Ludovica Ottaviano - La mafia e la letteratura

 

 

 

Per trovare tracce significative della mafia nelle opere letterarie bisogna risalire alla commedia I mafiusi de le Vicaria (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca, in cui per la prima volta venne impiegato nel titolo di un testo teatrale il termine mafia, o, più precisamente, quello di mafioso. Nella commedia di Rizzotto e Mosca occupa un ruolo di primo piano la presenza di un personaggio forte: un illustre prigioniero politico, l'Incognito, sotto le cui spoglie si nasconde forse Francesco Crispi. Risulterà essere uno dei capi dell'organizzazione camorrista. Sarà proprio lui, nell'ultimo atto, a reintegrare il capo cammorista, lo "zu Iachinu", in una società ormai liberata dai Borboni, che, in virtù del nuovo e vero ordine di giustizia, non ha più bisogno dell'intermediazione di quella "associazione malandrinesca", che invece gli amici di Iachinu, con sua grande disapprovazione, vorrebbero ancora tenere in vita sotto i sabaudi. La commedia può fornire alcuni primi interessanti dati per la definizione di un paradigma letterario della mafia. In primo luogo, emerge il legame indissolubile tra rivoluzione garibaldina e mafia, tra mafia e una certa politica. In secondo luogo, si palesa, sin dalle origini, un'idea della mafia come associazione senz'altro criminosa, ma comunque anti-borbonica, e addomesticabile dalla classe dirigente siciliana, quella liberale e repubblicana, forse collusa con essa. L'espressione mafia diviene un termine corrente a partire dal 1863 e l'opera ebbe grande successo e venne tradotta in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il territorio nazionale.

Per un secolo, però, da quel momento, graverà tra i letterati la responsabilità di aver fatto cassa di risonanza a quella mitologia mafiosa, attribuendole quasi un alone romantico, fino ad arrivare alle opere di Leonardo Sciascia.

Pietro Mazzamuto individua in talune opere siciliane la figura del mafioso aureolato, ovvero uno stereotipo romantico del mafioso, una sorta di Robin Hood siciliano, che troverà veicolo di diffusione attraverso tanta letteratura d'appendice, notoriamente consumata da comuni e poco smaliziati lettori siciliani e non solo.

Questo mafioso aureolato è diverso dal delinquente comune e anzi opera contro chi detiene il potere per difendere gli abitanti locali. Per esempio ne La lega di Pirandello viene presentato un mafioso che fa pagare ai proprietari terrieri una tassa con la quale integra la miserabile paga dei contadini. Un altro esempio è dato da I Beati Paoli, un romanzo di appendice apparso a puntate sul "Giornale di Sicilia" dal 1909 al 1910 di cui fu autore Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt. In esso la setta degli incappucciati neri, contrariamente a precedenti interpretazioni, veniva presentata come un'associazione protomafiosa, alimentando la leggenda di un'organizzazione segreta nata per vendicare i deboli e portare giustizia laddove giustizia non c'è. Un mito questo di cui la mafia si sarebbe appropriata, per giustificare il suo operato criminoso o magari richiamandosi, quando perdente, all'altra leggenda di una mafia antica e cavalleresca, ancorata a un inderogabile codice d'onore, che si batte contro un'organizzazione nuova, spietata, priva di riferimenti morali.

Un poeta e storico della lirica italiana, Giovanni Alfredo Cesareo, fu autore nel 1921 di una commedia, La Mafia, in cui si trovano, svolti con abilità drammaturgica e capacità di introspezione psicologica, tutti i luoghi comuni su una mafia dispensatrice di giustizia, laddove giustizia non c'è, e soprattutto riparatrice di torti sessuali. Di fronte a un prefetto continentale inetto e buono a nulla, lo scontro ideologico centrale della commedia è quello tra il barone Montedomini, nemico giurato della democrazia e della mafia, con argomenti che sembrano uscire dall'inchiesta di Franchetti e Sonnino, e l'avvocato Rasconà, un mafioso che parla come Capuana; lo scontro ha un lieto fine, che sancisce la vittoria della violenza giusta dell'avvocato mafioso su quella ingiusta dell'aristocratico che si fa sostenitore della cosiddetta legalità dello Stato.

Bisogna aggiungere che, estratta la sostanza storica della commedia dalla sua forma apologetica, non è difficile ravvisare in Rasconà, con felice intuizione, un rappresentante di quella "mafia in guanti gialli", affaristica e borghese, cresciuta e prosperata con l'allargamento del suffragio elettorale. Altri esempi ancora si trovano in Sette e mezzo di Giuseppe Maggiore, ne Il giorno della civetta di Sciascia e in altre opere.

Sciascia nelle sue opere ha una visione meno romantica della mafia anche se ne resta l'influenza ne Il giorno della civetta, quando il capitano Bellodi classifica il mafioso Arena, nonostante le sue nefande azioni, tra gli uomini, ovvero la prima classe per ordine d'importanza creata dal capomafia che distingueva gli uomini secondo la seguente gerarchia: uomini, mezzuomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà.  Anche Camilleri, dal canto suo, ne La gita a Tindari accetta l'idea che la mafia è nata come sistema protezionistico creato dai cittadini per difendere se stessi, ma contemporaneamente è consapevole che la mafia odierna sia una degenerazione di quella tradizionale.

È comunque grazie a Sciascia e all'antimafia che gli italiani hanno incominciato a capire l'intreccio affaristico tra Potere, Lavoro e Società additatoci da Sciascia in libri quali A ciascuno il suo e Il Contesto. Sul tema dei rapporti letteratura-mafia si è occupato lo studio critico-letterario di Massimo Onofri, Tutti a cena da don Mariano. È una ricerca profondamente informata in cui non solo vengono riproposte e messe in relazione le varie generazioni di scrittori siciliani che si sono occupati di questa problematica, ma anche riflessioni sul tema. In questo saggio vengono messe in evidenza le contraddizioni in cui cadde Giuseppe Pitrè, nelle sue disquisizioni etimologiche e sociologiche attorno alla parola mafia e alla realtà che tale termine implica; si ricorda quella sorta di omertà nei riguardi dell'argomento, segnalata da Sciascia, Capuana, Verga; si smaschera il sicilianismo auto- elogiativo, carico di implicazioni filomafiose, presente non solo in Pitrè ma anche in Cesareo, Comandè, nel giudice Lo Schiavo e nei volumi memorialistici del prefetto di ferro Cesare Mori. Secondo lo storico delle tradizioni popolari Giuseppe Pitrè, il termine mafia ha come significato originario "graziosità, eccellenza nel suo genere" ed in seguito "coscienza d'esser uomo, sicurtà d'animo... non mai arroganza". Egli descrisse il mafioso come persona che voleva essere rispettata e, se offesa, non ricorreva alla giustizia, perché avrebbe dato prova della propria debolezza.

Secondo lo studioso, l'immagine della mafia come delinquenza sarebbe stata diffusa dallo spettacolo teatrale di Giuseppe Rizzotto I mafiusi di la Vicaria. Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: “...mafia una volta non voleva dire... associazione di malfattori; e il mafioso non era un ladro, né molto meno un brigante. L'aggettivo mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile... mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i Francesi direbbero 'chic'... Oggi mafia e mafioso non sono più niente di tutto questo".

Nella ricostruzione della lotta alla mafia Mori rappresenta la cosiddetta «soluzione forte», ovvero quella della sospensione di ogni diritto, delle manieri forti, delle città in stato d'assedio. E' la carta giocata dal neonato regime fascista e spesso rivendicata, successivamente fino ad oggi, come esempio d'un duro e determinato modo di affrontare la malavita organizzata.

Tutta la letteratura sulla mafia viene spesso considerata spazzatura proprio per il fatto che non riesce a sensibilizzare e informare la gente sul problema creando una cultura della legalità. Come Camilleri ha fatto notare in una intervista, analizzare la mafia è compito degli storici, dei sociologi; non è compito di narratori o romanzieri, perché inevitabilmente finiscono con l'alterare la realtà, per ricondurla a parametri narrativi e fantastici loro personali. Se sulla mafia possono esistere depistaggi, probabilmente vengono dai narratori, i quali finiscono per innamorarsi dei loro personaggi. Per esempio Piccola pretura, di Giuseppe Guido Lo Schiavo (romanzo dal quale Pietro Germi trasse il film In nome della legge), magistrato siciliano, ci presenta con una certa simpatia il personaggio di Turi Passallacqua, capo-mafia. Lo stesso avviene ne Il giorno della civetta, di Leonardo Sciascia: Don Mariano è un sottile ragionatore, con una esperienza contadina di saggezza, per cui, in un mondo che inesorabilmente si corrompe, finisce per trovarvi anche dei lati positivi. Nella realtà, i mafiosi lati positivi non ne hanno nessuno. Sono soltanto delinquenti puri, più o meno organizzati, più o meno intelligenti, con sulle spalle morti e stragi. Questo è il punto di partenza, per una serena valutazione del fenomeno: i mafiosi sono dei pericolosi fuorilegge. Bisogna affidarsi agli studiosi, a chi non si limita allo studio del solo processo penale, ma vada alla ricerca delle ragioni profonde della mostruosa evoluzione della mafia. Non soltanto ai giudici bisogna affidarsi.

Quando Romano o Hesse scrivevano i loro saggi sulla mafia, i grandi processi non si sognavano neppure; la mafia era un quid indefinito ed indefinibile. Può e deve esistere una analisi a priori, corroborata, a posteriori, dalle risultanze dei processi. Ma senza le analisi degli specialisti, dei professionisti (usiamo questa espressione in un senso diverso da quello che intendeva Sciascia, che la riferiva solo ai giudici) non si va lontano.

La mafia era prima analfabeta, ma quando ha imparato a leggere ha incominciato ad uccidere i giornalisti perché ha capito l'importanza delle parole: un giornalista che scrive, che individua certi legami, certi rapporti, porta le sue intuizioni e conoscenze, crea un'opinione pubblica contro la mafia e ciò risulta un rischio enorme per essa. Perciò giornalisti, commentatori e storici, quali Fava, Lupo, Pantaleone, hanno scritto molti libri sulla mafia e solo loro sono in grado di essere completamente neutrali e quindi informare l'opinione pubblica sulla gravità connessa a questa problematica.

 

Ludovica Ottaviano è nata a Ragusa nel 1988. Ha seguito con risultati brillanti gli studi liceali presso il locale “Liceo scientifico E. Fermi”. Si è laureata a dicembre 2009 in “Lingue e civiltà orientali” alla Sapienza di Roma, conseguendo il massimo dei voti.

Durante il periodo degli studi liceali, insieme ai suoi compagni di classe, ha approfondito le tematiche relative alla criminalità organizzata, seguendo un progetto didattico approvato dalla sua insegnante di storia e filosofia Prof.ssa Concetta Petrolito, trattando in particolare il tema “Mafia e Letteratura” che qui presentiamo.

Attualmente si trova a Pechino per perfezionare la sua conoscenza della lingua di quel Paese.

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