Stefano Salis - Sciascia tra bibliofilia e laicità

Il pudore, se non altro, assume la forma delle virgolette nelle “rivelazioni” di don Alfonso Puma, il parroco di Racalmuto che fu amico di Leonardo Sciascia, e che in settimana ha diffuso “Avvenire”, dando ad intendere che esistesse un lato “cristiano” (qui le virgolette nella titolazione del quotidiano) dell'autore di Todo Modo e che, magari, alla lunga, anch'egli si possa arruolare tra i laici pentiti dell'ultim'ora. Non era così, e non è così.
Non, almeno, leggendo le parole di Sciascia medesimo che più aveva chiarito il suo pensiero in merito. Persino nei ricordi dello stesso Puma, la frase di Sciascia che, mentre va a trovarlo ad Agrigento, esclama: “Troppo lunga è la scala della chiesa!”, ci lascia indovinare ironica distanza dal vescovo Carmelo Ferraro, più che prossimità. In una dichiarazione del 1979 Sciascia fu più esplicito: “Io mi sento abbastanza religioso, pur non potendomi dire interamente cristiano, e meno ancora cattolico. In questo senso sono poco siciliano, perché io ritengo che i siciliani siano assolutamente refrattari al fatto religioso”. Concetti elaborati, ripetuti e distesamente spiegati in una vita di scrittura e ripresi, come la frase citata, nel saggio di Giuseppe Giarrizzo nel numero monografico – splendido – che dedica allo scrittore siciliano (del quale ricorre quest'anno il ventennale della scomparsa) la rivista “Il Giannone”, con interventi tra gli altri di Pischedda, Fofi, Camilleri, Benedetta Craveri, Salvatore S.Nigro e Alberto Manguel (www.ilgiannone.it)...

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