Enzo Ciconte - Per capire le mafie

 

Per capire le mafie dalle origini bisogna partire dalle favole e dalle leggende, per capire le mafie d'oggi bisogna ascoltare alcune canzoni.

I Beati Paoli della mafia siciliana, la camorra che decantava il periodo spagnolo, la 'ndrangheta con i suoi tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso, Carcagnosso: tutto ciò ha fatto parte dell'armatura ideologica coscientemente indirizzata sin dall'Ottocento a catturare l'attenzione e la simpatia, a creare attorno ai mafiosi fascino e malia. C'è da dire che hanno profuso un grande impegno e che alla fine ci sono riusciti.

Oggi sono molto diffusi i canti della malavita che si possono trovare in Calabria sia sulle bancarelle sia nel circuito legale; si trovano anche, e sempre più, in Germania dove hanno avuto e hanno un successo sorprendente. Continua la costruzione ideologica del mito d'una 'ndrangheta povera, espressione di una Calabria ribelle e insofferente alle ingiustizie. Sangue e onore sono le parole guida per penetrare i segreti della simbologia delle 'ndrine. Le note ritmate sulle antiche tarantelle accompagnano testi che descrivono una realtà che non c'è più, cantano una 'ndrangheta con il rimpianto della nostalgia.

Le mafie, tutte le mafie, hanno sempre avuto bisogno del consenso senza il quale non avrebbero fatto molta strada. Hanno ucciso un numero sterminato di persone, ma hanno spesso sentito il bisogno di spiegare con gesti simbolici le ragioni delle loro scelte per renderle comprensibili e dunque accettabili. Adesso non s'usa più, ma un tempo erano frequenti il sasso in bocca, l'incaprettamento, i genitali tagliati e messi in bocca della vittima, i soldi sparsi sul cadavere. Hanno sparso il terrore, hanno annichilito le persone, ma tutto il sangue versato e la violenza profusa a piene mani non avrebbero assicurato loro il futuro.

E' importante partire da qui per cercare di smontare uno dei luoghi comuni più insidiosi e che di più ha impedito la comprensione della reale natura delle mafie, quello che ritiene i mafiosi solo degli uomini che sono assassini, criminali, delinquenti, violenti. Le mafie sono tutto questo, ma sono anche qualcosa di più e di diverso.

La lunghissima durata storica – dai primi decenni dell'Ottocento fino ad oggi – ha mostrato come le mafie siano un originale prodotto che è stato in grado di assicurare il governo criminale del territorio e che ha garantito la forza di condizionare l'economia, la società, la politica di intere aree del Mezzogiorno., Inoltre negli ultimi 60 anni hanno avuto la capacità di insediarsi nelle regioni del centro nord e in molti paesi esteri.

Leggendo i documenti inediti dell'Ottocento e del Novecento custoditi nell'Archivio centrale dello Stato e posti a base del mio libro Storia criminale edito da Rubbettino nel 2008, ho potuto constatare come, con lo scorrere degli anni, dei decenni, dei secoli, molte cose siano cambiate e si siano trasformate; mutava tutto, tranne questo bisogno delle mafie di assicurarsi e perpetuare il consenso e nello stesso tempo la fedeltà, l'altro cardine su cui ruota l'organizzazione rendendola salda e duratura.

 

Sin dalle più remote origini i mafiosi volevano raggiungere questo obiettivo come mostrava il fatto che hanno sempre vincolato i nuovi arrivati – i picciotti – con un vero e proprio rito che aveva un fascino potente a cui i giovani s'avvicinavano con timore, con rispetto, con ansia, con grandi aspettative e con venerazione perché capivano che la loro vita sarebbe cambiata completamente dopo l'incontro con quegli uomini d'onore e di rispetto che avrebbero battezzato il nuovo arrivato a “cerchio formato”.

Era una cerimonia altamente simbolica perché quel cerchio entro il quale il giovane aspirante mafioso stava tutto tremante aveva una doppia valenza, da un lato serviva quasi come protezione dalle minacce esterne, dall'altro lato serviva anche a fargli intendere che sarebbe stato solo se avesse tradito, essendo circondato da tutte le parti e dunque schiacciato e distrutto, irrimediabilmente. Quei giovani sapevano che la loro era una scelta senza possibilità alcuna di ritorno; una scelta per la vita.

La violenza era un dato strutturale che apparteneva ad ogni organizzazione e che veniva mostrata all'inizio, senza che ci fosse bisogno di reiterarla continuamente. La violenza, in tal modo, diventava uno strumento di governo e di controllo del territorio. La vera ambizione del mafioso era quella di esercitare la funzione di mediazione tra opposti interessi, tra molteplici e diverse esigenze che erano molto difficili da comporre. I mafiosi volevano essere il punto di riferimento per i contendenti, per i conflitti in campo che erano ben felici di dirimere.

Si presentavano come i protettori sia del popolino vessato dallo Stato e dagli sbirri, com'erano chiamati carabinieri e poliziotti, sia dei proprietari che avevano bisogno di sicurezza per le proprietà e persino garanzie per la stessa loro incolumità personale quando si mettevano in viaggio lungo vie insicure, insidiate da banditi e briganti.

Sin dalle origini i rapporti con i proprietari terrieri assunsero un aspetto peculiare, perché i mafiosi li costrinsero a essere vittime o collusi. Le vittime furono un numero sterminato; molti imprenditori e proprietari pagarono il pizzo e così facendo ridussero le loro capacità economiche, non misero in atto forme nuove d'investimento e mortificarono la loro iniziative economica, danneggiando l'economia e lo spirito imprenditoriale d'intere aree del Mezzogiorno.

Lo sviluppo, l'espansione e il progresso di quelle terre furono significativamente rallentati. Ne seguì un danno incalcolabile le cui conseguenze sono visibili ancora ai nostri giorni. Queste regioni dominate da sacche di sottosviluppo, di sviluppo distorto, di zone di arretratezza mostrano i chiari segni di una seria debolezza e di una notevole asfissia dell'apparato imprenditoriale e della stessa società civile.

Anche i collusi furono un numero assai rilevante, forse addirittura numericamente superiore a quello delle vittime. Questi soggetti avevano una certa convenienza a essere collusi perché spesso utilizzavano i mafiosi per danneggiare economicamente i loro avversari, oppure, in tempi più recenti, per poter partecipare alle gare d'appalto vincendole in danno d' altre ditte che non avevano pagato la protezione mafiosa.

In tali condizioni è difficile parlare – limitatamente alle zone interessate – di economia di mercato e di libera concorrenza essendo, l'una e l'altra, prive dei connotati di base, a cominciare dalla libertà di operare le proprie scelte imprenditoriali o commerciali.

Le caratteristiche prima ricordate spiegano perché sin nel cuore dell'Ottocento era possibile rinvenire tracce rilevanti di rapporti tra le mafie e uomini politici o rappresentanti delle istituzioni in regioni come la Sicilia, la Calabria,la Campania.

Ci sono vari segnali, che si ripetono nel corso dei decenni, che ci mostrano una sicura progressione del fenomeno e che ci segnalano come il rapporto si stia sviluppando in forme sempre più nuove e moderne.

Su un altro versante, ancora poco indagato dagli studiosi, si andò costruendo l'apparato di consenso mediante il collegamento con il mondo della Chiesa cattolica che ha avuto nei confronti delle mafie un rapporto ambiguo, perché non le ha mai annoverate tra i nemici ideologici e ha realizzato con loro una lunga convivenza che è durata fin quasi un decennio fa, quando la Chiesa scoprì che c'era una contraddizione profonda, anzi insanabile, tra il messaggio di Cristo e quello delle mafie, e comprese l'impossibilità di essere cristiani e nello stesso tempo mafiosi.

Tutto ciò aiuta a capire perché ogni volta che i governi hanno pensato – lo fecero in epoca liberale con Malusardi, lo fecero in epoca fascista con Mori – di intervenire con le maniere forti mettendo in campo una spietata repressione fallirono clamorosamente, tranne qualche iniziale e temporaneo successo.

L'Italia fascista consegnò all'Italia repubblicana una mafia rigogliosa che fu in grado, con l'arrivo degli alleati, di riprendere i traffici illeciti e di stabilire rapporti proficui con i nuovi arrivati. Conclusa l'occupazione militare alleata, s'aprì la lunghissima stagione della coabitazione tra i mafiosi e i nuovi governanti italiani che ebbe esiti infausti perché portò le mafie a svilupparsi senza essere disturbate più di tanto e indusse molti a ritenere – anche dentro gli apparati preposti a garantire l'ordine pubblico – che la mafia non esistesse o che fosse solo un modo d'essere dei siciliani, in ogni caso un loro problema; solo loro, non d'altri.

 

Dopo la conclusione della seconda guerra mondiale le mafie riuscirono ad inserirsi negli affari economici più importanti del momento, quelli legati al mondo dell'agricoltura che non verrà più abbandonato, e quello del contrabbando di sigarette estere.

L'ingresso in questo nuovo settore criminale portò i mafiosi ad uscire dal loro angusto territorio, a varcare i confini della propria regione e dell'Italia. Le rotte del contrabbando di sigarette furono le stesse attraverso cui arrivò anche la droga quando, a cominciare dagli anni sessanta e settanta, i mafiosi decisero di entrare anche loro in quello che è il più grosso business nella storia della criminalità organizzata a livello mondiale.

La droga spinge i mafiosi a spostarsi nel nord dove c'erano le regioni più ricche, dove era possibile guadagnare di più e dove era più facile riciclare il denaro sporco e investire in immobili senza che nessuno se ne accorgesse, sia perché i mafiosi hanno fatto di tutto per passare inosservati sia perché nel nord si pensava che le mafie non potessero arrivare e soprattutto non potessero radicarsi, essendo un prodotto d'un Mezzogiorno arcaico, plebeo, pezzente che nulla aveva a che fare con un nord sviluppato. Tesi che s'è rivelata completamente errata.

Che le mafie fossero arrivate al nord lo si sapeva già dai primi anni settanta con la relazione della commissione antimafia firmata dal presidente Cattanei, ma lo si capì drammaticamente nel 1993 quando i corleonesi di Cosa nostra decisero di spostare al nord le stragi; e così ci furono i tragici fatti di Firenze, di Roma, di Milano che colpirono l'immaginazione di tutti perché era la prima volta che la mafia agiva fuori della Sicilia.

 

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. I capi assoluti di Cosa nostra – Riina, Bagarella, Provenzano – oggi sono in carcere e con loro sono finiti dietro le sbarre tutti i componenti di vertice di Cosa nostra. L'ala militare è all'angolo, ma ciò non significa che Cosa nostra è distrutta, perché la borghesia mafiosa, ossia i componenti del compatto finanziario ed economico sono in piena attività e le cosche non sono state private di tutte le proprietà e di tutti i capitali che sono rimasti nella loro disponibilità e che continuano a circolare nell'economia legale.

La camorra – nella sua componente casalese – è molto attiva e dinamica sul piano puramente criminale e si sta espandendo al nord e all'estero.

La 'ndrangheta è oggi l'organizzazione più forte e più radicata al nord e all'estero, dove ha proprie filiali che rispondono alla casa madre che continua a rimanere in Calabria. Al nord e all'estero si sono spostati molti degli affari delle famiglie e anche alcuni uomini importanti, ma il cuore pulsante delle 'ndrine rimane a controllare in modo asfissiante il territorio, perché gli 'ndranghetisti sanno che il controllo del territorio è la condizione per la loro sopravvivenza. Inoltre, con l'omicidio Fortugno e con la strage di Duisburg, hanno mostrato in faccia al mondo la loro pericolosità e la loro potenza.

Al nord spesso non si ha la capacità – perché mancano gli strumenti culturali – di comprendere come alcuni fenomeni economici rischiano di condizionare l'economia di quelle terre. Si prenda, ad esempio, l'usura che sta assumendo proporzioni inquietanti perché accanto all'usuraio classico, lo strozzino e il cravattaro d'una volta, s'è affiancato, da qualche tempo a questa parte, quello che ha una forte disponibilità di capitale mafioso.

Gli scopi dell'usuraio mafioso sono ben diversi da quelli dell'usuraio tradizionale; il primo intende riciclare denaro sporco, far fruttare il denaro investito e nello stesso tempo tenere sotto scacco l'usurato fino a raggiungere l'obiettivo di espellere l'antico proprietario rilevandone la proprietà. L'usura mafiosa è più pericolosa di quella classica anche per gli obiettivi e per la quantità di soldi che riesce a movimentare con gli evidenti condizionamenti che riesce ad esercitare, soprattutto perché sostituisce gli antichi proprietari.

Al sud, accanto ai tradizionali campi d'intervento, ci sono tante truffe in danno della Comunità europea che interessano i settori dell'agrumicoltura e dell'olivicoltura. Sono truffe ben congegnate, truffe che richiedono preparazione, conoscenza dei meccanismi di erogazione del denaro pubblico, complicità e acquiescenza che si ottengono saltando i meccanismi dei controlli, utilizzando la leva della corruzione che spesso funziona ancora meglio dello strumento, molto antico, della violenza.

 

L'Italia di oggi è divisa in due. Al sud predominano le mafie italiane, al nord quelle straniere che sono molto attive nel traffico degli stupefacenti, nell'immigrazione clandestina e nella tratta delle persone, in modo particolare di giovani donne – anche minorenni – obbligate con la minaccia di sottostare alle terribili conseguenze dei riti vodoo o con la forza, a fare le prostitute di strada o al coperto di locali mascherati da sale massaggai o club privé. Gli stranieri sono molto attivi nei reati cosiddetti predatori, quelli che creano forte allarme sociale. In questa parte d'Italia gruppi criminali stranieri convivono con le mafie italiane che sono attive ormai da decenni. Un'Italia divisa in due, e i tribunali italiani intasati e affollati da una babele di lingue straniere.

L'idea che si è fatta strada è che sono pericolosi i reati predatori e non quelli commessi dai colletti bianchi, lo scippo piuttosto che il falso in bilancio, il furto piuttosto che la corruzione ecc. E' mutata anche la percezione della differenza sostanziale tra lecito e illecito e nel contesto s'è affermata l'idea di una giustizia che non colpisce tutti, perché sembra indirizzata a colpire duramente i ceti marginali, ritenuti socialmente più pericolosi di altri ceti, come quelli che formano i cosiddetti colletti bianchi. Una giustizia a due livelli: una per gli imprenditori e i potenti, l'altra per i ceti marginali. I primi non possono andare in galera, per principio; i secondi sì, eccome!

Tutto ciò mette da parte la grande questione mafiosa che, in certi ambienti anche di governo oltre che dei mass media, sta tornando ad essere s lo e soltanto una questione di criminali e di delinquenti da affrontare con l'armamentario classico della sola repressione.

E' un errore che, come s'è cercato di dire, s'è già fatto in passato. Sarebbe bene non ripeterlo.

 

(in Catalogo Rubbettino – Primavera – Estate 2009)

 

Enzo Ciconte è Presidente dell'”Osservatorio tecnico-scientifico sulla sicurezza e la legalità” della Regione Lazio e docente di 'Storia della criminalità organizzata' presso l'Università di Roma Tre.

Per i tipi della Rubbettino (www.rubbettino.it) ha pubblicato “'Ndrangheta”(2008) e “Storia criminale” (2008).

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