Giuseppe Scaraffia - Fu lui a scoprire il nostro Svevo

Leonardo Sciascia si divertiva a esibire il clamoroso equivoco di un'edizione francese di Pirandello: al posto del volto scavato del commediografo trionfava quello pacioso di Benjamin Crémieux. Del resto, sorrideva Sciascia, non era la prima volta che accadeva.”Cose del genere potevano succedere solo a Pirandello!”. E, si potrebbe aggiungere, a un critico discreto come Crémieux, sempre pronto a cancellarsi e mettersi al servizio degli altri, da Proust a Svevo.

Un grande diarista dell'epoca, Paul Léautaud, racconta che un giorno Crémieux si era presentato con un omino insignificante, vestito come un infimo funzionario. Solo in seguito avrebbe imparato a riconoscere ed apprezzare Pirandello, di cui Crémieux sarebbe stato traduttore.
Oggi la straordinaria analisi dell'allora celebre saggio di Crémieux su Proust ci tocca meno del suo nitido romanzo d'esordio, “Il primo della classe”, uscito in Francia nel 1921 e solo oggi ripescato per la prima volta in Italia (a cura di Giovanni Pacchiano, Nino Aragno editore, Torino).
In quelle pagine quel fautore del cosmopolitismo culturale, sposato a una discendente della famiglia imperiale bizantina dei Comneni, tornava al suo apprendistato provinciale. Il suo eroe, scrive molto acutamente Giovanni Pacchiano, (...) squisito traduttore del testo in questione, “rappresenta l'immagine di un'adolescenza che a poco a poco scopre il mondo, ma in una maniera distorta, accentuando, per eccesso di contrasto con la società degli adulti, un desiderio onnipotente, maniacale di grandezza e di libertà da ogni vincolo” (...).
Uno slancio che si applica al sogno di rendere il Sud, l'antica Occitania, indipendente dalla Francia. Ma non è quello l'importante. “Soldato, professore, poeta, negoziante o ministro, quello che voglio è essere grande”, afferma il protagonista. Dal contrasto tra la meschinità del reale e il fascino del sogno scaturisce, in un intreccio di avventure esteriori e interiori, un romanzo terso e assolato come le terre da cui nasce. Quando Crémieux sarà morto, la vedova lo ritrarrà in un romanzo, “France”, sotto lo stesso nome del protagonista del Primo della classe, Jean Rigaud.
Maturando, Benjamin non aveva rinunciato alle sue ambizioni, ma aveva scelto un altro tipo di grandezza, una dimensione interiorizzata, orgogliosa di non trasparire all'esterno. Come diceva Edith Wharton: Ci sono due modi per trasmettere la luce: essere la candela o lo specchio che la riflette”. Benché Crémieux fosse non solo un critico autorevole e un influente lettore della Gallimard, ma anche segretario del Pen Club francese, sono rare le tracce della sua presenza nelle testimonianze contemporanee. Anche Giovanni Comisso, evocando la cena in onore di Svevo, organizzata da Crémieux a Parigi, si limita a dire che Benjamin “appariva e dispariva nella cortese preoccupazione di dare gli ultimi ordini alla cucina e di fare le presentazioni”.
Per capire meglio Cremieux, basta applicare a lui quello che aveva scritto di Proust: “Per giudicare Proust in tutta la sua grandezza forse è un grande privilegio non averlo incontrato”.
Ma quella scelta di vita era destinata a essere sconvolta dall'irruzione della storia. Durante l'occupazione tedesca Crémieux, essendo ebreo, era stato costretto a nascondersi. I nazisti gli avevano sequestrato libri, appunti e manoscritti. Ma lui non si era accontentato di mettersi in salvo. Pur essendo tormentato dall'asma, era entrato in un gruppo della resistenza, Combat, ed era stato arrestato in un bistrot da due agenti della Gestapo con la pistola in pugno. Torturato, non aveva fatto i nomi degli altri. Malgrado gli sforzi di Paul Morand per aiutarlo, morì a Buchenwald nel 1944, a cinquantasei anni.
(“Il Sole/24 Ore – Domenica” - 20 luglio 2008).

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