Gaetano Cellura – Viaggio in Sicilia, isola plurale

E buttò il bastone ed ivi si fermò, come  fa il viaggiatore che si consolò del ritorno (??) La Sicilia?  E’ la patria dei colonnati – “tutti i cortili interni dei vecchi palazzi e delle vecchie case di Palermo ne contengono di stupendi”. Isola di fuoco, di zolfare. Museo d’architettura. Perla del Mediterraneo. Nel paesaggio di Taormina “si trova tutto ciò che sulla terra sembra fatto per sedurre gli occhi, la mente e l’immaginazione”.

Catania è “una vasta e bella città, interamente costruita sulla lava”.

Siracusa, “singolare e incantevole”, domina un golfo sulle cui rive scorre l’Anapo, piccolo fiume dove cresce il papiro, “segreto custode del pensiero”. Agrigento, anzi Girgenti “offre il più stupendo insieme di templi che sia dato ammirare”.

E’ La Sicilia di Maupassant, racconto e immagine. Racconto come immagine. E’ la Sicilia del 1885. Le cose più belle lo scrittore francese le scrive sulla Cappella Palatina, “il più incredibile gioiello religioso che sia stato immaginato dall’animo umano ed eseguito da mano d’artista”, e sulla Sicilia dei templi e dei teatri.

Ma se si coglie in tutto questo la mano di Dio, non sfugge allo scrittore quella del diavolo, che elegge il proprio domicilio nel mondo sotterraneo dell’isola, il mondo dello “zolfo in fusione” che brucia i dannati delle miniere. Maupassant visita le zolfare desolate. Vede l’ultima cosa che vorrebbe vedere: “gruppi di bambini carichi di cesti” che ansimano e rantolano. Il “disgustoso sfruttamento dell’infanzia”.

A Edmondo De Amicis (Ricordi di un viaggio in Sicilia) e a ogni nuovo arrivato, Messina appare luminosa e di bellezza incomparabile. L’autore di Cuore fa per terra il viaggio dalla città dello stretto a Palermo: in una giornata bellissima, e rimanendone abbagliato e incantato. Ma per andare poi da Palermo a Catania attraversa la Sicilia interna, che non conosceva: e la differenza tra le coste e l’interno dell’isola – triste e solitario – risalta alla sua osservazione. La gioia del viaggio gli viene restituita dall’Etna lontana, “azzurra piramide nel cielo sereno, prodigio di bellezza e di maestà”; e dal tramonto siracusano che indora l’orizzonte, le acque dei ponti e tutto quanto s’alza sopra la terra e sorge dal mare.

Dall’aereo, prima dell’atterraggio a Catania, a Lawrence Durrell la Sicilia appare come un pianoforte da concerto gettato al centro del canale. Il racconto del suo viaggio, intitolato Carosello Siciliano, viene pubblicato nel 1977.

Da Catania, città di “strane piazze a forma di scatole”, lo scrittore inizia il tour in autobus per l’isola, continuazione ideale della Grecia antica. I cui segni indelebili ritrova nella colonna dorica di Gela, nella “immensa sfilata dei templi” di Agrigento; e a Selinunte, nome che è “un sospiro” e che “deriva dal sedano selvatico che lì doveva crescere abbondante”. Per Durrell, un antico ateniese potrebbe passeggiare ad Agrigento “con la piacevole sensazione di essere ritornato ad Atene”.  Al Caos la luce è plumbea e non c’è “altro segno di vita tranne quella casa desolata” dove è nato Pirandello: ma “quasi nessuno sull’autobus conosceva o aveva interesse per quel grande uomo, il grande e originale poeta di Agrigento”.

Trapani è città “piatta, stupendamente appollaiata su di una lingua di terra circondata dal mare”. E di una felicità, per lo scrittore, apparente. A Taormina, pura torre di notturno silenzio, visita la villa modesta dove David Herbert Lawrence, l’autore di Lady Chatterley, visse per tre anni e dove scrisse poesie.

Gli aggettivi si sprecano in questo libro estetizzante, carosello e tour, in cui non riesci a separare i pensieri profondi dello scrittore escursionista da quelli del comune turista…

Per Gesualdo Bufalino due sono i modi d’intendere il viaggio, tipici ormai della cultura dell’occidente: di chi privilegia la società vivente, cercando nel confronto con i contemporanei “una verifica di sé e della propria identità”; e di chi insegue reliquie e risonanze del passato.

In La luce e il lutto, titolo che ben s’addice ai contrasti e alle contraddizioni dell’isola, trovi la Sicilia amabile, la Sicilia-cartolina delle sue visite brevi in luoghi ricchi di storia e fascino. Il lettore viene invitato a perdersi “a zonzo per i chiassuoli e gli affettuosi labirinti” di Ibla. A visitare Noto: un luogo che se uno ci capita, non lo muove più nessuno: vi “resta intrappolato e felice”. E il paese suo, Comiso, “ai piedi degli Iblei, nel punto dove il monte s’addolcisce e dirada i suoi carrubi per far posto ai fertili seminati della pianura”. Quella del carrubo verde è una delle tante naturali immagini della Sicilia, isola plurale. Accanto alla bionda del miele, alla gialla dello zolfo, alla bianca delle saline, alla purpurea della lava.

Il tema del viaggio offre il destro a Bufalino per parlare di Roger Peyrefitte. Lo scrittore francese, ex allievo dei gesuiti, ex segretario d’ambasciata, che nel 1952 sbarca in Sicilia, non con la tentazione di riscrivere L’immoraliste di Gide, ma indossando i panni del turista all’antica e del “gentiluomo illuminista in trasferta” che non rinuncia alla “passione del vagabondo romantico” e all’ “arditezza” del reporter di oggi. E con questa triplice indicazione bisogna leggere, suggerisce Bufalino, la parte conclusiva, dedicata alla Sicilia, di Dal Vesuvio all’Etna. Peyrefitte mette insieme in questo resoconto del suo viaggio il mito antico e il “corpo fisico” della Sicilia, “denso di umori, sentori, sudori contadini e popolani”. Scartandone la maschera tragica e sanguinosa. Nel 1952, non lo si può dimenticare, sono trascorsi appena due anni dalla morte di Giuliano e soltanto cinque dalla strage di Portella delle Ginestre. Secondo Bufalino una scelta deliberata, quella di Peyrefitte, di evitare spostamenti e soste nelle “realtà più crude dell’isola”. Per non disturbare l’edonè della vacanza.

Chissà se Goethe aveva con sé il bastone da passeggio con il quale – racconta Nabokov – indicò una volta il cielo e disse: “Là è la mia coscienza!”.

Camminava per via Maqueda in compagnia di un mercante siciliano. E non fu il solo a vedere, in abito da cerimonia, un vegliardo che descrive come solenne e grave, magro e allampanato. Disse il mercante che l’uomo era don Ferdinando Francesco Gravina II principe di Palagonia, in giro per Palermo a far colletta per riscattare gli schiavi prigionieri in Barberia. Goethe che tre giorni prima, rimanendone sfavorevolmente colpito, aveva visitato la villa dei Mostri di Bagheria e ora ne conosceva l’eccentrico proprietario, rispose che il principe, per il riscatto dei prigionieri, avrebbe fatto meglio a impiegare le somme spese per le “pazzie” della villa. Votata all’orrore, la barocca villa Palagonia fu costruita nel 1715: quando di altre, almeno una ventina, già ne fioriva Bagheria. Don Giuseppe Branciforti aveva costruito la prima nel 1658. E altre grandi famiglie ne avevano seguito l’esempio. Esempio di follia apparentata al potere che, per Leonardo Sciascia, obbediva “a una specie di risveglio dell’antica anarchia baronale” fondata sul privilegio feudale, e che in don Ferdinando raggiungeva il culmine. Tra le statue dei mostri della villa, il principe faceva costruire in vita la sua statua, mostro tra i mostri. Ostentazione di potenza o (per Sciascia) “decisione di rinuncia e di autodistruzione”?

Prima di Goethe, Patrick Brydone (Viaggio in Sicilia e a Malta, 1770), Hernry Swinburne e l’architetto francese Houel visitarono la villa. Brydone scrisse che, per la sua bizzarria, non aveva “uguale sulla faccia della terra (…): teste umane su corpi di animali di ogni genere e teste di animali su corpi umani”.

Chi fu veramente questo principe dalle inclinazioni sinistre? Un pazzo, come credevano i suoi contemporanei? Un pazzo ossessionato dalla propria bruttezza della quale la villa non era che il riflesso? Un surrealista ante litteram, come pensavano storici e critici d’arte? O soltanto un uomo che viveva d’irrealtà?

Una leggenda nordica da cui discende la nobiltà della sua famiglia lo vuole amante di una sirena. Un giorno ne fu abbandonato. E forse la sua colletta per liberare i  siciliani prigionieri dei pirati altro non era che nostalgia del mare e delle sue mitiche creature.

Alla Quisquina, sul fianco del Cammarata, il monte più bello di quelle contrade, l’Eremo di Santa Rosalia è “una macchia bianca di pietre di calcare” nascosta dagli alberi. Antico convento di monaci eremiti, asilo di santi e (pure) di ribaldi. Custodisce la grotta della Santuzza, come a Santo Stefano Quisquina chiamano Santa Rosalia. Partito da Palermo, il maggiore Renato Candida, carabiniere e scrittore, vi arriva per la strada di Corleone, impressionato dal paesaggio “povero, monotono, sconsolante”. Continentale, trasferito da Torino per combattere la mafia, dirigeva il Comando provinciale dei carabinieri di Agrigento. Il vecchio frate Vincenzo gli apre con iniziale diffidenza. Ha la barba lunga e incolta, la “tunica marrone, fatta di stracci e di toppe”. E’ il solo monaco rimasto. L’ultimo a fargli compagnia, che nel convento aveva trovato rifugio dopo aver sparato a monsignor Peruzzo vescovo di Agrigento, era fuggito anni prima e ancora lo ricercavano. L’interno è di celle spoglie, muri umidi, porte sconnesse. C’è odore di muffa e un silenzio assoluto. Nelle nicchie della cripta, tomba di anacoreti e preti legati a chiodi e così tenuti in piedi, il Maggiore vede scheletri di morti senza quiete. Di confortante per il visitatore, in tanto abbandono, solo la grotta della bianca Santuzza distesa. Una grotta formata di macigni sovrapposti coperti di muschio. Gocce d’acqua scivolano dalle pareti, “brillando come gemme”.

Alla Sicilia Renato Candida è rimasto molto legato. Della provincia di Agrigento ha percorso strade e conosciuto paesi: ogni giorno, dall’alba al tramonto, con il buono e con il cattivo tempo. In Idillio di provincia racconta di un viaggio nella valle del Platani fino a Cammarata. Vede, tra Muxaro e Carifi, mura dirute di castelli arabi, fossi di tombe saracene, resti di torri normanne. Incontra pastori isolati dal mondo e felici di esserlo: discosti dal gregge e appoggiati al bastone, come statue sotto il sole, parlano con i sassi, le piante, gli animali. “Di notte accendono dei fuochi, – scrive Candida – i cui vapori, di più colori, secondo la specie delle erbe bruciate e le varietà delle fiammate, hanno infiniti significati clandestini. Essi rappresentano, da secoli, gli avamposti fidi della mafia e non possono avere sentimenti umani”. Due viandanti amici – gli rivela un vecchio pastore – che s’incontrano per le valli durante il crepuscolo avanzato (in Sicilia detto scuricello) fingono di non conoscersi: ché quello è il momento delle vendette, e nessuno vuole sapere i segreti degli altri.

A Cammarata il Maggiore giunge alle prime luci dell’alba. Il paese, dall’abitato simile a un teatro romano, “quasi a semicerchio”, sorge “sulla cima d’una ripidissima montagna rocciosa”. E la sua gente ha un che di diverso: per il fisico alto e asciutto sembra gente delle Alpi. Diverse pure le sue abitudini. Al ritorno dai campi non affolla la piazza principale ma se ne sta “per lo più sulle soglie delle case, come in una specie di attesa”; e non guarda con curiosità impertinente i forestieri…

Cammarata fa eccezione perché è ricca d’acqua, cosa rara in Sicilia; e perché il suo bel paesaggio è il solo, “fra tutto l’insieme brullo della provincia di Agrigento, a essere ammantato di bosco”.

Altri scrittori di cui ho conoscenza che visitarono la Sicilia, riportandone impressioni e ricordi, furono Alexis de Tocqueville, nel 1827, autore di La democrazia in America, il più grande libro di teoria della politica; e la coppia Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, nel 1936, con il filosofo francese distratto e preoccupato dagli avvenimenti internazionali: la guerra di Spagna, le nubi che s’addensano sull’Europa, la seconda guerra mondiale in preparazione…

Viaggi d’escursione, curiosità, studio. Viaggi inchiesta, come quello di Carlo Levi (Le parole sono pietre) tra zolfatari in rivolta contro il padrone, la storia, il destino; o nostoi densi di civile indignazione come quelli di Consolo, scrittore naufrago in cerca della patria d’un tempo, della sua Itaca perduta. Viaggi di scrittori attratti dalla magia di questa nostra isola che ha conosciuto molte dominazioni, ognuna delle quali ha lasciato la sua impronta, il suo stile, e che ha visto tanti uomini battersi come per “una bella fanciulla ardentemente desiderata”.

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