Antonio Motta - Introduzione al numero monografico dedicato a Leonardo Sciascia

Questo numero monografico del “Giannone” dedicato a Leonardo Sciascia è diviso in quattro parti: a) Lettere e interviste; b) Saggi critici; c) Testimonianze; d) Immagini.
La prima sezione porta alla luce la corrispondenza tra Sciascia a Anna Maria Ortese. Si tratta di un recupero parziale ma significativo, che questa rivista può finalmente presentare al largo pubblico grazie alla disponibilità degli eredi e della Fondazione Leonardo Sciascia di Racalmuto, della casa editrice Adelphi e dell'Archivio di Stato di Napoli. Le lettere di Sciascia sono due, più numerose quelle della Ortese, che disegnano un ritratto dello scrittore siciliano da lei molto ammirato.
Il breve carteggio va ad aggiungersi alle poche lettere pubblicate dopo la morte di Sciascia su quotidiani, riviste, e in volume. Come si sa, la raccolta delle lettere di Sciascia non è stata mai avviata per espressa volontà testamentaria dell'autore. Ma ogni buon cultore di cose sciasciane auspica che, un giorno, esse siano almeno riunite e sistemate in un corpus consultabile presso la Fondazione. Dalla loro lettura si ricaverebbero notevoli elementi di conoscenza per una biografia sul modello di quelle inglesi.

Negli ultimi due decenni molto si è scritto su Leonardo Sciascia. Ricordo gli Atti dei convegni di Agrigento, di Ascona, di Racalmuto, i “Quaderni” degli Amici di Leonardo Sciascia, e due numeri monografici editi dalle riviste palermitane “Nuove Effemeridi” - che raccoglie gli articoli usciti, in gran parte, il 21 e 22 novembre 1989, all'indomani della sua morte, sulla stampa nazionale e internazionale – e “Segno”, che fa il punto su Sciascia a dieci anni dalla sua scomparsa.
A questi studi, che nascono sul terreno fertile delle manifestazioni promosse dalla Fondazione e dal sodalizio degli Amici, sono da affiancare una messe di contributi e saggi apparsi su riviste accademiche e non, italiane e straniere, che, nonostante le inevitabili ripetizioni, hanno ampliato il discorso critico sullo scrittore siciliano.
Accenno qui a tre importanti aspetti poco noti del suo lavoro intellettuale, che sono stati indagati in anni più o meno a noi vicini: il rapporto con il cinema; quello con la fotografia; infine, il ruolo di editor svolto nella casa editrice Sellerio, che Salvatore S.Nigro ha messo a fuoco in Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri.
Sarebbe invece da approfondire il rapporto con Salvatore Sciascia, editore dell'omonima casa editrice di Caltanisetta, dove compì, negli anni Cinquanta il suo apprendistato di direttore della rivista “Galleria”, in parte documentato da un recente volume di Giovanna Lombardo.
Restano in ombra gli articoli d'arte, un centinaio, che finora non hanno avuto un esegeta.
La critica su Sciascia, in questi vent'anni, ha seguito un percorso duplice. Da una parte ci sono le pagine saggistiche degli scrittori: Alberto Bevilacqua, Hector Bianciotti, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Cerami, Vincenzo Consolo, Maurice Nadeau, Manuel Vàzquez Montalbàn; dall'altra, gli studi di una pattuglia di critici dell'ultima e penultima generazione, divisi tra mondo accademico e militanza critica: da Claude Ambroise a Massimo Onofri, da Natale Tedesco a Salvatore S.Nigro, da Giuseppe Traina a Paolo Squillacioti, da Fabio Moliterni a Nunzio Zago, da Gaspare Giudice a Antonio Di Grado, da Mario Fusco a Tom O'Neill, da Ricciarda Ricorda a Attilio Scuderi, da Luciano Curreri a Marco Belpoliti, da Domenico Scarpa a Bruno Pischedda.
Da questi studi la personalità di Sciascia esce più sfaccettata. Accanto all'immagine tradizionale dello “scrittore di gialli”, cresce quella di autore “spiraliforme”, avvolgente, che contraddirebbe il suo leggendario illuminismo. La problematicità e la modernità dello scrittore siciliano vengono confermate. Ma non sono mancati tentativi di ridurre il suo ruolo a quello di “mafiologo”, o di riportare la sua opera sul terreno nefasto della polemica politica.

I saggi critici appositamente scritti per “Il Giannone” - ne costituiscono la seconda e più ricca sezione – si concentrano sulle tematiche meno studiate.
La complessità dell'opera di Sciascia nella storia della moderna letteratura italiana è l'argomento del saggio di Giuseppe Traina, il quale discute la difficoltà di collocare con esattezza Sciascia tra “modernismo” e “postmodernismo”, anche in considerazione della sua prevenzione nei confronti delle avanguardie storiche. Egli si può definire un “classico” moderno, in linea con la migliore tradizione della nostra prosa da Leopardi a Savinio.
Maria Luisa Spaziani, leggendo La Sicilia il suo cuore, scopre dietro il celebrato romanziere il finissimo poeta, con calchi dai poeti maledetti e dagli ermetici.
Teresa Fiore, studiosa italo americana, affronta il tema dell'emigrazione nei racconti di Sciascia: egli dimostra in merito una sensibilità che è riscontrabile solo in altri pochi scrittori italiani del Novecento.
Luciano Curreri esamina la centralità dello zolfo, degli zolfatari e delle zolfare nella sua opera, da Le parrocchie di Regalpetra ai racconti L'antimonio, La paga del sabato e Il lascito.
Nel racconto Filologia Paolo Squillacioti spiega la capacità narrativa di Sciascia che, con le armi della ricerca storica e filologica, ricostruisce l'ambiente che fa da sfondo ai rapporti tra mafia e politica nella Sicilia occidentale dei primi anni Sessanta, quando ormai l'ottimismo del Giorno della civetta era solo un lieve riverbero.
Al mondo della favola e della tradizione popolare ci riporta il racconto Giufà, che Sciascia conosce dagli studi di Pitrè e dalle Fiabe italiane di Italo Calvino.
Caterina De Caprio ci svela l'ammirazione di Sciascia per l'eccentrico personaggio che, “per la sua carica ingenuamente eversiva” e doppia – di vendicatore e di trasgressore – può essere considerato un “lontano antenato del settecentesco Candide ”.
I rapporti di Sciascia con lo scrittore ligure, finora sottovalutato dalla critica e studiato solo limitatamente al ruolo di consulente della casa editrice Einaudi, si rivela molto più complesso e dinamico. Beatrice Manetti ripercorre la storia di questo legame, che influì sulla loro scrittura.
Ivan Pupo rivela i debiti di entrambi con Borges e Cecchi, lettori eccezionali di Chesterton e di Stevenson (della presenza di Chesterton in Sciascia parla anche lo scrittore argentino Alberto Manguel); Massimo Quaini esamina il significato del “paesaggio” nelle loro opere.
Francesco Pontorno classifica Todo modo (l'unico romanzo in cui Sciascia usa  la prima persona) come giallo “distopico” e ricorda l'influenza che hanno avuto su di esso La deshumanizaciòn del arte di José Ortega y Gasset e i Souvenirs d'egotisme di Stendhal. 
Sulla sfiducia nella storia – retaggio della superiorità che Sciascia accordava alla letteratura nella conoscenza e ricerca della verità – si sofferma lo storico Giuseppe Giarrizzo.
Il fisico Erasmo Recami ricostruisce il clima entro cui maturò la scelta di Ettore Majorana, emblema per Sciascia dello scienziato libero da ipoteche ideologiche.
Bruno Pischedda rilegge L'affaire Moro al di fuori di ogni incrostazione ideologica, mostrandone il perfetto congegno narrativo che fa, di questo pamphlet d'impegno sociale, un modello esemplare.
Filippo La Porta legge le opere saggistiche di Sciascia nella tradizione del meridionalismo di ispirazione illuminista e socialista più vicina a Salvemini. In effetti Sciascia fu a modo suo un “meridionalista” e non mancò di collaborare, negli anni Cinquanta, alla rivista “Tempo Presente”, diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte.
Salvatore S. Nigro disegna la figura dell'abate Giuseppe Vella, fracappellano dell'Ordine gerosolimitano, autore del celebre falso del “Libro del Consiglio d'Egitto”, che è all'origine del romanzo di Sciascia – di questa straordinaria impostura di “quinto grado”, Sciascia – ricorda Nigro – si diverte in un gioco di citazioni e riscritture, dalla novella di Pirandello L'altro figlio all'Amleto di Shakespeare, dal Secondo libro della Giungla di Kipling a Libertà di Verga, fino ai versi di Giovanni Meli.      
Domenico Scarpa divaga sugli spiritelli stendhaliani che circolano nelle sue opere: quello egotista di Nero su nero, quello criptico dell' Affaire Moro.
Claude Ambroise si interroga sulla presenza di Montaigne negli scritti di Sciascia. Questi condivideva con l'autore degli Essais il concetto di retraite, che non è la torre d'avorio dell'intellettuale, la fuga dalla vita pubblica, semmai una condizione spirituale e filosofica di solitudine necessaria. Scrivere, per Sciascia, è “pur sempre essere trascinati nel mondo”.
Maria Rizzarelli traccia un primo bilancio del rapporto di Sciascia con la fotografia, a partire dalle Feste religiose in Sicilia (libro suggestivo quanto Le parrocchie di Regalpetra, come scrive nel suo saggio Giovanni Russo), e con i “fotografi veri”, che gli rivelarono un'altra idea della Sicilia. 

Le testimonianze (di Luisa Adorno, Andrea Camilleri, Gianfranco Dioguardi, Goffredo Fofi, Emidio Greco, Raffaele Nigro, Piero Ostellino, Vittorio Sgarbi, Stefano Vilardo, e lo stesso Antonio Motta, ndr) concordano sul vuoto lasciato da Sciascia in questa stagione di profonde e laceranti trasformazioni della società italiana, involta in un clima di ammorbante conformismo, etico e politico.

A chiusura del fascicolo viene evocato quel mondo dell'arte, che fu una parte importante della vita di Sciascia, attraverso le fotografie di Ferdinando Scianna, i disegni di Alik Cavaliere (ringrazio qui la moglie Adriana e il Centro Alik Cavaliere di Milano che ne hanno reso possibile la pubblicazione), gli acquarelli di Bruno Caruso, il pastello di Piero Guccione e l'acquaforte di Federica Galli (della grande artista appena scomparsa ripropongo anche il ricordo che ella stessa scrisse quando eseguì l'incisione).

Antonio Motta

Per informazioni e richieste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure Centro Documentazione Leonardo Sciascia/Archivio del Novecento  - Via C.A.Dalla Chiesa,11 – 71014 San Marco in Lamis (Foggia)


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