Emanuele Macaluso - Così amico, così polemico

Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato presto. Avevo visto Leonardo l'ultima volta, a casa sua, dieci giorni fa e l'ombra cupa della morte lambiva un uomo vivissimo, lucido, con una mente vigorosa e un'aggressività critica intatta. Con me c'era Antonello Trombadori, l'amico più caro degli ultimi anni, e quando ci ha visti ha avuto un momento di intensa commozione, singhiozzando. Alcune settimane addietro ero andato a trovarlo a Milano: avevo notato la stessa commozione, ma c'era, in lui, ancora la speranza di vincere il male, di continuare a combattere anche se veniva sempre meno la fiducia nei medici e nelle medicine. A Palermo, nella sua casa, con tutti i suoi cari e le sue cose, forse avvertiva più acutamente un distacco ormai inevitabile. Stentava ad alzarsi dalla poltrona, faticava nel fare ogni movimento essenziale e ci disse che ormai era stanco e non ce la faceva a continuare. Ma voleva continuare. Continuare a vivere, a comunicare, a parlare, a raccontare. Aveva ancora tante cose da dire.
E sento già oggi che qualcosa mi manca e mancherà a tanti che con lui si sono incontrati e scontrati. Ho detto che non aveva perso la sua aggressività critica. Infatti nelle poche ore che trascorremmo insieme, pronunciò parole di fuoco per quei professori che volevano conferire una seconda laurea honoris causa al colonnello Poletti che governò la Sicilia, per conto degli Alleati, tra il 1943-44. Fece, insieme a me, l'elenco lungo dei sindaci mafiosi nominati da Poletti e dal suo assistente speciale, il capo-mafia siculo-americano Genovese. Questo episodio gli diede lo spunto per un ragionamento più vasto sugli intellettuali siciliani, su questi anni di conformismo nei confronti di un potere perenne. Già a Milano aveva voluto “stuzzicarmi” anche sul conformismo e l'intolleranza del Pci siciliano.
L'amarezza di oggi è attenuata da questi ultimi incontri che mi hanno consentito di ripensare a questo grande intellettuale siciliano che, come Pirandello, è stato un grande scrittore e pensatore europeo. Un grande siciliano che dalla sua terra ha saputo parlare al mondo. Il giorno in cui, con Antonello, andavo a Palermo, in aereo, abbiamo incontrato la scrittrice sovietica Cecilia Kin che, a 84 anni, faceva lo stesso viaggio per lo stesso scopo.

Ho conosciuto Leonardo Sciascia esattamente cinquant'anni fa, a Caltanissetta. Lui frequentava l'Istituto magistrale, dove insegnava Vitaliano Brancati, ed era amico di Gino Cortese, il quale mi aveva introdotto nel giro dei suoi amici letterati. Io, che ero più giovane, studiavo invece all'Istituto tecnico minerario con il fratello di Leonardo, Salvatore. Da quegli anni il mio rapporto con Sciascia è stato continuo e forte: prima nella comune lotta al fascismo e poi nella Sicilia che lui ha raccontato in pagine indimenticabili. Un rapporto, dicevo, forte ma anche conflittuale, segnato da polemiche e da amicizie crescenti.
Anche il suo rapporto con il Pci è stato di incontro e scontro, anche duro. Con Berlinguer, la polemica finì in tribunale. Bisogna ricostruire con pazienza e verità l'itinerario di questo rapporto per capire meglio Sciascia e il Pci. Oggi posso solo indicare alcuni momenti di questo itinerario. La lotta antifascista, la speranza del dopoguerra, il movimento contadino e le lotte alla mafia; la polemica con Togliatti dopo l'uscita di Vittorini dal Pci, il suo successivo reimpegno nel Pci nei primi anni Sessanta e poi ancora una distacco espresso con la metafora che ritroviamo nel suo libro Il contesto.
Nel '75 partecipò alla battaglia amministrativa a Palermo e poi ancora un suo distacco aspramente motivato per le “collusioni” del Pci con la Dc di Lima in Sicilia e sul terrorismo, la mafia e l'antimafia.
Nel 1979 Sciascia fu eletto nelle liste del Partito radicale in forte polemica col Pci. Recentemente alcune battute dello scrittore siciliano “sulla mafia dell'antimafia” sono state l'occasione per rivolgergli accuse immotivate e infamanti anche da parte di esponenti del Pci. Su questo episodio scrissi, per l'Unità, un articolo critico verso Sciascia, ma rimettendo la polemica nei giusti binari, come si doveva nei confronti di una coscienza libera e limpida, di uno scrittore che con i suoi libri aveva concorso a formare una coscienza nazionale nella lotta alla mafia. Dopo quell'articolo, Leonardo mi telefonò e colsi nelle sue parole un senso di liberazione. Avvertiva come un'intollerabile barbarie quelle accuse ed era felice nel constatare che era ancora possibile litigare, polemizzare aspramente, ma su un terreno che restava comune.

Ho detto di ripensare al tortuoso itinerario dei rapporti tra Sciascia e il Pci non per ripercorrere solo il passato ma per cogliere ciò che oggi ci suggerisce nel generale ripensamento per progettare un avvenire. Se rileggiamo i primi racconti di Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra e Gli zii di Sicilia e poi Il contesto possiamo scorgere non solo uno squarcio della Sicilia di quegli anni, ma anche un modo di essere del Pci: forza orgogliosa, combattiva, onesta, ma impotente ed emarginata; oppure forza rassegnata e inserita nel sistema da altri costruito. C'è, nella rappresentazione del Pci di Sciascia, una evidente esasperazione e forzatura, ma coglie il dato di un dilemma che ancora oggi fa discutere. L'altro corno delle polemiche concerne lo Stato e i rapporti Pci-Stato. Anche su questo versante la polemica sciasciana nei nostri confronti è spesso esasperata e sbagliata, ma ancora una volta coglie contraddizioni e oscillazioni reali nella politica del Pci: sia negli anni della lotta al terrorismo sia in tutta la vicenda della battaglia contro la mafia, soprattutto negli ultimi anni. Come si vede, si tratta di temi essenziali e vitali che lo scrittore siciliano ha sollevato lungo un arco di tempo, attraverso le metafore dei suoi bellissimi racconti o con le roventi polemiche dei suoi articoli.
Ma con l'opera di Sciascia tutti hanno dovuto fare i conti, quelli che, come noi, sono stati interlocutori attenti e coloro che si sono sempre distratti, che hanno fatto finta di niente. Perciò oggi più degli altri sentiamo un vuoto, avvertiamo che vengono a mancare una voce forte e una coscienza onesta che per tanti anni hanno stimolato la nostra intelligenza e arricchito il nostro sapere. Oggi avverto che mi viene a mancare una sponda nella vita.
Non esagero se vi dico che mi sento più solo. E con me tanti altri.

(da l'Unità, 21 novembre 1989)

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