosa di nuovo e di interessante; qualcuno schizza veleno. Si prenda, per esempio, Aldo Moro, lettere dalla prigionia a cura di Miguel Gotor (Einaudi, pagg.400 17,50). Vi si può leggere che Sciascia "elude un confronto con i testi e con le condizioni materiali e storiche in cui essi furono prodotti...sottile pseudorigore filologico che gli consentiva di condannare moralisticamente la violenza brigatista e al tempo stesso di blandirla...Sciascia non aveva alcun interesse nei riguardi di Moro come persona, ma si schierava in prima fila nella battaglia sull'autenticità dei suoi scritti dalla prigionia, perché il tema gli consentiva di indossare i sempre comodi e seducenti panni dell'antipotere istituzionalizzato, del moralista indignato, dello straniero in patria, alla ricerca spasmodica di un ruolo di intellettuale civile che potesse occupare lo spazio pubblico lasciato vuoto da Pier Paolo Pasolini, di cui però gli mancava il fervore...".

Fermiamoci qui. E' appena il caso di osservare che critiche così violente - e immotivate - non erano state scagliate neppure nei momenti caldi della polemica che aveva investito Sciascia, quando il pamphlet era fresco di stampa.

Quel che Gotor mostra di non comprendere è che Sciascia dalla vicenda Moro era stato segnato: "Mi ha fatto scrivere", annota sul Corriere della Sera, "un libro in cui, come ha detto un critico francese, ho ridato a Moro la parola che i suoi gli avevano tolta: i suoi amici, i suoi compagni in ortodossia e in ortodossie...".

Ridare a Moro la parola che i suoi amici e sodali gli avevano tolto. Questo l'imperdonabile "reato" di cui si è macchiato Sciascia. Non perdonabile ieri; non perdonabile, evidentemente, anche oggi...

A Le Nouvel Observateur Sciascia spiega:

"Aldo Moro morendo, nonostante tutte le sue responsabilità storiche, ha acquistato una innocenza che rende tutti noi colpevoli, anche me. Sono rimasto molto scosso dalle sue ultime volontà, che mi rammentano quelle di Pirandello. Il fatto è noto...Pirandello era fascista, ma ha voluto essere sepolto completamente nudo per paura che lo vestissero con la divisa fascista, come avevano allora l'abitudine di fare per i dignitari del regime. Morendo Aldo Moro si è, per così dire, spogliato della tunica democristiana. Il suo cadavere non appartiene ad alcuno, ma la sua morte ci mette tutti sotto accusa".

A Panorama Sciascia affida una riflessione-auspicio, chiarissima spiegazione di quel che tuttavia Gotor mostra di non aver compreso:

"...L'Affaire Moro è letteratura e spero sia buona letteratura, di quella che fa sentire la verità".    

Può aiutare a capire un libro recentemente pubblicato, "L'uomo che non c'è": un lungo colloquio di Claudio Sabelli Fioretti con Francesco Cossiga, (Aliberti, pagg.155, 14 euro). Libro interessante e per tante ragioni; dev'essere per questo che se ne è parlato e se ne parla pochissimo. Qui interessa quello che si può leggere a pagina 72 e seguenti:

Cossiga: "Tutti dicevamo leggendo le sue lettere: è lui o non è lui? Io ho detto, sbagliando, che non era lui. E me ne pento. Era lui. Era lui e aveva capito come stava andando a finire. Quella frase ("Il mio sangue ricadrà su di voi", ndr.) non era una maledizione, perché lui era profondamente cristiano e non malediva nessuno. Era una preveggenza".

Sabelli Fioretti: E' pentito?

C.: "Sicuramente".

S.F.: Quand'è che si è convinto a dire che si era sbagliato?

C.: "Tre o quattro anni dopo".

S.F.: Se avessero rapito Cossiga, Moro sarebbe stato per la trattativa?

C.: "Assolutamente sì".

S.F.: Che cosa succedeva quando arrivavano le lettere di Moro?

C.: "La prima lettera era indirizzata a me e mi fu portata da Rana. Lui mi disse che gli avevano telefonato i brigatisti che gli avevano indicato il luogo di ritrovamento. Ma io sono convinto che fin da quel momento era iniziata l'attività di un personaggio al quale noi non avevamo pensato. Noi avevamo messo sotto controllo tutti i telefoni possibili, amici, parenti, tutti. Ci sfuggì il viceparroco don Antonello Mennini, figlio del vicedirettore generale dello IOR. Io credo che le BR gli abbiano permesso di recarsi nel covo per incontrare e confessare Moro; almeno lo spero. Anche se Moro non ne aveva certo bisogno!".

S.F.: C'è una frase di Moro abbastanza singolare: "Se tu Francesco, potessi raggiungermi, e se io ti potessi parlare, ti convincerei". Sembra un messaggio...".

C.: "E dice una cosa. Che io sono intelligente e bravo ma debbo essere guidato. Perché sono plagiato da Enrico Berlinguer".

S.F.: Moro cercava di stimolare il suo orgoglio...era un invito...vieni...".

C.: "Ma mi sembra impensabile che il ministro dell'Interno potesse entrare in un covo delle BR".

S.F.: Moro ha scritto tante lettere...".

C.: "Scrisse due lettere anche a una sua studentessa dell'alta borghesia che si era innamorata di lui. In un primo tempo le nascosero. Sono saltate fuori dopo. La famiglia ha fatto una cosa miserevole: un comunicato ANSA per dire che questa ragazza non c'entrava niente. Io ero furibondo...questa povera ragazza che gli aveva voluto bene e con la quale non c'era stato nulla. Lei gli aveva spesso messo a disposizione il salotto di casa sua dove lui faceva la cosa che gli piaceva di più: incontrare gli studenti".

S.F.: In questa lettera che cosa le diceva?

C.: "La salutava, la ringraziava per l'affetto che aveva avuto per lui".

S.F.: Qual è stata la cosa che l'ha convinta che don Antonello aveva visto Moro?

C.: "La serenità con cui si sentiva che ha affrontato la morte. Era la serenità di uno che si era confessato, che era a posto con Dio. E poi c'è quel problema della borsa, delle carte che lui ha chiesto: qualcuno deve avergliele portate. Il giorno dopo che Moro fu ucciso don Mennini, il prete, da sacerdote diocesano è entrato, di autorità, nella carriera diplomatica. Ed è stato fatto partire segretamente per la nunziatura del Congo. Adesso è vescovo".

S.F.: E anche il fatto che Moro sapesse che Misasi non era sulla lunea della fermezza...".

C.: "Misasi aveva esposto i suoi dubbi a non più di quattro di noi. Qualcuno di questi quattro lo disse alla famiglia Ma come fece la famiglia a farlo sapere a Moro?".

S.F.: Altri indizi?

C.: "Una delle figlie andò da un amico magistrato a chiedergli se fosse disposto a fare l'avvocato difensore di Moro nel processo che le BR gli stavano facendo. Il magistrato si disse disposto ma avvertì subito i carabinieri. Si salvò così dai guai che poteva passare".

S.F.: Quante volte ha letto le lettere?

C.: "Le so a memoria".

S.F.: Sapeva che lo avrebbero ucciso?

C.: "Io ero uno dei pochi che capiva che la linea della fermezza avrebbe portato alla sua uccisione. Io da giovane ho letto tutto o quasi Lenin, tutto o quasi Stalin. Le BR erano composte da giacobini-leninisti fuori dalla storia. Io sapevo che loro dovevano essere implacabili. Per loro era assolutamente logico prendere, condannare e ammazzare Moro. Quando io sono andato a trovare Gallinari in carcere, la prima cosa che mi ha detto fu: "Chiariamo una cosa, io sono stato, sono, e rimarrò sempre comunista e lei per me rimane sempre il ministro dell'Interno". Mi disse anche: "Io sono un operaio figlio di contadini, autodidatta, io non sono come quei compagni colti che lei ha incontrato". Intendeva dire Curcio, evidentemente".

Fermiamoci qui. Cossiga dunque riconosce che Moro, quando scriveva, era lui, davvero lui. Cossiga dice di averlo capito tre o quattro anni dopo. C'era chi l'aveva compreso subito, come Sciascia. Intervistato dal quotidiano "La Sicilia" nell'agosto del 1978, dice:

"Delle lettere di Moro bisogna innanzitutto farne una lettura candida. Voglio dire: bisogna prima sgombrare la nostra mente dal pregiudizio - che ci è stato inoculato dai mezzi di informazione che, bisogna dirlo, per tutta la durata della vicenda, si sono comportati come mezzi di regime - dal pregiudizio che Moro non era se stesso, che era diventato un altro Moro: un uomo che aveva perduto il senso dello Stato, stravolto dalla paura di morire. Se si scorre la vita di Moro negli scritti e nelle azioni, viene fuori invece che Moro continuava a essere se stesso nel modo più lineare e assoluto. Si può non essere d'accordo - come io non sono stato e non sono - su quello che Moro pensava della DC e dello Stato; ma dire che nella ‘prigione del popolo' avesse mutato pensiero è una menzogna: malvagia, delittuosa menzogna. E scendo nel particolare: se Moro pensava che lo Stato dovesse piegarsi al ricatto, se lo pensava da prima - e lo conferma Gui - perché non avrebbe dovuto continuare a pensarlo quando oggetto del ricatto era lui?...".

Successivamente, intervistato da "Panorama" (settembre 1978), sulle ragioni che lo avevano spinto a scrivere "l'Affaire Moro", Sciascia ribadisce:

"...Volevo smascherare quello che mi pareva un delitto. Perché Moro è stato ucciso due volte: dalle BR e da coloro che lo hanno negato, che lo hanno disconosciuto, che hanno detto cioè di non riconoscere nel prigioniero delle BR il Moro di prima...quelli che lo hanno negato non possono restare nascosti dietro la ragione di Stato. La ragione di Stato potevano anche difenderla, ma non dicendo che Moro era diventato un altro. Moro era rimasto indefettibilmente fedele a se stesso, a se stesso cristiano, a se stesso, soprattutto, democristiano. Presentarlo come impazzito di paura è stato, cristianamente, umanamente, un delitto...la definizione del presidente della DC come di un ‘grande statista' ripetuta ossessivamente daiu suoi ‘amici' e ripresa in continuazione dai giornali, era pure in funzione mistificante: Moro era stato ‘grande statista', e poi era diventato preda impazzita delle BR. Ma il presidente della DC non è mai stato - se non forse da prigioniero - un ‘grande statista'. E' stato soltanto un grande democristiano".

E ancora, in risposta a Indro Montanelli, che aveva criticato "L'Affaire Moro" (senza averlo letto; ma tanti lo fecero, in quei giorni), sul "Giornale" dell'11 ottobre 1978:

"...Ho sentito religiosamente il dovere di riscattare Moro prigioniero e vittima delle BR dalla vita in cui l'avete relegato. Anche tu, purtroppo. Ed è quello che non capisco. Capisco che questa operazione la facciano i vili. Capisco che la facciano certi cattolici. Capisco che la facciano certi retori. Non capisco che la faccia un uomo libero, un laico in ogni senso laico. Che tu ti sia nettamente posto dalla parte di coloro che non volevano che lo Stato cedesse al ricatto, lo capisco benissimo: e lo dico anche nel libro che sta per uscire. Non capisco però il bisogno di giustificare la tua posizione, in sé legittima, adducendo come controparte il comportamento di Moro...Moro non solo si è comportato coerentemente al suo essere "cavallo di razza", e di razza democristiana; ma non si è comportato vilmente. C'è un fatto semplicissimo da tener presente: quelle sue lettere che tu consideri espressione di viltà non sono dirette ai suoi nemici, ma ai suoi amici: a coloro che corerentemente al loro essere democristiani (e lasciamo stare, per carità, il loro essere cristiani) avrebbero dovuto salvarlo, Per bollare Moro di viltà dovremmo sapere come si è comportato di fronte ai suoi nemici. E nulla ci dice che si sia comportato vilmente. Al contrario, anzi: nei suoi riguardi c'è, da parte delle BR, e ravvisabile nei documenti, una crescita di rispetto...Le lettere sono di un uomo politico e dirette a uomini politici. Non scriveva al Padreterno, né le BR sarebbero state in grado di recapitarle. E di Dio, peraltro, ne parla: serenamente, invocandolo alla disperata impresa di far luce nella mente dei suoi nemici...".

Conviene ora ricordare un brano di un articolo pubblicato da Sciascia sul "Corriere della Sera" del 9 maggio 1980,"Ripensando a quei giorni". Il "pretesto" sono quattro pagine in cui Giulio Andreotti, nel suo "A ogni morte di Papa", parla di Paolo VI e dell'accorata sua partecipazione alla vicenda Moro:

"...Il fatto è questo: il papa ha ricevuto una lettera di Moro, sente di dover fare qualcosa. Scrive il messaggio ai brigatisti, implorando la salvezza di Moro. Ma evidentemente sente che ciò non basta e, il giorno precedente alla diffusione del messaggio, manda monsignor Casaroli da Andreotti: e non soltanto, a quanto ci è dato di capire, per fargli leggere il messaggio. E' facile arguire che desidera che lo Stato italiano faccia qualcosa, che mostri di voler accedere a una trattativa o che addirittura tratti. La lettera di risposta che Andreotti manda il 25 aprile, in un certo senso sollecitata dall'invio di monsignor Casaroli della fotocopia della lettera di Moro al papa, dice chiaramente che il papa qualcosa aveva chiesto al governo italiano. Andreotti, infatti, riepiloga tutte le ragioni per cui lo Stato italiano non può permettersi di trattare. Se il papa non avesse chiesto che si facesse qualcosa, sarebbe stato indelicato da parte di Andreotti farli il riepilogo di principi e situazioni ormai sbandierati da tutti i giornali. Ho usato la parola indelicato proprio perché Andreotti usa la parola delicatezza a giudicare l'azione svolta fino a quel momento dal papa: "Il Santo Padre ha fatto per la liberazione di Moro più dell'immaginabile, con una forza e insieme con una delicatezza che hanno riportato molti di noi agli anni felici dell'Azione cattolica universitaria". Vogliamo tentare di tradurre questo passo brutalmente? Ecco: "Il papa è stato finora molto delicato nei miei riguardi e nei riguardi dello Stato italiano, continui a comportarsi così". E' il caso di dire che hanno campito l'antifona, il papa e monsignor Casaroli...".

Nel già citato libro di Sabelli Fioretti, ad un certo punto, Cossiga trova il modo di dire:

"...Le dirò una cosa alla quale forse lei non ha mai pensato. La politica estera di Andreotti era in parallelo con la politica estera di Casaroli. Apertura all'Est".

Forse, non solo la politica estera, si può dire con il senno di oggi. In una lunga e bella intervista a "Mondoperaio" del dicembre 1979, curata da Giampiero Mughini, Sciascia, dice:

"Non tutti capiscono. E non tutti vogliono capire. L'Affaire Moro, è innanzitutto un libro religioso. Il centro del libro è un sentimento di pietà per quest'uomo solo, tradito, dato per pazzo dai suoi stessi amici: per questo ‘grande statista' che improvvisamente non era più un grande statista".

Merita di essere ricordata una noticina prima pubblicata su "L'Ora" di Palermo (dove Sciascia aveva la rubrica "Coincidenze e incidenze") e poi ripresa nel libro "Nero su nero":

"Una delle lettura più istruttive e sollecitanti che si possono fare in questi giorni è quella del libro di Alessandro Silj, pubblicato da Vallecchi, che s'intitola Brigate Rosse-Stato. Lo scontro spettacolo nella regia della stampa quotidiana. Direi anche delle più divertenti, se la tragedia che deformata vi si specchia non fosse a noi tanto vicina. Letto tra dieci anni o letto oggi da uno straniero, credo possa anche dare irresistibile divertimento,. Silj vi conduce un esame del comportamento di cinque grandi giornali italiani di fronte al caso Moro. Ne viene fuori un quadro allucinante, fatto di tanti elementi che bisognerebbe uno ad uno seguire e analizzare. Ma l'elemento principale, quello che più colpisce e deprime, è questo: che i giornali vengono fatti come se non dovessero essere letti - e cioè sul dato, o sul pregiudizio, o sull'inconscia credenza che il lettore non esista. Che non esista la sua capacità di giudizio, di discernimento, di critica. Il lettore inesistente. Come il cavaliere inesistente di Calvino. Un lettore che ogni mattina fa scomparire il giornale dentro la propria vuota armatura di lettore".

Si potrebbe chiudere qui, con questa amarissima (e attualissima) constatazione. Ma una ulteriore notazione va aggiunta: in quei giorni il Parlamento venne chiuso. Non ci fu alcun dibattito parlamentare, tutto fu delegato ad un ristretto gruppo di persone che operò come operò; non operando, cioè se non per metter bastoni tra le ruote di quanti qualcosa concretamente cercavano di fare qualcosa. Proprio in quei 55 giorni, quando massimamente sarebbe stato necessario che le istituzioni funzionassero, si auto-sospesero, si fermarono. Una "fermezza" da intendere come immobilismo. Furono pochi, pochissimi, in quei giorni a opporsi.

Sui giornali e nelle rievocazioni di questi giorni, neppure un cenno; e nessuna scusa a Sciascia e a quanti furono linciati per aver sostenuto che Moro era lui, non era plagiato o manipolato come invece sostenevano sedicenti suoi "amici". Scuse di cui avrebbe diritto anche il defunto senatore democristiano Vittorio Cervone: "Ho fatto di tutto per salvare la vita di Moro", è il titolo di un suo libro, prontamente oscurato; proprio perché "colpevole" di aver cercato di far di tutto, alle successive elezioni Cervone non fu più ricandidato.

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