Alexander Langer - Leonardo Sciascia: Provinciali è bello

L'incontro con uno dei più illustri "provinciali" della letteratura italiana, con Leonardo Sciascia, si svolge a Roma. Lontano, dunque, sia dalla sua Sicilia che dal mio Tirolo: ho un po' di paura di non riuscire a comunicare il mio amore per la mia terra, a lui sconosciuta, mentre lo interrogo sul suo per la terra sua.

"Non c'è nulla di più provinciale dell'accusa di provincialismo, trovo io", esordisce Sciascia, dopo esserci messi d'accordo che la sua intervista a "Tandem" verterà intorno ad un argomento che, in certo senso, ci è comune, pur nella distanza di due terre cosi particolari, entrambe a loro modo "isole".

"E poi, cosa s'intende per provincialismo? Forse il fatto fisico di vivere in provincia? O il comportarsi secondo canoni di arretratezza, di incultura, di barbarie? In questa seconda accezione io non credo che esista un provincialismo, si può essere provinciali a Roma, a Parigi, a Londra, a Bruxelles, come a Agrigento o Bolzano. Io, comunque debbo dire che le persone più colte e più informate che io abbia conosciuto, le ho sempre trovate in provincia. E potrei fare una quantità di esempi, dall'aristocratico Lucio Piccolo di Capo d'Orlando, sempre vissuto sulle sue terre, a questo o quel professore di liceo di Ragusa o di Lentini. Io dico apertamente che debbo la mia formazione alla provincia, agli incontri con professori di provincia, con uomini colti di provincia. Pensa che nel 1940 ho potuto leggere una traduzione di James Joyce, trovata tra i volumi dell'istituto di cultura fascista a Caltanissetta: una scoperta che la cultura italiana fece poi molti anni dopo la fine della guerra".

I rapporti col resto del mondo, con l'Italia, per Sciascia e per la "sua" Sicilia non sono un problema: "E' naturale averlo, questo rapporto, senza ricerca o volontà, senza impacci o complessi". Ed anche il forestiero in Sicilia non è respinto come corpo estraneo, anzi, "c'è una xenofilia incredibile - dice Sciascia  - se mai eccessiva, tutto il contrario di quanto succede ai meridionali quando si trovano al nord. Solo quando il forestiero pretende di insegnarci, allora si reagisce, col silenzio, con l'isolamento. Ma l'inserimento in Sicilia è molto facile, nei paesi piccoli ancor più che nelle città grandi".

Parliamo della "patria", e spiego a Leonardo Sciascia la nostra strana condizione di tirolesi, pezzo di un popolo che non ha più una patria "grande" e che ormai vive tutto proiettato sulla "piccola" patria. Parlo della differenza tra "Heimat", la patria dei luoghi, dei suoni e delle tradizioni conosciute e familiari a differenza del "Vaterland", la patria delle bandiere, degli inni e delle battaglie, e racconto che oggi spesso da noi si tende a compensare la mal digerita perdita del "Vaterland" con un eccesso di mito intorno alla "Heimat".

"La patria più forte e la famiglia, il resto poi è sovrastruttura", risponde Sciascia con parole lente e quasi un po' estorte. "Poi c'è la Sicilia, che è come una grande famiglia, ma questo è un sentimento che ti prende fuori. Dentro, fin quando ti trovi nell'isola, no. Anzi, il siciliano dentro i limiti dell'isola ha una capacità autodenigratoria incredibile, come c'è anche viceversa questa follia siciliana del credersi migliori di tutti, ma fuori tutto è diverso, diventiamo come dice Lampedusa "il sale della terra" ".

Parlo della paura sudtirolese di perdere la propria identità, di sciogliersi in una "Mischkultur" senza radici. E chiedo della Sicilia.

"Concetti simili da noi non possono avere corso, c'è il fatto geografico di essere un'isola, che già di per sé e un motivo di identità. Ma è un'isola aperta a tutti, dove le culture si sono intersecate e scambiate, aperta alla cultura francese, con un sostrato di cultura spagnola... ma non esiste la paura di perdere la nostra identità, no, non esiste proprio. Ci si sente abbastanza forti, non è una cosa di cui darsi pensiero. Piuttosto la Sicilia ha una grande forza di integrazione soprattutto negli aspetti deteriori". "Guardiamo all'emigrazione siciliana in America: la prima generazione ha fatto di tutto per perdere la sua identità siciliana, la seconda credeva di averla già perduta, alla terza è insorta fuori!".

Chiedo se l'autonomia influisca in qualche modo nell'essere e sentirsi siciliani oggi.  "Non incide per nulla, salvo a volercela togliere: se ci provassero, allora insorgerebbe un certo sicilianismo. Ma direi che l'autonomia è stata un modo per rivivere certi contenuti deteriori della storia siciliana, che è tutta una storia fondata sui privilegi, il foro privilegiato, le giurisdizioni riservate, eccetera. L'autonomia ha un po' resuscitato queste cose. Il rapporto con l'Italia, comunque, non è antagonistico, superata una ventata separatistica (che in effetti voleva essere anche antifascista)".

Parlando della questione della lingua, anche del bilinguismo, Sciascia dice che per loro la lingua è chiaramente l'italiano, il dialetto non lo sente come una "seconda" o "prima" lingua. Non ha neanche paura che la Sicilia possa essere minacciata da processi di perdita di identità che gli racconto, riferiti al Sudtirolo: parlo della trasformazione in merce turistica di molta parte del patrimonio di costume e tradizioni.

"Non ho l'impressione che questo consumismo ci sia anche in Sicilia, e se si conservano certe cose, lo si fa per la gente, non per i turisti. Quest'anno, per esempio, nel mio paese ho assistito al rinascere di una cosa che si faceva ai tempi della mia infanzia: la novena di Natale. In ogni quartiere venivano messi su degli altarini col presepe, con l'illuminazione e gli aranci intorno, e poi passavano dei suonatori ogni sera. Quest'anno la partecipazione popolare era incredibilmente alta, perché alla gente piace. E' un modo di rifarsi a certe cose del passato, in questo tempo di appiattimento generale della vita. Io sono molto tranquillo, la svendita turistica non mi sembra una minaccia. Anzi, da noi non è il turista che rivitalizza certe tradizioni, ma l'emigrato: d'estate, quando viene, vuole rivedersi la sua festa patronale come 20 anni fa, e dà i soldi necessari per organizzarla". Preoccupa, invece, il destino dei giovani. "La fuga e la preparazione alla fuga c'è sempre, è quello il destino della maggior parte: si fugge perché si deve vivere, si deve trovare un lavoro".

La Sicilia, dice Sciascia, è spesso incerta se deve rivendicare dall'Italia la riparazione di vecchi torti, di conti non pagati. Anche se lui mostra qualche dubbio: "Secondo alcuni non è vero che noi chiudiamo i conti con dei crediti. Certo, c'è stato il patto scellerato tra l'industria del nord e l'agricoltura del sud, ma forse la Sicilia in fondo ha avuto quello che ha dato. Anche se di certe cose magari ci siamo accorti solo durante la guerra: che per esempio non avevamo neanche una fabbrica di fiammiferi in tutta la Sicilia. Prima dell'unità non eravamo così dipendenti".

Sciascia, orgoglio della Sicilia. Così almeno immaginavo, e gli chiedo se per i giovani siciliani personaggi come lui o come Pirandello vengono visti come una specie di bandiera, di rafforzamento del "sentire siciliano"; gli parlo del culto per i nostri "eroi", sportivi o culturali che siano.

"Sciascia, lo scrittore siciliano: questo lo scrivono i giornali del nord. Da noi non succede. Anzi, ti racconto un episodio. Ad Agrigento si vendeva una cartolina illustrata con la foto di Pirandello, ripreso davanti al tempio della Concordia. Dietro c'era scritto: "Il tempio della Concordia ad Agrigento", e basta". Forse si è più sicuri di sé, in quell'isola secolare. Alcune nostre nevrosi tirolesi (anche di sinistra) mi appaiono più sfumate, dopo questa conversazione con Leonardo Sciascia.


(in Tandem, 11 febbraio 1981)

 

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