Alfredo Giuliani - Candide rabbie del Voltaire di Racalmuto

Il primo libro pubblicato nel 1950 da Leonardo Sciascia si intitola Favole della dittatura. L'ho letto soltanto nel 1982, quando in occasione del Capodanno l'editrice Sellerio lo ristampò in una veste assai elegante e lo mandò agli amici. Le favole, brevi o brevissime, sono meno d'una trentina; scritte con fermissimo e misurato nitore, lasciano appena intravedere quelle che saranno poi le cifre di questo autore: l'amarezza appassionata, l'arguzia mimica, il realismo venato di malinconia e di umori metafisici.
Vorrei citare per intero una delle favole dal libretto di Sellerio: “Da anni il cane, quando pieno di noia si acculava ai piedi del padrone, amava la fresca sensazione che le scarpe gli davano: il padrone usando sempre una buona vernice alla trementina. Così, lentamente, il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere, si fuse in quell'odore gradevole, acquistò una certa voluttà. La pedata fu soltanto un odore. Ma un giorno il padrone usò altra vernice, di un odore più torbido, come di petrolio e di sego. Da allora le pedate riempirono il cane di disgusto”. Qui Sciascia era ancora incline a intenzioni di raffinamento, quasi liriche.
La favola del servilismo ha un tempo, che si snoda nei rapporti tra sentimenti e fatti; e ha uno spazio: si svolge in basso, “ai piedi del padrone”. Il tempo indefinito e continuo della condizione cane – padrone è reso con sapienza; al centro “il pensiero dei calci ricevuti e da ricevere”, e al principio e alla fine, simmetrici, “Da anni” e “Da allora”. Ma un'altra simmetria gioca il ruolo principale: il cane che era “pieno di noia” quando finiva di gustare il buon odore delle pedate, si riempie di disgusto quando l'odore cambia e diventa sgradevole. I fatti determinano le reazioni morali; e quella noia provata dal cane prima del disgusto non è forse un fatto più sottile, più insinuante dell'odore delle pedate? 
Dietro il garbo agevole e spesso divertito della scrittura, Sciascia risulta per fortuna un autore tenacemente attaccato alla realtà delle contraddizioni, ai fatti piccoli o grandi che costituiscono le verità percepite. Il piacere di favoleggiare, la mania di elevare la cronaca a favola, l'intelligenza della storia, e quella che ho chiamato più sopra l'arguzia mimica (la capacità di assumere e affabulare con riflessione i modi di essere degli altri), la naturalezza di scrivere pensando al lettore come a un altro se stesso (“Quando non mi diverto, la pagina non viene”); ecco, tutto questo, a cui si aggiunga il pirandellismo di fondo, fa di Sciascia un narratore deliziosamente pettegolo, irrequieto, mutevole, un interprete smaliziato della nostra commedia sociale.
Tra le molte pagine dedicate a Pirandello, rileviamo un tratto autobiografico nel volume-intervista La Sicilia come metafora (Mondadori): quando lesse Il fu Mattia Pascal e qualche volume di novelle, ne ebbe una travolgente rivelazione: che dentro il modo pirandelliano egli viveva, che il dramma pirandelliano dell'identità e della relatività era il suo di ogni giorno. “Chi sono – come sono – come mi vedono gli altri – chi sono e come sono gli altri – come si può parlare con gli altri se gli altri non sanno nulla di me e io nulla degli altri e nulla anche di me stesso”.
Questo è l'aspetto arrovellato, da cui vediamo nascere l'inclinazione, tutta siciliana, al mimo. Tradizione orale, sulla quale Sciascia ha scritto osservazioni interessantissime (La corda pazza, Einaudi), e tradizione letteraria, essenzialmente moderna. Se pensiamo a certe novelle di Pirandello e ai Mimi siciliani di Francesco Lanza (ristampato da Sellerio parecchi anni fa con prefazione di Italo Calvino). Scoprire il rovescio doloroso, pietoso, dell'avvenimento faceto, o il grottesco dentro la tragedia: il nocciolo dell'ispirazione pirandelliana, secondo Sciascia, è per lo più la sollecitazione fantastica provocata dal fatto realmente accaduto, è il personaggio reale che s'impone quale mimo di se stesso. Questa è anche la poetica di Sciascia, ma tenendo conto di una correzione: il modo di “ragionare le cose” si aggrappa all'illuminismo, a Diderot, Courier, Manzoni, insomma alla lucidità e al sarcasmo che si ficcano nel groviglio delle pulsioni umane, dei caratteri, degli interessi, delle cecità umane.
Molti dei più celebrati romanzi di Sciascia sembrano quasi belli e scritti per il cinema (Il giorno della civetta, Todo Modo); penso che di quelli il migliore sia A ciascuno il suo (ristampato l'anno scorso dall'Adelphi). Del resto, Sciascia non nascondeva tale vena: “Per il modo di raccontare, di fare il racconto, credo di avere un debito più verso il cinema che verso la letteratura”, dice a Marcelle Padovani (La Sicilia come metafora).
Ma il suo piacevole raccontare può avere ambizioni più complesse. Candido, del 1977, intreccia pressoché tutte le corde dello strumento: quella “pazza” o grottesca, la malinconica, la corda filosofica, la pettegola e maliziosa. Fedele al modello voltairiano, l'autore accumula in Candido tutte le improbabilità semiserie e plausibili della nostra commedia social – politica, con suicidi, omicidi, intrallazzi e bieche carriere, famiglie rapaci, gerarchi di partito, e molti preti spretati.
Le vicende burattinesche scorrono vicinissime alla realtà e vengono continuamente risucchiate da una voragine di mestizia e delusione.
Sciascia non se la sente di essere cattivo quanto Voltaire. Questi non risparmia dal ridicolo il suo protagonista. Candide, vissute tutte le sue disavventure per amore di Cunegonda, finisce con lo sposarla di malavoglia, diventata com'è brutta e sbattutissima, e con l'accontentarsi di coltivare l'orto. Quanto al suo precettore Pangloss, la sua leibniziana fede che questo è il migliore dei mondi possibili non vacilla mai neppure per un momento. Candide e Pangloss sono i due poli della ridicolaggine, e in conclusione appaiono derisoriamente salvi nel loro attivismo pratico e teorico.
Invece, i due protagonisti di Sciascia non sono tanto ridicoli, caso mai ridicola è la Storia che ne strapazza la fede. Candido, orfano e ricco possidente, si fa tranquillamente rubare la terra dai parenti, dopo avere invano tentato di regalarla ai contadini, e colmo di felicità, beato con la sua Francesca come in un sogno, finisce col fare il meccanico in un'officina. Il suo precettore don Antonio, inquieto arciprete che legge gli enciclopedisti, Stendhal, Marx e i sacri testi psicoanalitici, una volta spretato conquista una vera religiosità e si iscrive al partito comunista.
La complicità che Sciascia crea tra questi due esseri di favola è cosa amabilissima, ed è il succo del gustoso apologo. Amabilmente oppositivo è il ruolo che i due giocano l'uno per l'altro. Se per Candido l'essere comunista è “un fatto quasi di natura”, per don Antonio è “una faccenda molto complicata, molto sottile”. Se per Candido è più che giusto farsi espellere dal partito per restare comunista, don Antonio, per quanto indocile, non se lo può permettere, dato che non vuole “spretarsi” due volte. Il sistema di don Antonio consiste nel porre incessantemente l'una contro l'altra, o accanto all'altra, le verità più contrastanti. E Candido gli domanda: come può un uomo, o un partito, contenere tante verità opposte? Un partito non può, gli risponde don Antonio, deve trascegliere, ma la sinistra e l'uomo di sinistra, sì, deve viverle tutte. Questa è la morale dell'apologo.
Dopo questo libro, Sciascia scrisse L'Affaire Moro e si dedicò soprattutto a quelle riscritture e rimuginazioni di cronache che aveva pur sempre praticato (basta ricordare Morte dell'inquisitore del 1964 e I pugnalatori del 1976). Per loro natura tali scritti possono risultare assai accattivanti, sospesi tra il saggio di costume e il resoconto, per lo più, di un caso giudiziario o di una vicenda enigmatica.
Ricordo in particolare La scomparsa di Majorana (Einaudi), 1912+1 (Adelphi) e le Cronachette (Sellerio), tra le quali spicca la storia bellissima e atroce della “Povera Rosetta”, angelica canzonettista dei bassifondi ammazzata di botte dai questurini incarogniti (episodio milanese del 1913).
Detto questo un po' con l'ansia di far presto, e con il rimpianto per la tormentata fine dello scrittore, devo aggiungere qualche riga sulle mie personali preferenze. Sfogliando e risfogliando tante opere e operine mi sono un po' soffermato su quelle che vorrei rileggere: il diario Nero su nero e, in cima a tutte, il mirabile Occhio di capra (entrambi pubblicati da Einaudi), una raccolta dal vivo di espressioni siciliane, di Racalmuto, il paese di Sciascia: parole, modi di dire, figure di discorso. In Occhio di capra c'è tutto il meglio della maniera appassionata, concreta, metafisica, poeticamente maliziosa del narratore. Le parole di questo piccolo e vivente vocabolario sono storie, sono favole, miti, misteri, rivelazioni, sono cose e stampi di persone, mimi che i parlanti con arte istintiva recitano addosso agli altri o a se stessi, e che Sciascia spiega raccontando, a futura e perenne memoria.

(da La Repubblica, 21 novembre 1989).

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