Vincenzo Vasile - Elvira Sellerio, lettura primo amore

“Io sono nata nel 1936, ero bambina e c'era la guerra. E in guerra non era tanto il pane che non si trovava, quanto i libri. E così ho avuto un'infanzia assetata di libri. Eravamo sfollati in un paese vicino Palermo che si chiamava Casteldaccia, e avevamo lasciato i libri di famiglia in città. Le occasioni di dono, Natale, il compleanno, erano attese con gioia, l'unica possibilità di riceverli. Sicché sin da quando ho cominciato questo lavoro ho sempre tentato di produrre libri a prezzi bassi, sulla spinta del ricordo di quando guardavo le vetrine, e mi sembravano irraggiungibili. Il mio grande amore per la lettura è venuto dalla “Scala d'Oro”, bellissima collana, che io editorialmente a più riprese ho tentato di rifare. Portare i giovani a contatto con i grandi capolavori della letteratura. Come lo fecero allora, era bellissimo: riassumere per i giovani le grandi opere. Molti della mia generazione hanno letto la Sagra dei Nibelunghi che è una delle cose più difficili da leggersi nella versione integrale, nel sunto della “Scala d'Oro” come un bellissimo romanzo d'amore e di avventure. Si chiamava Le storie di Sigfrido, l'ho letta da bambina, l'amore, il sacrificio, l'idea dell'invulnerabilità... ancora adesso che ho quasi sessant'anni, quell'idea me la porto dentro, per me è legata alla fogliolina che rende vulnerabile Sigfrido, proprio in quel pezzetto di spalla in cui viene ferito, quella ferita che lo porterà alla morte. E io ripeto a me stessa: sono invulnerabile, penso all'invulnerabilità come a un modo di essere, a una condizione dell'esistenza. Mi dico: io posso sopportare tutto, sono forte, vado avanti, qualunque difficoltà la supero, poi mi accorgo che anch'io sono vulnerabile, ho la mia fogliolina... arriva sempre la famosa goccia che fa traboccare il vaso, per cui ti senti ferita”.

Libri per tutti

“...Libri per pochi, libri per molti: non esiste questa distinzione. Anche quando, ai nostri inizi, raggiungevamo pochi era una questione di tecnica editoriale, di distribuzione. Ma io credo che quando uno scrittore, e ancora più certamente quando un editore decide di pubblicare un libro è perché vuole che esso abbia una grande platea di lettori, la più numerosa possibile. E' stato proprio il concetto di letteratura per pochi che ha reso difficile in Italia l'abitudine al libro: nessun libro è per pochi, a meno che non si tratti di libri scientifici, specialistici. Ma i libri sono per tutti. L'idea su cui si deve battere non è l'obbligatorietà, ma il piacere, il divertimento. Lo slogan più bello è quello che inventò Borges, che diceva: “Chi non legge è un masochista”. Anche nelle trasmissioni televisive, nelle recensioni dei giornali, il libro viene raccontato e proposto come una cosa per pochi eletti, con parole difficili, e perché? Non c'è motivo: se racconta una storia, è bello per i pensieri che esprime. Invece, mai che si dica che il libro è il miglior compagno di vacanze, mai che si dica che le parole non ti tradiscono, sono lì, quelle rimangono... La casa editrice nasce quando ci siamo sposati io e Enzo, io non volevo continuare a lavorare in un ente pubblico, senza di lui non avrei neanche pensato di fare l'editore... Se poi non ci fosse stato Sciascia che ci ha aiutato, consigliato, seguito con altissima competenza e altissima amicizia, la casa editrice non esisterebbe. Ecco: la mia gratitudine per Leonardo non ha confini, la sua mancanza la sento, la sentiamo ogni giorno... Sciascia non era solo un grandioso scrittore, era un grande editore. E se penso alle cose che si sono dette e scritte su di lui, contro di lui... ne farò un libro, un'antologia dell'orrore, cose così infami che a parlarne ci si sporca, l'infamità di certi atteggiamenti riesce a sporcare solo a parlarne”.

Una collana di fantascienza

“Ora pubblico pure una collana di fantascienza, libri che spiegano quello che non è successo, perché noi di solito stiamo a parlare di tutto ciò che è accaduto, e invece quante altre cose sarebbero potute accadere. La letteratura del possibile. E' meglio così specialmente quando si comincia a invecchiare... non soltanto ricordare perché il ricordare è un po' un cane che si morde la coda.
... Della Sicilia in questi anni abbiamo venduto una immagine positiva, opposta allo stereotipo corrente. E per questo motivo questa casa editrice ha dato e dà fastidio a molte persone, quelli a cui conviene sostenere che tutto in Sicilia sia mafioso, tutto sia da buttare, e allora si cerca di accusare, si distillano veleni, ma non ha importanza, che piacere ci sarebbe a fare le cose se fossero facili? La cosa divertente è affrontare le difficoltà... Ma devo dire la verità, sono un po' stanca di due cose della Sicilia, di questo western in cui, come dice Enzo Sellerio, i nostri non arrivano mai. A un bolognese, a un milanese non gli chiedono cose su Bologna, su Milano. Io mi chiedo perché mai i siciliani debbano stare a decifrarsi, ognuno è quello che è, ci sono un sacco di cose incomprensibili. Non è un caso che Gorgia sia nato in Sicilia, non è un caso che duemila anni dopo, Pirandello abbia scritto quel che ha scritto, soprattutto sul potere della parola come verità autonoma: qui si parla troppo, e invece io coltivo il silenzio, anche privato, finanche in casa mia detesto parlare, dire parole superflue, moltissime volte mi capita di vedere la televisione senza audio.
... Sempre sulla Sicilia: la cosa più tremenda dell'essere siciliano è constatare sempre che un siciliano non perdona a un altro siciliano di fare, quello che Sciascia chiamava il peccato di fare. E' un caratteristica tremenda di questo paese, si perdona il parlare, chiunque può dire una cosa oggi e un'altra domani impunemente; ma il fare qualcosa, pur piccola che sia, mettere una pietra, quello non si può perdonare. Solo dopo molti anni che il grande siciliano è morto lo si rivaluta, è una cosa amara, madornale, forse un po' melanconica.
... Gli autori, l'ho sempre detto, meglio una novità che una ristampa, la ristampa è una battaglia già vinta, vai sul facile, è sempre la scommessa la cosa che mi piace, la scoperta degli autori, questa è la parola giusta, scoperta. Non si inventa un autore, lo si scopre, e questo fa parte del possibile, della casualità... di Bufalino si è detto già tanto, e poi Tabucchi, che, è vero, aveva già pubblicato da altri, ma con noi ha avuto un maggior successo: non credo di possedere la verità, né credo che tutti i libri che pubblico siano belli, ma il mio lavoro l'ho sempre fatto in buona fede, seguendo una linea di coerenza. Ora che pubblico centocinquanta libri l'anno, non è più come una volta, ma generalmente la narrativa ancora la leggo tutta. Finora tutta l'attenzione della casa editrice era rivolta alla selezione dei testi e delegavamo il commercio dei libri a strutture esterne. Arriva la crisi del '93, il mercato del libro che crolla, e allora io ho pensato che tutti i nostri sforzi organizzativi, oltre che sulla qualità dei testi, dovevano essere indirizzati anche alla parte commerciale, e così stiamo realizzando una struttura di vendita privata, che intendiamo completare entro la fine dell'anno. E' un momento molto difficile. Qualunque libro che non vendi è sempre un fatto avvilente, anche se, quando un libro è brutto devo confessare che ne sono quasi contenta, seppure questa mia affermazione può sembrare madornale. Fare il libraio oggi è un'attività da missionario, nella maggior parte dei casi. Fare l'editore è una cosa che corrisponde di più alla sfera del miracolo che non a quella del possibile, almeno per l'editore che non fa parte dei grandi gruppi finanziari”.

Donne in armonia

“La vita quotidiana: qui in casa editrice siamo quasi tutte donne, lavoriamo in armonia, ho visto attorno a me tanta solidarietà. La mia esperienza nel consiglio di amministrazione della Rai: no, non me ne sono pentita. Può darsi che nell'economia della mia vita non sia stata un'esperienza completamente positiva, ma è una malattia da cui non sono guarita. Ho toccato con mano in quell'anno alla Rai tutte le cose che avevo letto nei libri, soprattutto l'esperienza di vivere in un luogo di confluenza di poteri, come stare in mezzo al luogo in cui si esercita o si subisce il potere.
... I libri più amati: il più importante per la casa editrice è stato l'Affaire Moro di Sciascia, quello che ci ha fatto conoscere. Ma mi è difficile pensare a un libro più caso in particolare, gli innamoramenti sono continui, ci si innamora quasi sempre dei libri che si fanno, nei vari anni c'è stato il libro prediletto dell'anno, una volta un Tabucchi, un'altra la Adorno, ho amato come un dono particolare Retablo di Enzo Consolo, ma anche libri che hanno avuto un successo di pubblico ma che hanno avuto non meno amore da parte mia, non voglio fare l'elenco... diciamo che ho amato di più quelli che non riesco a citare... Quel che mi fa pensare certe volte che non sono un imprenditore vero è questo: quando scopro un libro bello pubblicato da altri ne ho tanta gioia, perché lo potrò comprare, perché lo potrò leggere”.

“Non vendo”


“Dobbiamo parlare anche delle difficoltà, che sono le difficoltà enormi dell'imprenditoria in Sicilia... I debiti sono debiti per tutti, però io continuo a sostenere che una particolarità, una nobiltà del debito degli editori esista. Il debito è sempre un debito, ma ci sono debiti più nobili e meno nobili, checché ne dica Franco Tatò, l'amministratore della Mondadori. E poi ci sono debiti che si pagheranno e debiti che non si potranno mai pagare... Ho avuto moltissime offerte, a Milano e a Roma ne mettono in giro una al giorno, l'ha venduta a questo, a quello, a quell'altro..., a Natale ricevo una lettera di un imprenditore: vorrei fare un regalo a mia figlia e siccome so che lei vende la casa editrice... A me questo fatto che la casa editrice sia diventata un pacchetto da piazzare sotto l'albero di Natale mi ha divertito molto. No, non vendo. Andrò avanti, mi dico che sono invulnerabile, come gli eroi della “Scala d'Oro”. Io cercherò di difendere la casa editrice con le unghie e con i denti”.

(in L'Unità, 4 luglio 1995)

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