Angela Diana Di Francesca - Note sull'ultimo enigma

L’epitaffio di Leonardo Sciascia, Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”, sembra all’apparenza non celare enigmi almeno dal punto di vista del significato. E’ infatti lo scrittore stesso, l’uomo che “contraddisse e si contraddisse”, a sfidarci con l’estrema contraddizione dichiarandone le finalità: partecipare - lui il razionalista, lui l’”illuminista” - alla scommessa di Pascal e quindi a un’ipotesi di sopravvivenza dopo la morte e di esistenza di un Dio; richiamare l’attenzione, - lui che nel breve attimo di annullamento della coscienza dovuto a un malore prova  un senso profondo di felicità (v. Nero su Nero) -, sul valore insostituibile e ineludibile dell’esperienza  terrena.
E tuttavia nella frase scelta da Sciascia c’è “qualcosa” di più; chi ha amato il suo corteggiare paradossi e coincidenze, verità celate da troppo manifesti indizi, lo sente, intuisce che questa spiegazione esplicita ne comprende altre, anelli di una catena, crittogrammi da decifrare. Così Matteo Collura in L’Isola senza ponte vi avverte “un concetto che ci  sfugge ogniqualvolta ci sembra di essere vicini al suo completo svelamento”. E Gesualdo Bufalino - a parte l’inesattezza nel riferire le circostanze della frase: Villiers de L'Isle-Adam non la pronunciò sul letto di morte - coglie di questo “qualcosa di più”  una sfumatura importante: “Questo pianeta con le sue abiezioni e dolcezze, quanto dovrà apparirci estraneo da una remota nuvola, e tuttavia desiderabile, oggetto di una insopprimibile volontà di memoria”.
Volontà di memoria. Insopprimibile. Questo  termine ci conduce già “oltre”. La frase di Villiers è un inno alla “terrestrità” e alla memoria. Finché saremo, in qualunque forma e natura, noi ricorderemo. E solo se ricorderemo, saremo. Noi siamo la capacità di ricordare, siamo memoria. E’ questo che Sciascia rivendica al suo sogno: un al di là che non ci svincoli e non ci liberi dall’elemento umano. Non purificati, non riconciliati. Perché, come dice Rilke, “Questo essere stati una volta, anche solo una volta, essere stati terreni, sembra irrevocabile”.
Le altre verità che l’epitaffio nasconde si ricollegano al “come”.
Come, attraverso quali labirinti, rimandi, coincidenze la frase di un autore francese così diverso da Sciascia si è insinuata tanto profondamente nell’animo dello scrittore siciliano da ricorrere con insistenza nel suo vissuto, nelle citazioni dotte (v. Il Secolo XIX, rubrica Coincidenze), come negli appunti familiari, fino al punto da accompagnarlo nei suoi ultimi giorni ( “Poco prima di morire aveva in mano QUEL foglietto con trascritta QUELLA frase…che forse gli sarà servita da conforto”- M. Collura, op.cit.) e da indurlo a decidere di voler essere da questa rappresentato e individuato.
Matteo Collura suppone che Sciascia abbia incrociato la riflessione di Villiers all’età di 26 anni nel libro di Leo Longanesi Parliamo dell’elefante (dove peraltro Villiers non è nominato: “Qualcuno ha detto: ci ricorderemo di questo pianeta”), e che da questo libro l’abbia trascritta, colpito dal suo significato, senza alcun collegamento con l’autore di essa, come proverebbero le sviste - Rouget e d’Aurévilly al posto di Villiers - negli appunti dove è riportata:. “Se la frase scelta viene dal “crudele”  autore francese, è del tutto credibile che non a lui Sciascia pensasse quando la trascrisse per farne una delle sue ultime volontà, ma al suo significato…”(M. Collura,  op.cit).
Ma, se anche fosse stato Longanesi il primo tramite verso quel pensiero, il gioco delle coincidenze tanto caro a Sciascia lo avrà presto portato da “Leo” al suo corrispondente francese “Léon”: Léon Bloy. Attento studioso della letteratura francese, Sciascia sicuramente conosceva Léon Bloy, come lo conosceva Borges, scrittore da Sciascia profondamente ammirato e con cui condivise molte preferenze letterarie. Ed è proprio nel Diario intimo di Léon Bloy che Sciascia avrà “incontrato”, nell’appassionato ritratto delineato dal suo amico Léon, Auguste Villiers de L’Isle-Adam nella sua dimensione più umana e più vera: un uomo solo, orgoglioso nella sua povertà e nella sua esclusione, - un personaggio che non poteva non colpire chi così tratteggiava la condizione di solitudine auspicabile per lo scrittore: “Nessun legame con ogni forma di potere costituito…L’indifferenza a ogni ricatto economico, ideologico, culturale, sentimentale persino. Quello che una volta, solennemente, si chiamava noncuranza dei beni terreni. Una condizione difficilissima  a  conseguirsi.”.
Villiers, questa condizione, non si era limitato ad auspicarla, l’aveva realizzata. E che Sciascia conoscesse e ammirasse l’autore dei Contes Cruels è provato dal fatto, da Collura ricordato, che teneva incorniciata nel suo studio una stampina funeraria dedicata a Villiers, acquistata a Parigi.
Nel Diario Léon Bloy ricostruisce un suo ricordo, l’episodio in cui Villiers pronuncia la frase “Ce ne ricorderemo,di questo pianeta”; e non una volta sola, perché come Sciascia anche Bloy ne è affascinato e ossessionato, e lo racconta  in più situazioni, con lievi differenze descrittive ma quasi uguale nell’enunciazione. Nella Lettera a un Geografo: “Ah! ce ne ricorderemo di questo pianeta”(con l’esclamazione iniziale e senza la virgola), “mi diceva Villiers de L’Isle-Adam mentre stavamo  tutti e due, i piedi nella fanghiglia gelida, una certa sera in cui sembrava che avremmo potuto cedere i nostri diritti di primogenitura per un buon pasto davanti a un buon fuoco”. In “Il vecchio della montagna”: “Senza scarpe, senza pane, senza un rifugio, era pietrificante nella sua maestà e somigliava a un re prigioniero… “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”, mi diceva una sera in cui insieme cercavamo un introvabile pasto, i piedi nel fango ghiacciato”.
E in un’intervista giornalistica del 1904: ”Egli (Villiers) è stato molto infelice. Una sera d’inverno, 25 anni fa, vagando per le strade di Parigi, senza  fuoco, né pane, né rifugio, “Ah!”, disse Villiers “ce ne ricorderemo di questo pianeta!”.
La frase non appartiene dunque a un’opera letteraria ma a una situazione reale, e fu pronunciata in un contesto apparentemente di avvilimento e di sconforto, di consapevolezza del contrasto tra miseria materiale e grandezza morale; consapevolezza che richiama alla forza quasi primordiale di resilience che nelle prove e nelle sfide estreme dell’esistenza rivela la persona umana nella sua energia interiore e nella sua autenticità, e che nel proiettare in un misterioso futuro la memoria del momento presente, lo rende eterno e desiderabile per sempre nella sua abiezione e nel suo splendore. E chi sa che anche per questo significato “altro” Sciascia non abbia tenuto con sé questa frase come un mantra nell’ultimo periodo insidiato dalla sofferenza e dal presagio della morte.
Inoltrandoci ancora nel percorso delle coincidenze, il Diario di Bloy ci riserva un’altra sorpresa. Poco più avanti nella Lettera a un Geografo, esso riporta curiosamente una lettera indirizzata “a un siciliano che vuole fare delle ricerche su d’Aurévilly”, e che gli chiede una documentazione. Bloy risponde in tono ironico, segnalando un suo libro ma avvertendo: ”Questo libro vi disgusterà…Voi siete italiano, e per di più  siciliano, e come tale pieno di odio per tutto ciò che è francese…”
Quasi un secolo dopo, un siciliano, il più francese dei siciliani, lo avrebbe smentito amando a tal punto la frase del suo amico Villiers da sceglierla per farla sua, riconoscerla come sua, affidarle, concentrato e racchiuso come in un’essenza alchemica, l’omega contraddittorio del suo intelletto.


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