Davide Castelli - Quale verità su Majorana?

I libri di Sciascia sono stati spesso accompagnati al loro apparire da accese polemiche, a cui l’autore non ha tralasciato di partecipare e che talvolta si sono prolungate a lungo e durano ancora oggi. È il caso de La scomparsa di Majorana, apparso nel 1975 presso l’editore Einaudi. La genesi del libro è nota, perché lo stesso Sciascia ne ha dato testimonianza più tardi in un articolo:

 

“L’avevo scritto nella memoria che avevo della scomparsa e su documenti che, per tramite  del professor Recami, ero riuscito ad avere, dopo aver casualmente sentito un fisico parlare con soddisfazione, ed entusiasmo persino, delle bombe che avevano distrutto Hiroshima e Nagasaki. Per indignazione, dunque; e tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l'immaginazione, avevo fatto di Majorana il simbolo dell'uomo di scienza che rifiuta di immettersi in quella prospettiva di morte cui altri, con disinvoltura a dir poco, si erano avviati”. (1)

 

Il problema che aveva interessato Sciascia nell’accingersi a scrivere questo libretto fu dunque quello della responsabilità morale degli scienziati di fronte alla loro ricerca e alle loro scoperte. Majorana era apparso, agli occhi di Sciascia, lo scienziato che rivendicava la propria libertà (in questo senso molto simile ad altri personaggi sciasciani) attraverso la solitudine e l’isolamento in cui progressivamente si era chiuso fino a scomparire:

 

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero. E non per il fatto che rispettivamente non la fecero o la fecero – il che verrebbe a limitare la questione alle possibilità pratiche di farla che quelli non avevano e questi invece avevano – ma precipuamente perché gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni (la cui più che possibile inosservanza avrebbe almeno attenuato la loro responsabilità), la consegnarono ai politici e ai militari”.(2)

 

In questo atteggiamento del giovane fisico siciliano nei confronti della scienza Sciascia individuava anche le ragioni dell’affinità e dell’apertura che Majorana provò e mostrò per Heisenberg durante la sua permanenza in Germania, (“nel fatto che Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo”); e, viceversa, la causa del suo latente antagonismo con Fermi e i ragazzi di via Panisperna, testimoniato in extremis dall’episodio della partecipazione di Majorana al famoso concorso universitario per la cattedra di Fisica teorica nel 1937. Per Sciascia la partecipazione al concorso fu voluta, a sorpresa e quasi uscendo improvvisamente dal suo isolamento, da Majorana stesso, in contrasto con i colleghi che invece avevano già individuato la terna dei vincitori.

Su questo e altri spunti la polemica si accese aspra, in particolare fra lo scrittore siciliano e il fisico Amaldi; e non sembra essersi sopita nemmeno oggi. In un libro di quattro anni fa che ricostruisce la vita di Giovanni Gentile jr, uno dei partecipanti al concorso (P. SIMONCELLI, Tra scienza e lettere: Giovanni Gentile (e Cantimori e Majorana). Ricostruzioni e polemiche, Firenze, Le Lettere, 2006), l’autore non risparmia aspri attacchi allo scrittore siciliano. Nel sito della casa editrice il libro viene addirittura così presentato:

 

“Il volume […] ricostruisce il tracciato biografico, politico e scientifico, del giovane scienziato attraverso una ricca documentazione inedita da cui si chiariscono anche le capziose polemiche innescate da Sciascia ne La scomparsa di Ettore Majorana (1975) in merito alla malavita universitaria gestita, nel famoso concorso del 1937 alla cattedra di Fisica teorica, da Enrico Fermi nelle vesti di un improbabile “padrino”. Ma la documentazione prodotta offre ulteriori elementi per far luce sulla misteriosa fine di Majorana.”

 

La ricostruzione della vicenda da parte di Sciascia si trova alla fine del cap. VII del suo pamphlet, dove l’autore dichiara di avvalersi della testimonianza di Laura Fermi. Sciascia vuole spiegare il rientro di Majorana alla vita “normale”, il perché della decisione di riprendere l’attività universitaria, dopo un lungo periodo di isolamento (interpretato da altri come esaurimento nervoso o follia) a cui il giovane fisico si era sottoposto dopo il viaggio in Germania; e trova una spiegazione convincente in un latente antagonismo nei riguardi di Fermi e dei ragazzi di via Panisperna, che era emerso pure in altre occasioni (si veda l’episodio della gara di calcolo e l’incontro di Majorana con Fermi). Si potrà rettificare o meno l’ipotesi di Sciascia relativamente a questo e quell’episodio, ma il quadro descritto è certo ben lontano da quello della “malavita universitaria” e di un Fermi in veste di “padrino”!

Più sapientemente in un suo recente articolo E. Recami, fisico e studioso di Majorana, scrive:

 

“[Sciascia] ebbe poi l’impressione di latente antagonismo tra Ettore Majorana ed Enrico Fermi, un antagonismo negato da tutti i colleghi e amici di Ettore, ma che, col senno di poi, (Ettore abbandonò non solo la famiglia, ma anche il gruppo dei “ragazzi di via Panisperna” guidato da Fermi) potrebbe contenere un qualche risvolto di verità”. (3)

 

Un altro punto su cui si accese la polemica riguardò naturalmente la fine di Majorana: fuga, scomparsa o suicidio? È noto che Sciascia sostenne l’ipotesi di una scomparsa voluta e architettata (alla Mattia Pascal, come non mancò di notare la stampa). All’analisi oggettiva delle prove a nostra disposizione, ancora oggi, si deve però concludere che la contraddittorietà delle prove e delle testimonianze risulta insuperabile e non consente di privilegiare nessuna delle ipotesi. È questa la conclusione di A. Bruni (4) ; e forse si può persino sospettare che questo fosse l’intento di Majorana, per motivi che si potrebbero anche indagare. Nemmeno l’ipotesi di una fuga in Argentina proposta dal prof. E. Recami, nonostante le numerose testimonianze raccolte e a detta dello stesso, trova una sicura certezza. Ma l’ipotesi di Sciascia è tanto più interessante in quanto rimanda direttamente alle sue motivazioni: sono il perché del gesto estremo di Majorana, la sua motivazione, che rimangono centrali nel libro di Sciascia.

Pur consapevole di trovarsi in disaccordo con i fisici, Sciascia sostiene che Majorana intuì prima di altri lo scenario apocalittico della bomba atomica come inevitabile approdo degli studi di fisica in corso. La scomparsa sarebbe dunque un’abile messinscena per sottrarsi, coscientemente, al corso della storia:

 

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il suo essere scienziato era già come una dissonanza. Il «portare» poi la scienza come parte di sé, come funzione vitale, come misura di vita, doveva essergli di angoscioso peso; e ancor più nell’intravedere quel peso di morte che sentiva di portare oggettivarsi nella particolare ricerca e scoperta di un segreto della natura: depositarsi, crescere, diffondersi nella vita umana come polvere mortale. In una manciata di polvere ti mostrerò lo spavento, dice il poeta. E questo spavento crediamo abbia visto Majorana in una manciata di atomi. (5)

 

Ha precisamente visto la bomba atomica? Sciascia risponde elencando alcuni elementi e sottolineando la genialità da tutti riconosciuta a Majorana. È stato obiettato che colmare lo iato fra speculazione teorica e applicazione pratica non era facile, neppure per un genio. Eppure a chi sostiene la tesi che Majorana non poteva sapere, non poteva intuire si potrebbe chiedere: come si può sapere con certezza cosa Majorana avesse intuito e cosa no? Come, dopo il lungo isolamento e avendo poi distrutto le carte del suo lavoro?

A conferma dell’estraneità di Majorana alla logica delle previsioni catastrofiche (di cui molti esempi si trovano nella letteratura di quegli anni) è stato portato un documento di grande interesse inserito nei materiali preparatori della prolusione di Majorana per suo corso universitario:

 

“La fisica atomica, di cui dovremo principalmente occuparci, nonostante le sue numerose e importanti applicazioni pratiche – e quelle di portata più vasta e forse rivoluzionaria che l’avvenire potrà riservarci -, rimane anzitutto una scienza di enorme interesse speculativo, per la profondità della sua indagine che va veramente fino all’ultima radice dei fatti naturali.

Mi sia perciò consentito di accennare in primo luogo, senza alcun riferimento a speciali categorie di fatti sperimentali e senza l’aiuto del formalismo matematico, ai caratteri generali della concezione della natura che è accettata nella nuova fisica. (6)

 

Il passo, a detta di A. Bruni, non rivelerebbe timore alcuno per i pericoli e rischi incombenti, ma anzi evidenzierebbe una valorizzazione della dimensione speculativa della fisica atomica. Eppure, a ben vedere, Majorana non tralascia di accennare alle applicazioni pratiche, anche “quelle di portata più vasta e forse rivoluzionaria che l’avvenire potrà riservarci”. A rileggerle, queste poche righe, potrebbero anche valere, invece, come un ammonimento, un’esortazione, che celano la preoccupazione intuita da Sciascia: la volontà di allontanare da sé e dalla propria attività di scienziato il riferimento a qualsivoglia categoria di fatti sperimentali facendo della fisica una scienza puramente speculativa.

Al di là delle polemiche sulle singole questioni non c’è dubbio, però, che la fitta rete di contrapposizioni che hanno animato il dibattito intorno al pamphlet di Sciascia poggiano innanzitutto sulla diversità di approccio con cui i diversi attori in campo, fisici e letterati, hanno guardato all’affaire Majorana. E qui sta il punto: occorre cioè chiedersi quali siano la giusta prospettiva e gli strumenti da utilizzare per giudicare il romanzo-saggio di Sciascia, a partire dal genere letterario al quale appartiene, trattandosi innanzitutto dell’opera di un grande scrittore, la quale (non unica nel suo genere, ma avvalendosi di illustri modelli) prende avvio da un fatto di cronaca, considerando che il rapporto tra letteratura e realtà, tra invenzione e verità storica è, a partire da Il consiglio d’Egitto, uno degli assi tematici portanti dell’opera di Sciascia.

È importante poi collocare il libro all’interno della lunga e feconda produzione di Sciascia: La scomparsa di Majorana (1975) apre, dopo Todo modo, una nuova fase, che M. Onofri nella sua Storia di Sciascia (Laterza, 1994) individua negli anni 1975-1979 con le seguenti opere: La scomparsa di Majorana, Candido, L’affaire Moro, Dalle parti degli infedeli. Per il critico questi “sono libri che in un modo o nell’altro vanno a comporre il rovescio di Todo modo. Libri ove un personaggio, almeno uno, sembra sempre ripercorrere “à rebours, tutta una catena di causalità”, per riconquistare l’“intatta e appagata musica dell’uomo solo”. Libri in cui tale personaggio tenta di riprovare il suo nudo e integro volto di uomo solo e libero, sulle maschere rugose e sconce della pantomima del Potere”.

È noto che uno dei temi più frequentati da Sciascia nelle sue opere è quello dei rapporti fra gli occulti meccanismi del potere e la coscienza del singolo, fra la responsabilità individuale e il decorso della storia; ed è proprio in questo filone che La scomparsa di Majorana si inserisce pienamente. Sciascia ripercorrendo le circostanze riguardanti la vita e la scomparsa di Majorana, giunge a mettere a fuoco le motivazioni profonde del gesto finale, fino alla ricostruzione del suo dramma, della sua psicologia della sua personalità di uomo e di scienziato. In fondo, il libro – nota ancora M. Onofri – è già tutto contenuto in una battuta di don Gaetano, personaggio centrale di Todo modo:

 

“Pensi: la scienza… l’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?” (7)

 

Eppure la discussione intorno al libro sembra essersi focalizzata più sulle singole circostanze che hanno accompagnato la scomparsa del fisico siciliano che sul tema di riflessione che Sciascia aveva voluto mettere al centro della sua opera: una guerra a suon di dati, fatti, testimonianze, i quali a ben vedere non sono riusciti ad andare oltre la realtà così come superficialmente ci appare, alle nostre categorie interpretative, alle forme di pirandelliana memoria; mentre altro ra ciò che aveva interessato Sciascia nella vicenda di Majorana: “il suo è stato un dramma religioso, e diremmo pascaliano. E che abbia percorso lo sgomento religioso cui vedremo arrivare la scienza, se già non c’è arrivata, è la ragione per cui stiamo scrivendo queste pagine sulla sua vita.” (8)

 

Si diceva che gran parte delle polemiche scaturite dal libro è derivata dalla diversità di prospettiva e di approccio con cui la vicenda di Majorana e l’opera stessa sono state guardate e analizzate, diversità di prospettiva che riguarda innanzitutto il modo di trattare i dati a nostra disposizione. “Tra documenti e immaginazione – i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione”, scriveva Sciascia: e la notazione è interessante anche per l’indicazione metodologica che contiene. La ricostruzione della vicenda da parte di Sciascia, infatti, non è frutto solo dell’immaginazione, dell’intelligenza e dell’intuito di cui lo scrittore siciliano era dotato, ma anche dell’analisi dei documenti, delle carte e delle testimonianze a sua disposizione. L’opera è costata allo scrittore un lungo lavoro sui documenti e sulle loro tracce. Chi vuole derubricare l’opera di Sciascia come frutto solamente della sua immaginazione e dunque come finzione letteraria, mostra di essere affetto da un pregiudizio antiletterario almeno pari a quello antiscientifico che talvolta è stato (a torto) imputato allo scrittore siciliano; anche se la ricerca della verità di cui Sciascia si fa portatore non si inserisce semplicemente in un orizzonte storico-sociale (le condizioni economiche e politiche entro cui gli scienziati di quel periodo hanno agito), ma si qualifica come una “reinterpretazione di alcuni dati della vicenda da un punto di vista morale”. La verità di Sciascia, di cui la letteratura sarebbe la manifestazione e l’espressione più profonda, affonda le sue radici in un dato di realtà che viene progressivamente trasfigurato e inserito in un orizzonte di senso superiore. Certo, questo orizzonte di senso non è un mero rispecchiamento della realtà, ma nemmeno questa trasfigurazione è frutto di una distorsione o di una ricostruzione fantasiosa e soggettiva. Il caso Majorana non è un mero pretesto assunto e piegato dallo scrittore ai propri fini; Sciascia riesce ad accreditare la sua tesi con argomenti tanto (se non più) validi di quelli avanzati dai sostenitori di altre tesi: e lo fa con gli strumenti che ha disposizione (i documenti e l’immaginazione: vale a dire l’intelligenza, la morale, la parola), ma per affermare, infine, una diversa verità che sembra annidarsi negli “avvenimenti larvali” e nei recessi della storia e della coscienza individuale, che la letteratura, talvolta, può portare alla luce:

 

“Preparandosi a «una» morte o «alla» morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticare ed essere dimenticato (che è della morte vera e propria ma può anche essere della morte soltanto anagrafica, se si ha l’accortezza o la vocazione di non tornare a intricarsi con «gli altri», di guardare alla loro vita e ai loro sentimenti con l’occhio di un entomologo; accortezza o vocazione di cui mancò del tutto Mattia Pascal ed ebbe invece, più di vent’anni dopo, Vitangelo Moscarda: e ricordiamo questi due personaggi pirandelliani anche per il fatto che a livello giornalistico e televisivo è stata data per certa un’affezione, come a modello, di Ettore Majorana a Mattia Pascal; mentre più si confaceva alle sue aspirazioni il protagonista di Uno, nessuno e centomila); preparando dunque la propri scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto - la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito”. (9)

 

Conclusioni:

 

1. Discutere sulle singole circostanze riguardo la scomparsa di Majorana è sicuramente utile e importante; tra queste le ipotesi avanzate da Sciascia non possono certamente essere derubricate come fantasiose o prive di fondamento. Bisogna però concludere che probabilmente (a meno di nuove prove sicure) su questo punto non si potrà arrivare a una parola definitiva.

È bene ricordare poi che è la figura di Majorana nel suo complesso (e nella sua complessità umana e psicologica) ad essere al centro del libro di Sciascia, di cui naturalmente la scomparsa è parte fondamentale ma non l’unica (di un certo rilievo è sicuramente, anche per le polemiche suscitate, il rapporto tra Majorana e i ragazzi di via Panisperna). Il tema centrale del libro è quello della responsabilità morale degli scienziati di fronte all’uso che i politici fanno degli strumenti che essi mettono loro a disposizione.

 

2. Con il libro di Sciascia la figura di Majorana è entrata a far parte anche dell’universo letterario. A nostro avviso la prospettiva d’indagine più feconda non può essere che quella letteraria. La scomparsa di Majorana va innanzitutto letto e giudicato inserendolo nella “storia di Sciascia” e mettendolo a confronto con opere dello stesso genere. È un dato di fatto che proprio il rapporto letteratura/finzione vs. realtà/verità sembra essere tornato centrale in molte opere del panorama letterario attuale. La letteratura, in quanto finzione, non può essere degradata nella sfera del “falso” (finzione da fingere = plasmare; letteratura come costruzione di senso). Certo, il libro trae la sua forza proprio dal fatto che Majorana non è un personaggio fittizio e che tutto il racconto rimane “sospeso tra verità storica e ardita interpretazione dei fatti, in presenza di documenti insufficienti” (A. Traina). È innegabile, però, che l’analisi e la ricostruzione dei fatti siano condotte attraverso intuizioni acute e geniali ed espresse tramite una scrittura di alta qualità.

 

3. Il libro di Sciascia, in quanto opera letteraria, non esaurisce il suo significato nell’adesione a dati di realtà “oggettivamente” verificabili. Giudicare La scomparsa di Majorana in base alla possibilità o meno di verificare “oggettivamente” la veridicità di quanto vi è in esso narrato appare riduttivo. Se ogni cosa intorno alla figura di Majorana fosse stata chiara e definita, Sciascia molto probabilmente non avrebbe scritto quel libro. Il libro è dunque anche una sfida riguardo alla possibilità di riempire i vuoti lasciati dalla storia attraverso la letteratura. È in questa direzione che il libro di Sciascia apre le sue possibilità di significazione.

 

 

Note

 

(1) SCIASCIA L., Majorana e Segrè, in Fatti diversi di storia letteraria e civile, ora anche in SCIASCIA L., Opere 1984-1989, a cura di C.Ambroise, Milano, Bompiani, 2002.

 

(2) SCIASCIA L., La scomparsa di Majorana, cap.V, ora in SCIASCIA L., Opere 1971-1983, a cura di C.Ambroise, Milano, Bompiani, 2002, p.238

 

(3) RECAMI E., Sciascia e la scomparsa di Majorana. Il fisico che rifiuta di asservire la scienza ad un uso malvagio, “A Futura memoria”, n° 3 – 2009

 

(4) BRUNI A., Ancora a proposito della “scomparsa” di Majorana: il libro di Sciascia alla luce di nuove testimonianze, “A Futura memoria”, n° 4 – 2009

 

(5) SCIASCIA L., La scomparsa di Majorana, cap.X

 

(6) Il testo si può leggere in RECAMI E., Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze. Roma, Di Renzo, 2000, p. 197

 

(7) SCIASCIA L., Todo modo, ora in SCIASCIA L., Opere 1971-1983, a cura di C.Ambroise, Milano, Bompiani, 2002, p.187

 

(8) SCIASCIA L., La scomparsa di Majorana, cap.IX

 

(9) SCIASCIA L., La scomparsa di Majorana, cap.X

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