Roberto Andò - Notte delle lucciole

 (dal sito web del Teatro India – Teatro di Roma)

Ho conosciuto Leonardo Sciascia in un’età nella quale certi incontri si rivelano decisivi e possono celare, nascosto come un tesoro, il messaggio di cui eravamo, senza saperlo, in attesa. Per me, Leonardo è stato messaggero del senso più alto del vivere e del creare, latore di una missiva essenziale, del piacere della libertà.
Lo ricordo mite e intransigente, misterioso e solido nelle sue ragioni, geniale nei suoi rovelli e implacabile nella ricerca di una possibile verità.
La sua voce – che nella vita lasciava fisicamente risuonare il senso vertiginoso del dubbio – mi manca. Credo che manchi a molti. Gli scrittori, i poeti hanno questo potere. Di lasciarci – quando non sono più tra noi – nel rimpianto di ciò che avrebbero detto, orfani della loro intelligenza, della loro eresia, della loro testimonianza. Rimpianto mitigato dalla grandezza delle loro opere.

Ho pensato che riportare in teatro le sue parole, oggi, avesse un senso. Avesse una ragione. Poetica e politica. Senza equivoci nel riferirsi dell’una all’altra, come sempre, in ogni tempo, ma ancor più oggi. Bisognerà infatti, io credo, ripartire dalla coscienza e da chi in nome della coscienza ha speso la propria vita per la libertà – per affermarne la sua dimensione più pura, quella che non accetta accomodamenti né baratti – perché l’Italia ritrovi i propri dei perduti.

In questa veglia – e mi piace ricordare che Sciascia tradusse per il teatro La veglia a Benincarlò di Manuel Azana, dandone nell’introduzione la definizione più risonante: “l’ultima veglia del chisciottismo spagnolo” – le sue parole e quelle di Pasolini (non c’è una sola parola che non appartenga a loro, se non due citazioni da Pirandello e da Canetti) trovano un loro, credo non arbitrario, congiungimento. Un congiungimento in cui entrambi adempiono al destino di rappresentare, nella scrittura, nell’essere testimoni del proprio tempo, “una razza che fa della propria mitezza un’arma che non perdona”. Entrambi, pronti, con la penna – come fosse una spada – all’azione, per provocare con la scrittura effetti concreti, per disarmare il potere.

Ripercorrendo le loro esistenze esemplari, esemplarmente donate a quel mandato che li ha resi profeti – nella letteratura – di quella speciale dimensione civile che raramente ha trovato in Italia estimatori, ho immaginato, in una notte di veglia, Sciascia dialogare, a distanza, con Pasolini. Fraternamente, disperatamente. Sulla morte, contro la morte. La sua (di Pasolini), quella di Moro. Quella delle lucciole.
Spesso si dice di Sciascia come di un illuminista. Io credo che sia sempre stato, e ancor più avvicinandosi alla morte – religiosamente – attratto dai misteri insondabili dell’esistenza e per questo non concedesse alibi alla ragione.
Ho immaginato e composto questo testo per un grande attore, Marco Baliani. La sua voce, la sua intelligenza, la sua complicità hanno aggiunto qualcosa di essenziale al progetto, lasciando risuonare in modo speciale la “pietà” come scandaglio di una possibile redenzione civile.


Roberto Andò

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