Elena Guicciardi - Per Voltaire e per Hugo...

Per lo Sciascia scolaretto delle elementari, come egli ricorda in un gustoso capitolo di Cruciverba, “Parigi era la città dove i cani chiudono la porta con la coda” (una frase che il vecchio maestro ripeteva con voce rauca ogni qualvolta un ragazzo dimenticava di chiudere la porta della classe).
Per lo Sciascia appena giunto alla pubertà, la visione di Parigi si trasforma in quella di un labirinto che “si animò ad un certo punto di donne nude: rosee, paffute, maliziose, ammiccanti. E più nude che nude: in calzamaglia. Erano cartoline che un mio compagno di quinta sottraeva ad un suo zio, cui le mandava da Parigi un amico: e con saluti e sollecitazioni in terza persona, attribuibili alla donna fotografata...Si aggiunse poi, in quegli stessi anni per me di trapasso dall'infanzia all'adolescenza, una stoffa di cui tutte le donne belle e giovani che conoscevo parlavano e si vestivano: il suo nome, 'crepe Georgette'. Tutto allora per le donne veniva da Parigi...”.
Ma ben presto, intorno ai dodici-tredici anni, egli comincia a scoprire quella che diventerà per lui la città ideale, ideale “in quanto ha propriamente a che fare con le idee; e a tal punto da imprimerne la topografia”. Il rapporto con questa città che prediligerà fra tutte, è un “rapporto di memoria”, di memoria trasmessa e riflessa attraverso i libri.

La sua cultura letteraria francese è abbastanza prodigiosa: si può dire che abbia letto tutto, da Montaigne a Voltaire, da Hugo a Russel, fino a Gide e Proust. Il suo interesse per la letteratura d'oltralpe è stato risvegliato anzitutto da due libri assai dissimili: Il paradosso sull'attore comico di Diderot, letto fin dall'adolescenza e diventato poi una specie di “livre de chevet”, e I miserabili di Victor Hugo, che invece non oserà più rileggere da adulto, per il timore, dice, di “impoverirlo e impoverirmi, farmi apparire falso quel che per me, in me, è stato vero”.
La verità che ha scoperto da adolescente in questo capolavoro romantico si riassume in un paragrafo: “C'è un punto in cui i disgraziati e i perfidi si uniscono e si confondono in una sola parola; parola fatale: i miserabili. Di chi la colpa?”. “Credo - commenta Sciascia - di essermi aggirato per tutta la vita intorno a questa frase, a questa domanda, con crescente inquietudine, con crescente sospetto, con crescente complicazione”. Credo di dovere a questo libro il mio essere e sentirmi cristiano”, ha precisato d'altra parte in un'intervista pubblicata su “Les nouvelles littéraires”, in cui aggiunge: “ A mio avviso, il poco di cristianesimo che sussiste in Europa viene da Hugo, più che dal Vangelo”. Di Hugo ha amato pure Nostra Signora di Parigi, specie per le mirabili pagine sull'architettura, e ancora le Choses vues e i pamphlets politici contro Napoleone III.
La sua cultura francese può sembrare molto eclettica. Ha divorato tutto Stendhal, di cui ha pure smascherato certe finzioni, come quella del suo presunto viaggio in Sicilia, in un breve, arguto saggio che si intitola appunto Stendhal e la Sicilia. Curiosamente ammirava però anche un autore che oggi passa per “rétro”, come Anatole France. I suoi compagni di strada più fedeli restano tuttavia gli illuministi: Voltaire, Diderot, Montesquieu o ancora il pamphletista Paul-Louis Courier. 
 
In Francia, dove Sciascia figura, insieme a Calvino, Pasolini e Moravia, fra gli autori italiani contemporanei più tradotti e meglio conosciuti, egli viene generalmente considerato come un erede del Settecento francese, curiosamente radicato in una “sicilianità” che si situa agli antipodi del pensiero razionalista del secolo dei Lumi. Sciascia, osserva un “italianisant”, Patrick Mauriès, sottoscrive con fervore agli ideali dell'illuminismo, proseguendo la battaglia “contro l'oscurantismo ed il potere catalettico dell'ignoranza”. Un necrologio a firma di Jaqueline Risset, uscito martedì (21 novembre 1989, ndr) su “Libération”, presenta l'autore del secondo “candido” come un “siciliano volterriano”: di fronte alle passioni irrazionali della sua isola natale, si legge nel sottotitolo, Sciascia ha cercato nella Francia dei Lumi il modello di una Sicilia della Ragione.
Il primo soggiorno di Sciascia a Parigi avviene nel 1955: è quando si innamora di questa città, dell'allegria delle sue case imbandierate come in un quadro di Dufy, dell'aria di festa paesana che regna ancora a Montmartre, e conserva tuttora quell'atmosfera di villaggio dipinto da Utrillo. Da allora tornerà a Parigi praticamente ogni anno, per soggiorni più o meno lunghi.
“Frequentava i musei e soprattutto i negozi di stampe e le librerie d'antiquariato, dove ha fatto scoperte strabilianti”, racconta Mario Fusco, che fu suo amico e traduttore e spesso fungeva per lui da interprete, poiché Sciascia, pur leggendo perfettamente il francese, si ostinava a non parlarlo. Ciò spiega perché, fuori dalla cerchia degli “italianisants”, egli si sia fatto pochi amici a Parigi. 
Il più vecchio e il più fedele, che oggi è addoloratissimo per la sua scomparsa, rimane l'editore Maurice Nadeau, a cui si deve la pubblicazione delle prime traduzioni di Sciascia e in definitiva il suo successo in Francia. Lo scrittore non si è mai interessato granché alla letteratura francese contemporanea, salvo a rari autori, fra i quali possiamo citare Malreaux (di cui apprezzava soprattutto L'esploir), Roger Caillois o il filosofo Michel Serres. Con loro si erano stabiliti dei rapporti di reciproca stima.

(da La Repubblica, 22 novembre 1989)


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