Giuseppe Costa - La Sicilia di Sciascia e di Falcone

 

Il presente testo è l'intervento dell'autore all'incontro con Marcelle Padovani tenuto a Lipari il 4 aprile 1995 e organizzato dal Centro Studi e Ricerche di Storia e Problemi Eoliani.

 

La telefonata d'invito di Nino Pajno mi ha inaspettatamente offerto l'occasione per consultare la parte più riservata e intima del mio archivio e della mia biblioteca di cose siciliane e di rileggere ovviamente,  quasi simultaneamente e in maniera più intensa, Cose di Cosa Nostra e Sicilia come metafora, le grandi testimonianze della nostra ospite.

Ho ripreso così in mano e rivissuto venti anni della mia vita di adolescente, di studente universitario, di adulto e di giovane magistrato; ho rivisto le stupende immagini fotografiche di Sciascia ad opera di Ferdinando Scianna; ho ripreso le letture di pagine ritagliate da quotidiani e da periodici ormai ingialliti e da decine di libri sui quali ho quotidianamente costruito il mio vivere e ragionare civile; ho rivissuto l'intenso senso di vuoto e di smarrimento culturale che ha prodotto in me ed in tanti altri italiani il 20 novembre 1989, la morte di Leonardo Sciascia; ho risalito i mille rivoli di personalissima ed intima vena interpretativa privata nel rileggerlo; ho poi respirato di nuovo l'enorme fascino che rappresentava Giovanni Falcone per un giovane aspirante uditore giudiziario nell'anno 1984; ho subìto, ancora più intensamente e con drammatica, aumentata angoscia, lo iato di Capaci.

E ho, infine, soprattutto, rivisto la Sicilia che forse avevo dimenticato: la Sicilia centro occidentale, la Sicilia di mia madre e di due straordinari siciliani che oggi, purtroppo, non ci sono più, così come mia madre, e che mancano a noi tutti.

Dirò subito di non appartenere né alla schiera dei giudici “sciasciologi” (ricordo che molti, forse troppi, colleghi, anche con competenza, hanno sviscerato in chiave giudiziaria il pianeta Sciascia), né, tanto meno, all'ormai consueta schiera dei giudici “mafiologi” o, meglio ancora, in generale, dei “professionisti in mafiologia” (a questo proposito, Sciascia teorizzava addirittura l'esistenza di una presunta cattedra in mafiologia presso l'Università di Bologna – cfr. Fuoco all'animaConversazione con Domenico Porzio, pag.69 - , ma io non sono riuscito a scavare così a fondo nei suoi scritti al punto di riuscire a scoprirne il presunto titolare).

Il mio osservatorio umano e professionale è, certamente, più periferico e modesto e da esso spero di poter continuare a offrire a me stesso una quotidiana lettura e rilettura semplice di Leonardo Sciascia e di Giovanni Falcone.

 

Sciascia riteneva che il siciliano fosse naturalmente portato per il formalismo giuridico: la Sicilia, infatti, fu “la terra  dove le giurisdizioni, o fori privilegiati, erano diventati più numerosi, talché il siciliano fu portato a divenire “un esperto di diritti di ogni sorta”.

Ecco quindi che diventa essenziale stabilire quale debba essere oggi il ruolo del giudice nella Sicilia e in Italia.

A mio avviso, il grande insegnamento che a tal proposito deriva a noi dalla fusione del pensiero di Sciascia e di Falcone, è che nell'attuale realtà siciliana, la primazia che compete e deve competere alla categoria sociale cui appartengo, è non già di natura politica e di potere in senso stretto, bensì latamente e intensamente culturale.

In sintesi, si tratta della primazia fondata sulla riscoperta, nelle opere, nel pensiero e nei fatti, non tanto di quella, fin qui preconcetta, esclusiva esasperazione dell'indipendenza dell'ordine giudiziario (di cui Sciascia, in tempi lontani, preconizzava i peggiori effetti), bensì in quella professionalità intellettuale che costituiva proprio la forza di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Primazia che consente a taluno di notare che, dopo Sciascia, non è stato più possibile ad alcuno, se non ai giudici, di sondare la realtà attraverso il ragionamento.

In un articolo di Natalia Aspesi pubblicato su “Repubblica-Cultura” il 19 giugno 1992 (in occasione dell'inaugurazione a Racalmuto della sede provvisoria della Fondazione Sciascia e pochissimi giorni dopo la strage di Capaci), il cui nostalgico titolo era “Se Sciascia tornasse...”, un caro amico, penso un po' di tutti noi qui convenuti, Vincenzo Consolo, ha molto acutamente osservato (cito testualmente) “...proprio che, oggi, il posto degli scrittori, nell'occuparsi di Mafia, vada preso dai giudici. Molti dei giudici di oggi, ...si sono formati sui romanzi di Sciascia, ne hanno respirato la repulsione morale, il valore etico del suo modo di raccontare i mali della società, i guasti del potere”. E continua: “...nell'intervista di Marcelle Padovani, pubblicata da Rizzoli, Giovanni Falcone nomina Sciascia quattro volte, il che è la prova della sua importanza culturale per generazioni di siciliani...”. Perciò, “oggi la realtà ce la raccontano i giudici, la realtà della Sicilia come quella di Milano” (Vincenzo Consolo, intervista di Goffredo Fofi, “Cosa dobbiamo a Sciascia” in “Dove sta Zazà”, n.2/1993, pag. 45).

Pensate che prima di Giovanni Falcone non era noto neanche che la Mafia chiamasse se stessa e fosse chiamata, come negli Stati Uniti, “Cosa Nostra”.

Così, secondo Peppino Di Lello, “se si rileggono le vecchie sentenze (e forse molte anche nuove) non ci si trova nessun aggancio alla realtà, tutto vi è ristretto al fatto “reato”, senza alcun ragionamento complessivo sulla società”.

Quanto a Sciascia, prima di lui nessun grande scrittore siciliano, Pirandello, Verga, De Roberto, Brancati, aveva mai nominato la Mafia: addirittura, osserva sempre Vincenzo Consolo, Luigi Capuana “scrisse un suo libricino di cento pagine per affermare che la mafia non esiste”.

Eppure la mafia esisteva ed esiste e si serviva e si serve dei pulpiti più imprevedibili e prestigiosi per propagandare la sua supremazia.

 

Falcone e Sciascia, quindi: comune era in entrambi la fede illuministica nella ragione e nel diritto, al punto che un esasperato uso dell'una e dell'altro allontanò lo scrittore dai giudici in maniera forse irreversibile (mi riferisco ovviamente alla mai poco sorprendente, per chi non conosceva Sciascia, polemica sui “professionisti dell'antimafia”, nata dall'articolo apparso sul “Corriere della Sera” il 10 gennaio 1987).

Mi chiedo a tale proposito, a posteriori, se non si debba concedere anche a un intellettuale come Sciascia la cittadinanza nel mondo degli uomini, di tutte le categorie, che possono sbagliare, atteso che la stessa cittadinanza avrebbe dovuto essere di diritto riconosciuta a priori a Giovanni Falcone.  Sciascia, nonostante tutto, come già osservato, può dirsi aver costituito un faro culturale per la precedente generazione di intellettuali e magistrati, allo stesso modo in cui, per i magistrati della mia generazione, la generazione entrata in magistratura nella metà dei famigerati anni Ottanta, Giovanni Falcone è stato non soltanto un mito.

Giovanni è stato di più: è stato l'unica speranza di riscatto personale, professionale e morale per noi – giovani e non – che restavamo a vivere in questa povera terra, definita proprio da Sciascia “irredimibile” (cito Falcone che cita a sua volta proprio Sciascia – cfr. Giovanni Falcone Interventi e proposte 1982/1992 a cura della Fondazione Giovanni e Francesco Falcone, pag.336).

Non sto qui a ricordare l'angoscia di quei tempi storici, il superamento del terrorismo, l'affermarsi truculento della Mafia, il caso Ambrosoli, la P2, Sindona, la coltivazione diffusa e intensiva del seme di Tangentopoli, la politica come cleptocrazia...

Noi tutti si vedeva il Giudice Falcone, il sorriso di Giovanni Falcone, come l'unico punto di riferimento e di rinascita, come l'unica parte buona, l'unica fonte di rinnovamento in cui la Sicilia e l'intero Paese potevano sperare.

 

Purtroppo, non ho mai conosciuto personalmente Leonardo Sciascia  ma vanto con me stesso di aver conosciuto ed incontrato, anche se sempre episodicamente, Giovanni Falcone.

E' difficile descrivere come fossero quelle aule romane in cui si svolgevano gli incontri di formazione professionale per uditori giudiziari organizzati dal C.S.M., quando parlava Giovanni Falcone: capitava, infatti, di vedere improvvisamente svuotarsi le aule nelle quali si tenevano lezioni, ad esempio, di procedura civile per uditori destinati al civile, per poter tutti i giovani magistrati insieme assistere a quanto quel giudice siciliano aveva da dirci.

 

Allora, TUTTI insieme ci si sentiva Stato, si capiva intensamente, giovani magistrati meridionali destinati (spesso per scelta personale) a sedi giudiziarie del Nord e giovani magistrati settentrionali destinati (sempre per imposizione di graduatoria) a sedi della Sicilia centrale, che, veramente, la Sicilia rappresentava una metafora dell'Italia e fors'anche del mondo (adopero il famosissimo concetto sciasciano: “...la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno” (cfr. La Sicilia come metafora, pag.78).

D'altro canto, la valutazione negativa da parte di molti siciliani e italiani dell'operato di Falcone era data proprio da quella “sfiducia nelle idee”, da quel “misoneismo”, di cui si lamentava lo stesso magistrato (Cose di Cosa Nostra, pag.81) e che proprio Sciascia definiva, in generale, come “il più grande peccato della Sicilia”, consistente “nel credere cioè che il mondo non potrà mai essere diverso da quello che è”.

Falcone, infatti, per la sua incredibile capacità organizzativa e lavorativa sembrava a noi sonnolenti siciliani (e italiani) talvolta un corpo estraneo, un'entità imbarazzante.

Non dimenticherò mai, a questo proposito, nel ricordare le volte che lo vidi, un episodio assimilabile tout court a fenomenologie comportamentali tipicamente mafiose. Un pomeriggio del novembre del 1991, a un convegno organizzato a Mondello dagli “Amici di Cesare Terranova” sulla riforma del codice penale, notai Falcone avvicinarsi a un gruppo composto da autorevolissimi e noti colleghi i quali si trovavano seduti a conversare al sole nel parco dell'albergo che ci ospitava.

Risposero tutti a stento e con fastidio al saluto: eppure Falcone era il Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia!

Quella volta ho respirato fisicamente l'isolamento di Giovanni Falcone e ho visto d'emblèe tutta l'invidia, tutto il livore, tutto l'astio represso per un uomo, per un collega, che avrebbe scritto di lì a poco, con il sangue, la storia di questo Paese e della Sicilia.

A questo specifico riguardo, devo confessare che io stesso sono oggi pentito, come del resto tanti altri, per quanto, proprio a quei tempi, talvolta pensai di Giovanni Falcone: “scudiero di Martelli”, “sarto che si cuce un vestito addosso” (il riferimento, è ovvio, riguarda la cosiddetta Superprocura): queste e tante altre erano le frasi che circolavano tra molti dei magistrati ai tempi delle iniziative rivoluzionarie che Falcone cercava di introdurre. Sottolineo quindi, indipendentemente dai giudizi tecnici sulle idee di Falcone, che molte volte tali attacchi, proprio per la intrinseca invidia che caratterizza tutte le categorie professionali italiane, erano indirizzate non alle iniziative, ma miravano proprio all'uomo.

Ricordo che anche la migliore stampa era spesso posta su questa meschina lunghezza d'onda: stupefacente, a quei tempi, fu  leggere il fondo di Sandro Viola (che, si badi bene, non è Leonardo Sciascia) apparso su “Repubblica” il 9 gennaio 1992 (“Falcone, che peccato...” era il promettente titolo), in cui si leggevano, testualmente, critiche di questo tenore: “...scorrendo il libro – intervista di Falcone Cose di Cosa Nostra - s'avverte (anche per il concorso d'una intervistatrice adorante) proprio questo: l'eruzione d'una vanità, d'una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi...”.

Lascio immaginare a chi oggi ascolta e legge quali effetti possano aver generato sul povero Falcone queste meschinità.

 

E, infine, la Sicilia di Sciascia, “carne dei suoi libri” (dall'intervista “I barbari sono tra noi” resa nel 1978 ad un quotidiano francese), era una Sicilia diversa da quella di Falcone: più vinta, più scettica, più realista.

Essa era comunque la terra nella quale entrambi sono morti: nec tecum nec sine te vivere possum.

Come si può essere siciliano? Un siciliano – diceva lo scrittore – può rispondere con difficoltà, “con dolorosa e gioiosa difficoltà”.

Sciascia amava intensamente quella siciliana “concezione serenamente pessimistica della vita senza la quale non si è che avventurieri” (cfr. Per un ritratto dello scrittore da giovane, Bompiani,  pag.198 – Giuseppe Antonio Borgese alla sorella Marietta).

Se tale concezione si ricerca nella lettura di tutta la sua opera, potrà comprendersi appieno il senso di ciò che sottendeva Sciascia affermando che “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati”.

Ecco la dolorosa e gioiosa difficoltà, ecco la concezione serenamente pessimistica della vita.

Falcone, il quale non fu né un “vinto”, né un “avventuriero”, conosceva bene tale Weltanschauung, lui che per amare necessità fu costretto, dalle note e tristi vicende della Procura della Repubblica di Palermo sotto l'egida di Giammanco, a emigrare, con malinconica gioia, a Roma.

Lì, dove, forse, riscoprì, lontano da Palermo, certi piaceri della vita a lui preclusi (negli ultimi tempi aveva preso a frequentare, insieme a un mio vecchio amico e suo collaborato e, il giudice Giannicola Sinisi, l'auditorium di Santa Cecilia (cfr. Storia di Giovanni Falcone di Francesco La Licata, pag.191) ed avere in una parola una vita più “normale”.

Sciascia, al contrario, non lasciò mai l'Isola (amava parafrasare Borges dicendo di Racalmuto: “Ho l'impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, poi vi sono nato”) e non fu mai costretto, neanche per necessità o disgusto, a lasciarla, se non durante una parentesi temporanea, immediatamente antecedente alla sua esperienza parlamentare nelle file radicali, nel corso della quale stava risolvendosi di trasferirsi a Parigi.

 

Voglio concludere qui a Lipari, “isola nell'isola” come Racalmuto, con una nota che non accomuna Sciascia (ed i siciliani tutti) a Falcone: il rapporto con il mare.

Sciascia, che non aveva familiarità alcuna con il mare, diceva, andando per metafore, che la Sicilia “questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all'interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l'illusione quanto più è possibile completa che il mare non esista...che la Sicilia non è un'isola. Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede” (cfr. La Corda Pazza - “Rapporto sulle coste siciliane” – Bompiani I, p.1167).

Falcone, diversamente da Sciascia, adorava il mare: ricordo una bellissima fotografia che lo ritraeva insieme a Giuseppe Ayala, mentre gioiosamente scherzavano nei fanghi bollenti di Vulcano.

Sempre per metafora, può dirsi che, in questo, caratterialmente, Giovanni Falcone fosse un siciliano atipico, asciasciano.

Non so quale valore attribuire a questa antinomia. Voglio però, per comporre questa diversità con la fantasia, immaginarli oggi insieme in barca, l'uno al timone e l'altro alle vele, mentre sotto gli occhi sereni di Francesca navigano su un grande mare di serenità.

 

Giuseppe Costa, nato a Messina il 20 maggio 1959 da madre nissena e padre messinese, entra in magistratura  nel 1986. Ha svolto la propria attività lavorativa in uffici messinesi, pretore di Santo Stefano di Camastra, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, giudice del tribunale di Messina. Nel 2004, dopo una breve parentesi romana, assume le funzioni di consigliere di corte di appello a Reggio Calabria. Funzioni che oggi svolge a Messina, città dove vive. Magistrato penale, ha operato nella prima parte della carriera soprattutto nel settore ambientale. Ormai da anni si occupa di processi di ‘ndrangheta e mafia.

Cerca, per quanto oggi possibile, di seguire il pensiero di Leonardo Sciascia ristretto nella frase: “Ma io - finché non si troverà una soluzione tecnica che non contravvenga all’idea del diritto - preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata. Questa è la mia eresia : gli inquisitori mi diano la condanna che vogliono.”

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