Paolo Squillacioti - Un finale aperto per "Una storia semplice"

«Una storia semplice», ha scritto Matteo Collura nelle pagine finali del Maestro di Regalpetra (Longanesi, 1996), «arrivò nelle librerie lo stesso giorno in cui Sciascia moriva».

Ciò nonostante  l'autore, che pure non era solito fornire anticipazioni su quanto andava scrivendo, ci ha lasciato alcune importanti informazioni sulle modalità e i tempi di composizione e su molti e decisivi aspetti della narrazione. Nelle conversazioni che ebbe nell'ottobre di quello stesso 1989 con Domenico Porzio, raccolte poi nella parte finale del volume Fuoco all'anima (Arnoldo Mondadori, 1992), Sciascia raccontò di aver composto materialmente il romanzo in una ventina di giorni («Ci ho lavorato una decina di giorni a Milano, e altrettanto a Palermo»), con comprensibile fatica («Metà a macchina e metà a mano, malamente e molti errori; mi hanno aiutato»), riducendo in poche pagine una «vasta materia» che aveva mentalmente organizzato nei mesi precedenti durante le lunghe cure cui l'aveva costretto la malattia: «Ho pensato il libro per mesi, mentre ero in clinica bloccato dalle fleboclisi e non sapevo che fare. E nel pensarlo mi prese una dimensione che, nello scriverlo, non ha avuto più».
Il risultato, come sanno tutti i lettori, non fa rimpiangere le parti sacrificate: il libro è davvero «dilatabile direi quasi all'infinito» prolungando le tracce sparse nella trama, sviluppando le sequenze narrative, approfondendo le allusioni, sciogliendo insomma il non detto.
Uno degli elementi su cui Sciascia fa economia in Una storia semplice, senza che nulla di essenziale vada perso, è la fisionomia dei personaggi. Stilizzati fino alla sola menzione di una funzione (il commissario di polizia, il questore, il procuratore della Repubblica, il colonnello dei carabinieri), di un rapporto di parentela (la moglie e il figlio della vittima) o di un elemento denotativo (l’uomo della Volvo), di gran parte dei personaggi conosciamo solo qualche moto dell'animo o qualche caratteristica psicologica, ma nessun elemento fisico. Il solo personaggio descritto, sia pure in forma estremamente sintetica («bell'uomo, alto e solenne nella veste talare»), è Padre Cricco, e non sarà un caso che proprio le sue fattezze fisiche saranno decisive per l'agnizione che avrebbe potuto rovesciare l'esito del romanzo.
In questo contesto emerge il protagonista del romanzo, il personaggio su cui, pur tacendo sull'aspetto fisico, Sciascia ci dà più ragguagli: «Il brigadiere Antonio Lagandara», leggiamo nel romanzo, «era nato in un paese contadino tanto vicino alla città che ormai se ne poteva considerare parte. Il padre, bracciante che aveva saputo elevarsi al rango di potatore – esperto, ricercato –, era morto, strapiombando da un alto ciliegio che stava rimondando dai seccumi, che lui era all'ultimo anno di un corso di economia e commercio. Aveva preso il diploma ma, non sapendo che fare e non trovando, si era arruolato nella polizia; e ne era diventato, cinque anni dopo, sottufficiale. Il mestiere lo appassionava, e voleva perciò farvi carriera. Si era iscritto alla facoltà di legge, la frequentava quando e come poteva, studiava. La laurea in legge era la suprema ambizione della sua vita, il suo sogno...». Un investigatore che è stato accostato al Vice di Il cavaliere e la morte (ma Sciascia nel dialogo con Porzio ci ricorda che «questa volta è lui il vice della situazione, per quanto sia un personaggio diverso dal precedente») o al capitano Bellodi del Giorno della civetta, accostamenti entrambi validi perché Una storia semplice nella sua densissima brevità riesce a condensare molti collegamenti con altre opere narrative sciasciane. Per fare qualche esempio, nel romanzo così come nel Cavaliere e la morte la sintesi mistificatoria con cui nel finale viene condensata la vicenda sin lì narrata è affidata a un titolo di giornale, effettivo in Una storia semplice, solo prefigurato dal Vice nel Cavaliere e la morte (sul tema Giuseppe Traina, Giornali e giornalisti nella narrativa di Sciascia, in Sciascia. Il romanzo quotidiano, a cura di Egle Palazzolo, Kalós, 2005, pp. 31-58). D'altro canto è lo stesso Sciascia, sempre in Fuoco all'anima, a riconoscere che il suo ultimo romanzo «è molto vicino a Il cavaliere e la morte; entrambi ruotano intorno al tema dell'impunità»: un vero e proprio dittico, dove l'uno, ha scritto con bella sintesi Traina, «narra una storia che semplice non è, ma al potere come tale fa comodo contrabbandarla», laddove Il cavaliere e la morte racconta «una storia che invece è semplice, ma che il potere complica in tutti i modi, inventando un gruppo terroristico inesistente» (Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, 1999, pp. 214-15).
Ma c'è dell'altro. A chi può essere sfuggito il collegamento, troppo smaccato per essere involontario, fra le parole con cui viene apostrofato il commissario di Una storia semplice per il lapsus con cui si autodenuncia: «"Che cretino!" disse il magistrato: ad elogio funebre del commissario» e il celebre finale di A ciascuno il suo: «...il povero Laurana..." "Era un cretino" disse don Luigi»? Quel Laurana che come Lagandara porta il nome di un artista, dello scultore dalmata del XV secolo Francesco Laurana l'uno, del pittore fin de siècle Antonio De La Gandara, nato a Parigi da un padre spagnolo di origini messicane e da una madre francese vissuta ed educata in Inghilterra, l'altro (sul punto, e su altro ancora, rinvio ancora alle considerazioni di Traina in un articolo dedicato a Sciascia: il nome del pittore, il mistero della pittura, «Il Ponte», LVI, 2000, pp. 128-37).
E sempre in tema d'arte, andrà notato che è di sant'Ignazio di Loyola, il busto dietro cui si trova l'interruttore della luce di cui il commissario di Una storia semplice non avrebbe dovuto conoscere l'ubicazione, ovvero dell'autore dell'espressione spagnola che dà il titolo al più misterioso dei gialli di Sciascia, Todo modo. In questo "giallo metafisico", secondo la ricostruzione che può effettuare un lettore attento, è un pittore a uccidere il responsabile di due delitti, don Gaetano; in Una storia semplice è un poliziotto che porta lo stesso nome di un pittore a uccidere il responsabile di un delitto. E come in Todo modo, anche in Una storia semplice il ruolo del lettore è decisivo: a lui tocca mettere insieme i due lembi di verità, quello ricostruito dal brigadiere e offerta senza profitto per la giustizia ai suoi superiori, e quello noto al solo uomo della Volvo, l'unico personaggio a sapere che Padre Cricco è coinvolto nell'organizzazione criminale. Così il lettore soltanto può avere coscienza, a libro terminato, quanto sia complicata la storia semplice, così come in Todo modo spetta al lettore, con la lettura della citazione dai Sotterranei del Vaticano di Gide che segue al finale della narrazione, la decifrazione della vicenda delittuosa.
Al lettore di Una storia semplice è demandato anche un altro compito, quello di oltrepassare idealmente il "lieto fine" del romanzo e di interrogarsi sul destino di Lagandara. Beninteso, la stessa domanda la si potrebbe porre per ciascuno dei personaggi del romanzo, ovvero, generalizzando ancora, ogni opera narrativa è passibile di uno sviluppo che segua il destino dei suoi personaggi, e in questo senso ogni romanzo è potenzialmente ciclico. Ma nel caso di Lagandara l'interrogativo mi pare pienamente fondato, e come lettore mi sento autorizzato a chiedermi, sciascianamente, che ne sarà dell'investigatore candido che ha perso l'innocenza con la scoperta, fatta per caso e per intuizione, del coinvolgimento del suo commissario in una serie di omicidi.
Lagandara è stato capace, nel corso della narrazione, nel richiamare ripetutamente e invano l'attenzione di un superiore su particolari trascurati («"Signor questore..." intervenne il brigadiere [...]. Il brigadiere ancora "Signor questore..."»), di infrangere la tacita consegna a non collaborare con il corpo di polizia rivale rivelando i suoi dubbi al carabiniere parigrado, di irritare i superiori per il solo fatto di dire la verità e far notare evidenti incongruenze, di prendere iniziative investigative; di essere insomma uno «che il vizio d'intervenire non lo perdeva». È lecito chiedersi come avrà reagito alla verità di comodo che gli impongono il magistrato, il questore e il colonnello dei carabinieri, dopo che il primo lo ha pure velatamente minacciato di ribaltare a suo danno la situazione che aveva contribuito a chiarire («Ma caro questore, ma caro colonnello, questo è troppo poco... Se provassimo a ribaltare questa storia nella considerazione che il brigadiere mente e che è lui il protagonista dei fatti di cui accusa il commissario?»): avrà incassato il colpo, continuando a studiare legge e tentando, fatta la carriera opportuna, di modificare dall'interno l'ordine costituito? oppure, non potendo aver perso del tutto il vizio d'intervenire, avrà reagito caldo provocando lo scandalo? Restano ancora, per dirla col Dürrenmatt dell'esergo, delle possibilità alla giustizia?
Il fatto è che a Una storia semplice si addicono perfettamente le parole con cui Sciascia descrisse un grande romanzo celebrato per un lieto fine che a lui non era mai parso tale: «un disperato ritratto delle cose d'Italia: dell'Italia delle grida, l'Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l'Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l'Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano...». I promessi sposi, si legge sempre nell'articolo raccolto in Cruciverba intitolato Goethe e Manzoni (ma allusioni alla stessa idea si trovano sparse nell'opera sciasciana) ha in don Abbondio il vero protagonista, il personaggio che esce vincente dalla «disperata» vicenda: «don Abbondio è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettivamente vince, è colui per il quale veramente il "lieto fine" del romanzo è un "lieto fine"». Non c'è in Una storia semplice un vero corrispettivo di don Abbondio, non lo è Lagandara né tanto meno l'uomo della Volvo. Temo comunque, nonostante il finale aperto, che l'acquiescenza li accomunerà: l'uno smetterà di usare la ragione e il senso critico, e farà carriera («"L'italiano non è l'italiano: è il ragionare" disse il professore. "Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto"», dice Franzò all'ex-allievo ora magistrato) e l'altro continuerà a cantare contento anche una volta arrivato a casa.

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