Salvatore S. Nigro - Quell'"hobby" di Sciascia

Diceva, Sciascia, di essere uno scrittore con l'"hobby" dell'editoria; e di provare nel «far fare dei libri un piacere quasi simile a quello di scriverli». Aggiungeva: «In qualche momento della mia vita sono stato persino tentato di entrare in qualche casa editrice: sono stato sul punto di farlo con la Garzanti. Ma una piccola casa editrice è sempre meglio, per il mio gusto, per le mie attitudini, di una grande. Così ho seguito gli amici Sellerio fin dal principio della loro attività, consigliando loro dei libri da pubblicare, scrivendo prefazioni, pubblicando da loro quel libretto sulla morte di Roussel, svolgendo insomma un'attività che dà senso al mio stare a Palermo, città in cui altrimenti non vorrei né potrei stare».
C'è una svagata umiltà nella dichiarazione. Eppure la parola "hobby" vi si ingigantisce, e diventa luminosa. Si accende di diletto. E, con sottigliezza, assimila il talento rabdomantico dell'editore alla vocazione indagatrice del "giallista". Sciascia editore si pensava come personaggio dello scrittore Sciascia, e si poneva, dentro la storia del romanzo poliziesco, nella discendenza del sergente Cuff inventato da Wilkie Collins nel romanzo La pietra lunare.
Sciascia editore ebbe "passione" per i libri che meritavano di ritornare tra le mani dei lettori, ben consapevole che ogni rilettura, a distanza di tempo, è una "reinvenzione" del libro dimenticato. Dava uno schiocco con le dita, puntava l'indice, e tutta una biblioteca di "libri rari" gli ruotava attorno. Sapeva come scegliere. E come indirizzare la nuova lettura. Il procuratore della Giudea di Anatole France era stato scoperto da Joyce. Ed era diventato, prima di farsi di nuovo libretto per pochi lettori, un classico della inavvertenza storica: con quella sua omissione di Cristo; con quella smemoratezza atona di un amministratore della giustizia: «Ponzio, ti ricordi di quest'uomo?», chiese Elio Lamia; dopo un breve silenzio, «Gesù?», mormorò Ponzio Pilato, «Gesù il Nazareno? No, non ricordo». Sciascia tradusse il racconto e, nel 1980, lo pubblicò nella collana «La memoria» di Sellerio. Ne fece «un apologo e un'apologia dello scetticismo». E così lo "reinventò", e lo mise in campo per una delle sue battaglie civili: risultando «forse particolarmente salutare in un momento in cui muoiono le certezze al tempo stesso che di certezze si muore».
Sciascia i libri da pubblicare prima li "sentiva", e poi li "serviva" con il suo lavoro editoriale (illustrazione di copertina, risvolto, saggio critico, scheda pubblicitaria, nota per i librai); per servirsene, infine, secondo un progetto che era insieme civile e culturale. Per la casa editrice Sellerio, Sciascia mise insieme due altissimi modelli: la qualità erudita della «Collezione Settecentesca», diretta da Salvatore Di Giacomo presso la Sandron di Palermo; e la qualità narrativa della «Biblioteca Romantica» dell'editore Mondadori, disegnata da Giuseppe Antonio Borgese.
Sciascia pescò ovunque. Nella sua memoria di lettore, soprattutto. E dai «Gialli Mondadori» (appassionatamente letti negli anni giovanili) recuperò il «giallo sorridente e melanconico» del misterioso Geoffrey Holiday Hall. Negli spazi di piacevolezza riposata dei tanti risvolti di copertina da lui scritti, si pose al servizio delle opere degli scrittori pubblicati e delle loro scelte stilistiche: della "reinvenzione" liberty e funeraria della Montagna incantata di Thomas Mann, nella Diceria dell'untore di Bufalino; della "reinvenzione" civile del barocco di Cervantes e di Bartoli, attraverso il Concerto barocco e Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier, nel Retablo di Consolo; nella "reinvenzione", tra Manzoni e Pirandello, delle "inquisizioni" di Andrea Camilleri. Sciascia fondò il catalogo della Sellerio. E gli diede quell'impronta inconfondibile, che permane anche dopo la sua morte. Basta scorrere il catalogo della collana che Sellerio pubblica per ricordare i quarant'anni della casa editrice e i venti anni trascorsi dalla morte di Sciascia. Ci sono autori che furono voluti da Sciascia. Ce ne sono di nuovi, che ne continuano lo spirito. Si va da Luisa Adorno, a Tabucchi, da Atzeni a Lucarelli, da Canfora a Sofri, da Piazzese a Carofiglio, da Bolaño a Giménez-Bartlett. Fino al giovanissimo Pietro Grossi.
(in Il Sole- 24 Ore – Domenica, 10 maggio 2009)

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