Erasmo Recami - Sciascia e la scomparsa di Majorana

Il fisico che rifiuta di asservire la scienza ad un uso malvagio.


Leonardo Sciascia ha datoun'importanza via via crescente al suo aureo saggio sulla scomparsa diEttore Majorana, tanto che in un'intervista, in cui a Leonardo Sciasciaveniva richiesto di dire quale fosse tra i suoi libri quello che a luipiù piacesse, Leonardo rispose: “Fino a qualche anno fa, avrei dettoMorte di un inquisitore, ora invece rispondo La scomparsa di EttoreMajorana.

Sciascia-detective non poteva non essere affascinato da quel giallo di alto livello culturale, quale è la vicenda relativa alla scomparsa di Ettore Majorana. Ma perché tanto interesse, e duraturo nel tempo, da parte di Leonardo Sciascia per questo personaggio e per le vicende della sua scomparsa nel lontano 1938?
In un libro di Sciascia, Fatti diversi di Storia Letteraria e Civile (Sellerio,Palermo) possiamo rileggere quanto da lui scritto in origine su La Stampa per commentare la tarda pubblicazione, da parte di Emilio Segrè, della discussa lettera indirizzata a quest'ultimo dal Majorana nel 1933.
A proposito del proprio racconto; “misto di storia e d'invenzione”, Sciascia aveva dichiarato:
“L'avevo scritto, questo racconto, nella memoria che avevo della scomparsa e su documenti che, per tramite del professor Recami, ero riuscito ad avere, dopo aver casualmente sentito un fisico parlare con soddisfazione (il titolo del pezzo giornalistico, qui, è “Majorana e Segrè”), ed entusiasmo persino, delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. Per indignazione, dunque; e tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l'immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell'uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura, si erano avviati”.
Da questo brano si evince la vera ragione, la fonte, dell'interesse costante di Sciascia per l'argomento ivi toccato: ovvero, per la vexata quaestio della responsabilità della scienza e degli scienziati. L'incontro di Sciascia con Segrè avvenne a pranzo, in Svizzera, presente Moravia, il quale non si peritò di dare qualche gomitata sotto il tavolo a Leonardo quando Segrè cominciò a vantare il suo ruolo nella costruzione della bomba A (e, come vedremo, a Segrè non mancava una sua piccola dose di ragioni).
L'agrigentino Sciascia scelse, come contraltare di Segrè, il grande conterraneo (catanese) Ettore Majorana – paragonato da Enrico Fermi a geni come Galileo e Newton – quale esempio dello scienziato che, di fronte al pericolo che le proprie scoperte possano essere usate a fin di male dal potere economico e politico,  rinuncia a renderle note, e si ritira nell'ombra. Forse Leonardo esagerò in questa simbolica contrapposizione; d'altra parte, come lui stesso scrisse, e come abbiamo già menzionato, il suo racconto è “un misto di storia e di invenzione”: così che, confondendo volontariamente l'essere col dover essere, Sciascia arriva ad attribuire ad Ettore anche qualità, interessi e decisioni che probabilmente non rappresentavano la realtà, ma fanno assurgere la vicenda di Majorana a emblema del comportamento dello scienziato “buono” di fronte ai problemi posti dal progresso scientifico. Aggiungiamo, tra parentesi, che nel gruppo di Fermi ci fu davvero chi, sapendo di Los Alamos e della costruzione della bomba, abbandonò la fisica: il grande sperimentale Franco Rasetti. Abbandonata la fisica, divenne un paleontologo di rinomanza internazionale; e, già avanti negli anni, passò poi alla botanica, divenendo uno dei maggiori esperti mondiali di orchidacee.
Concediamoci alcune parole di cronaca.
Nel 1972 un amico comune, il professor Carapezza di Palermo, ci telefonò informandoci dell'intenzione di Leonardo Sciascia di scrivere un libro su Ettore Majorana: Sciascia mandava a chiedere se anche noi stessimo redigendo un volume sull'argomento; solo in caso contrario avrebbe avuto il piacere di conoscere i documenti da noi già scoperti (tra cui l'epistolario di Majorana) e in nostro possesso. Avevamo, sì, già allora, il desiderio di condurre in porto il nostro volume su Il caso Majorana:epistolario, testimonianze, documenti: ma fummo ben lieti di cedere il passo a Leonardo, rinviando di una decina d'anni il nostro scritto (il quale infatti uscì solo nel 1987; quindi, negli Oscar Mondadori nel 1991; infine, nella quarta ed ultima edizione del 2002, presso la Di Renzo Editore, di Roma). E ciò sia per l'ammirazione che nutrivamo verso il grande scrittore, sia per la notorietà che la sua penna avrebbe certamente apportato alla figura di Ettore Majorana, allora nota fuori d'Italia quasi soltanto tra i fisici.
Accompagnando Sciascia a Roma, ottenemmo nel 1972 il consenso della sorella di Ettore, l'indimenticabile Maria, a concedergli copia di parte dei documenti esistenti (documenti, tra l'altro, tutti rinvenuti o raccolti da chi scrive, sempre in pieno accordo con la famiglia Majorana). Ma solo agli inizi dell'estate del 1975, accogliendo un ripetuto affettuoso invito di Leonardo e facendogli finalmente visita nella sua casa di Contrada Noce, lo si spronò e convinse a comporre, quell'estate, il suo saggio.
Esaminando questo saggio di Sciascia, si può verificare ancora una volta la profondità dell'intuito psicologico di Leonardo, e della sua intelligenza, cioè della sua alta capacità di intus legere, le quali accompagnano l'arte meditata della parola di cui Leonardo Sciascia sempre imbeve i suoi racconti.
Significativa, ad esempio, è la circostanza che Leonardo sostenne che Werner Heisenberg e gli altri scienziati tedeschi non vollero accingersi alla costruzione di una bomba atomica: commentando - come noto – che gli schiavi (di Hitler) si comportarono da liberi, mentre i liberi (gli Americani) si comportarono da schiavi...A questa tesi, che raccoglieva ben pochi sostenitori, Sciascia ci teneva; e quando la Lea Ritter Santini, in una nota all'edizione tedesca (1979) del saggio sciasciano, cominciò a rivelarne conferme, Leonardo fece aggiungere la nota della Ritter Santini all'edizione Einaudi del 1985 del proprio volume, considerandola “molto, molto interessante”... Ma la conferma definitiva è arrivata, eclatante, agli inizi degli anni '90, dopo la dipartita di Sciascia, quando il British Intelligence ha tolto il segreto ai “Farm Hall Transcripts”. Spieghiamoci. Tra il giugno e il dicembre del 1945 (un periodo che comprese il bombardamento di Hiroshima del 6 agosto), per 24 settimane, dieci tra i più importanti scienziati tedeschi ( tra i quali Heisenberg, von Weizsaecker, Otto Hann, Walther Gerlach, Max von Laue)  furono tenuti prigionieri nella Farm Hall presso Cambridge, UK, e le loro conversazioni furono di nascosto registrate dal servizio segreto britannico. La traduzione inglese di tali conversazioni (in particolare delle reazioni dei reclusi quando giunse la notizia di Hiroshima e Nagasaki) è apparsa in stampa nel 1993 nel volume Operation Epsilon: The Farm Hall Transcripts (I.O.P. Pub, Bristol). Dalle suddette trascrizioni risulta evidente che su dieci, solo uno scienziato tedesco (non Heisenberg!) avrebbe voluto, potendo, contribuire alla costruzione della bomba A tedesca.
Significativo è pure il fatto che Sciascia si convinse presto che la scomparsa di Ettore si riferiva a una fuga e non ad un suicidio: ipotesi che sembra la più probabile alla luce dei documenti, pur non decisivi, successivamente rintracciati.
Ebbe poi l'impressione di latente antagonismo tra Ettore Majorana ed Enrico Fermi, un antagonismo negato da tutti i colleghi e amici di Ettore, ma che, col senno di poi, (Ettore abbandonò non solo la famiglia, ma anche il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna” guidato da Fermi) potrebbe contenere un qualche risvolto di verità. Tale presa di posizione di Sciascia, generò, come noto, una vivace polemica tra Leonardo e i fisici, in particolare Edoardo Amaldi. La polemica riguardò inizialmente quasi solo la questione della partecipazione del Majorana al famoso concorso universitario per la fisica teorica nel 1937 (partecipazione voluta dal gruppo di Fermi, o decisa da Ettore in contrasto coi colleghi?). Presto la polemica divenne aspra, tanto che Sciascia arrivò a scrivere (su La Stampa della vigilia di Natale del 1975) che “si vive come cani per colpa della scienza”: in ciò associandosi un po' pedissequamente a una tradizione di pensiero tipicamente italiana e non molto nobile, che annovera comunque nomi quali il Vico e Benedetto Croce.
Cosa voleva dire Sciascia? Crediamo che lui sapesse che non esistono la scienza o la poesia, ma solo scienziati e poeti; e che le colpe ricadrebbero semmai su (alcuni) scienziati. Crediamo che sapesse, per di più, che, se un poeta o un filosofo pessimisti offrono a un infelice la goccia che lo decide a commettere suicidio, vere colpe non si possono attribuire a quel filosofo o poeta. Certamente Sciascia sarebbe stato d'accordo nell'affermare che la colpa dell'esistenza della sedia elettrica non è di Alessandro Volta; così come la colpa di una rapina a mano armata non è dell'inventore del coltello. Comunque Sciascia ha voluto rinverdire un problema, già riproposto in anni non lontani, e in maniera più soft, per esempio da Duerrematt: quello della potenzialità distruttiva degli strumenti che l'uomo costruisce. Ma si tratta di un problema vecchio come il mondo: è nato con Prometeo, quando l'uomo ha incominciato a controllare il fuoco. E' un problema che ha sentito Alfred Nobel quando, avendo costruito la dinamite (che allevia la fatica delle braccia dell'uomo, ma può diventare arma bellica), creò il Premio Nobel, quasi come espiazione.
Per concludere, torniamo al tema principale che ha ispirato Sciascia: il problema della responsabilità degli uomini di scienza. Il problema delle scoperte umane (fosse solo il mantello) che ammettono applicazioni positive e negative è, dicevamo, un problema antico. La costruzione di strumenti è caratteristica ineliminabile dell'uomo. Mentre molti animali nell'evoluzione biologica, avendo bisogno per esempio di mascelle più robuste, sviluppano i muscoli della mandibola, l'uomo non fa altrettanto, ma costruisce a partire da una pietra un coltello di selce. E se ha bisogno di un braccio robusto, si limita ad usare un randello: fabbrica, in altre parole, prolungamenti artificiali dei propri organi. E' inevitabile che l'uomo costruisca randelli,e martelli, anche se questi possono essere usati contro i propri simili. E' forse un compito solo degli scienziati quello del controllo, e dell'uso a fin di bene, delle scoperte e delle invenzioni umane? Certamente no. E un tale compito si è fatto urgente e grave da quando l'uomo (inizialmente con mezzi di offesa poveri: deboli unghie e deboli denti...) è giunto ad avere a disposizione missili e bombe micidiali: cioè mezzi di offesa enormemente più potenti di quelli degli animali cosiddetti feroci. Ricordiamo che lo scienziato vero è quello che fa ricerca solo per amore della conoscenza: questo tipo di ricerca non può avere limiti come non può subirli la ricerca poetica. E' il tecnologo che si occupa invece delle eventuali applicazioni dei risultati della ricerca scientifica. Ma il tecnologo stesso può giungere alla costruzione, al massimo, di un unico prototipo. E' poi l'intervento del potere economico e politico a determinare la produzione, o meno, di innumerevoli copie del prototipo, e a migliorarlo. E a decidere come usarlo.
Il potere da controllare, pertanto, è quest'ultimo: il quale troppo spesso si ispira quasi esclusivamente al tornaconto, per conseguire il quale vengono scatenate guerre economiche e guerre vere. E' ovvio pertanto che questo controllo non può essere demandato alle povere forze degli scienziati, e neppure a quelle dei soli tecnologi: ma esso è compito e dovere – attraverso la nostra maturazione morale – di tutti i cittadini.

(L'articolo è pubblicato per gentile concessione della rivista quadrimestrale di letteratura e teologia “OLTRE IL MURO”, Agrigento).

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