Giuseppe Quatriglio - Sciascia, un destino

Il titolo di questo capitolo è suggerito da una frase pronunciata da Claude Ambroise, docente di lingua e letteratura italiana all'università di Grenoble, che Leonardo Sciascia definì “il mio critico” in una pagina, più volte citata, del suo diario-confessione del 1979 Nero su nero. Queste le parole: “Tra i miei critici, ecco che a un certo punto è scattato fuori il mio critico, quello che per assiduità e intensità è diventato mio”.

Ambroise, che è stato anche il curatore dei tre volumi dell'opera omnia dello scrittore di Racalmuto pubblicati da Bompiani tra il 1987 e il 1989, intervistato subito dopo la scomparsa dello scrittore, mi disse in modo lapidario: “Ormai per noi Sciascia è un destino nella nostra vita perché la sua vita è diventata un destino”.

La premessa mi è sembrata indispensabile perché, anche per me, Sciascia ha rappresentato “un destino” da quando ebbi la ventura di conoscerlo all'inizio del 1963. Mi trovavo a Palermo, all'interno della libreria Flaccovio, intento a guardare e sfogliare qualche novità libraria posta su uno dei banconi. La stessa cosa faceva, rivolto verso il bancone opposto a poca distanza, un uomo correttamente vestito di grigio, con camicia e cravatta, non alto di statura. Era Leonardo Sciascia, di cui avevo letto i primi libri con interesse e di cui scriveva già la stampa nazionale. Ma io allora non lo conoscevo.

Passò tra noi il libraio-editore Salvatore Fausto Flaccovio; frenò il suo passo da bersagliere per soffermarsi, gioviale come sempre, a salutare i due amici. Mi presentò a Sciascia, che pochi giorni prima aveva letto sulla terza pagina del “Giornale di Sicilia” un mio articolo sulla Sicilia del Settecento che tornava alla ribalta della pubblica attenzione con il romanzo Il Consiolio d'Egitto di Sciascia e il lavoro teatrale Il diavolo in giardino di Luchino Visconti che veniva rappresentato in quei giorni a Palermo. Fu un incontro che mi diede subito la misura della personalità di Sciascia e della sua statura di scrittore.

Aveva letto l'articolo e mi ringraziava dello spazio accordato al suo libro e della collocazione nella pagina, aggiungendo che aveva soprattutto gradito gli appunti critici che allora – lo penso adesso – avevo fatto con giovanile arroganza. Rimasi sorpreso e lusingato, anche perché lo scrittore completò il suo pensiero dicendo che non gli piacevano le lodi senza riserva dei critici letterari, di cui già leggeva nei giornali, e che preferiva mille volte gli accenni polemici e anche le eventuali contestazioni.

Ci scambiammo gli indirizzi e da Caltanissetta – dove allora risiedeva prima di trasferirsi con la moglie e le due figlie definitivamente a Palermo – mi invitò più di una volta con telegramma a colazione in un ristorante del centro. Era l'abitudine presa in quel tempo da Sciascia di riunire gli amici, ogni qual volta raggiungeva Palermo, attorno a una tavola imbandita. Non eravamo più di quattro o cinque persone per volta, e tra gli invitati ricordo solo che c'era l'editore Flaccovio.

Nel 1964 mi occupai, ancora sul “Giornale di Sicilia” di Morte dell'inquisitore, il saggio appena uscito quell'anno sulla drammatica vicenda di Diego La Matina, il frate, racalmutese come lui, che nel 1657 uccise nelle carceri palermitane del Sant'Uffizio l'inquisitore Juan Lopes de Cismeros e che l'anno seguente perì sul rogo.

Fu anche l'anno della riscoperta che mi fu possibile fare all'interno del trecentesco palazzo dei Chiaramonte – lo Steri – delle celle del Sant'Uffizio che per moltissimi anni erano state occupate dalle scaffalature dei tribunali. Sciascia fu colpito molto da questo avvenimento, da me divulgato attraverso la stampa, per il suo interesse non spento per quanto riguardava l'Inquisizione e il protagonista del suo saggio su Diego La Matina. Ci fu uno scambio di lettere, e forse anche di telefonate, con lo scrittore e avvenne anche la visita che facemmo insieme da clandestini all'interno dello Steri per compiere un sopralluogo nelle celle. Questa avventura intellettuale ebbe un seguito perché successivamente le celle vennero arbitrariamente demolite con grande indignazione dello scrittore. L'intera vicenda è stata raccontata da Sciascia nella prefazione al libro Graffiti e disegni dei prigionieri dell'Inquisizione pubblicato dall'editore Sellerio nel 1977. E successivamente da me nella Nota in appendice al libro di Giuseppe Pitrè e Leonardo Sciascia Urla senza suono, pubblicato anche questo dall'editore Sellerio, nella collana “La memoria”, nel 1999.

Dirò soltanto che nel 1964 Sciascia scrisse di quella riscoperta e della visita che facemmo insieme in una lunga nota dell'edizione del 1967 di Morte dell'inquisitore annotando generosamente: “proprio in questi giorni, mentre di nuovo a palazzo Chiaramonte fervono i lavori di riadattamento, e stavolta per restituirlo alla struttura originale, il giornalista Giuseppe Quatriglio ha riscoperto le tre celle...”.

Del 1965 è l'intervista a Sciascia pubblicata, quasi contemporaneamente, dal “Giornale di Sicilia” di Palermo e da “Il Piccolo” di Trieste, quotidiano al quale allora collaboravo. Questa intervista, citata anche nelle biografie, è secondo me interessante perché per la prima volta lo scrittore fornì sulla sua “officina” letteraria informazioni che non avrebbe più dato.

Ci trovammo a casa mia, nel mio studio, seduti su un divano. E Sciascia non aveva fretta, appariva pertanto abbastanza rilassato e disponibile. Quella volta mi confidò che scriveva i libri e gli articoli soltanto nelle ore del mattino. Non lavorava mai oltre le tre ore consecutive, durante le quali non riempiva più di quattro cartelle, che batteva direttamente sui tasti della sua “portatile”. Il pomeriggio – aggiunse – lo dedicava alla lettura dei giornali, delle novità librarie, di vecchi e spesso rari libri, prevalentemente di argomento siciliano, che aveva iniziato a procurarsi nelle librerie di antiquariato di mezza Italia. Il mattino seguente – mi disse ancora, precisando il rigore del suo metodo – riprendeva a scrivere, ma prima di riallacciarsi al testo interrotto, riscriveva interamente l'ultima cartella completata il giorno prima, nella presunzione che proprio quella, congedata nel momento di maggiore affaticamento, avesse bisogno di qualche ritocco.

Da quel momento in poi vedevo Sciascia, ormai definitivamente a Palermo, molto spesso. Negli anni Settanta erano frequenti i suoi viaggi a Roma, Milano e soprattutto Parigi, con soggiorni che talvolta si prolungavano per due settimane. Era comunque ininterrotta l'attività di Sciascia scrittore e polemista, la cui collaborazione era richiesta dai grandi giornali e dai settimanali nazionali più noti. Tanti suoi romanzi, pubblicati allora da Einaudi, si trovano nella mia libreria non privi di dediche affettuose vergate con nitida calligrafia utilizzando la penna stilografica.

Abitando vicino alla sua abitazione, molte volte arrivavo a casa sua di primo mattino senza preavviso, dato che queste incursioni non annunciate erano state da lui e dalla moglie autorizzate. Il rituale era semplice. Avvertito della mia presenza dal portiere, raggiungevo in ascensore l'appartamento. Spesso veniva alla porta Leonardo, ma qualche volta era la signora Maria a introdurmi nello studio e dirmi di attendere il caffè. Leonardo, sia che lo vedevo subito, sia che dovevo attenderlo per un po', si fermava a parlare con me. Capivo subito se doveva lavorare oppure se voleva che lo intrattenessi. Mi accorgevo talvolta che il foglio di carta era già mezzo scritto nel tamburo della macchina per scrivere, e in questo caso la mia sosta era breve. Altre volte Leonardo mi chiedeva di attenderlo dato che voleva uscire.

Ai tempi della sua collaborazione con Elvira Sellerio mi chiedeva di accompagnarlo in macchina in casa editrice, cosa che facevo sempre ben volentieri, perché stare con Sciascia costituiva un arricchimento. Aveva sempre una notizia di prima mano da dare, sia che si trattasse di una anticipazione editoriale, sia che si trattasse d'altro. Magari di fare una confidenza all'amico.

Ricordo il giorno in cui mi disse con soddisfazione di avere completato la lettura dei sei volumi – migliaia di pagine – della vita di Giacomo Casanova; ricordo che mi parlò dell'intenzione di scrivere Candido, superando le iniziali perplessità; ricordo il suo entusiasmo ogni qual volta trovava nella bottega di un antiquario un oggetto Liberty o un bastone dal manico d'argento oppure una stampa antica che avesse per lui un particolare significato.

La sua era una lezione di vita e di scrittura. E grande era la capacità che aveva di ripercorrere le vicende dell'isola per ricavarne episodi emblematici da rielaborare nei suoi scritti. A Sciascia, maestro e amico, “che in modo esemplare ha saputo scavare nella storia siciliana”, ho dedicato, considerando la mia iniziativa un doveroso omaggio, un libro di racconti ricavati da cronache di ieri e dell'altro ieri sepolte negli archivi (L'uomo orologio e altre storie, Sellerio 1995).

All'inizio degli anni Ottanta, deputato alla Camera per i radicali, lo incontravo anche a Roma e con lui varcavo la soglia del vecchio edificio ristrutturato del centro dov'erano gli uffici dei parlamentari. Lo vedevo in albergo e anche al ristorante o in qualche bar. Nel 1982 gli fui vicino al momento della stesura della relazione di minoranza sul caso Moro, una vicenda dolorosa che lo aveva indignato, emozionato, turbato per molto tempo. Della sua lucidissima analisi fui in grado di darne subito notizia in una intervista.

Ritornando oggi con la memoria a tanti incontri che il tempo trascorso fa diventare sempre più lontani, ricordando tutti gli articoli scritti sui suoi libri anche su “Il Giorno” di Milano e su “El Pais” di Madrid, ricordando le interviste e i colloqui avuti, risento le parole del grande affabulatore la cui precisione di linguaggio era proporzionale alla lunghezza dei silenzi. Parlava poco Sciascia, e ascoltava molto, ma quando interveniva nelle discussioni era essenziale e tagliente, talvolta anche ironico.

Oggi non si finisce di riflettere sulla sua prematura scomparsa, sulla sua perdita, in un momento di  grandi cambiamenti nel mondo, dal crollo del muro di Berlino e dalla caduta delle ideologie in poi, fatti che lo avrebbero fortemente intrigato. E non si dimenticano la sua forte personalità letteraria e politica nonché l'impegno dell'intellettuale che accettava la definizione di “illumista”, riconoscendosi tale nella ricerca della chiarezza del linguaggio e delle idee.

C'era, poi, il problema della giustizia, che in Sciascia si collegava al problema generale del potere e del potere inquisitoriale nei rapporti con la società. Il tema della giustizia emergeva con prepotenza come un insopprimibile rovello. “Il problema dell'amministrazione della giustizia –egli affermava negli anni Ottanta – è stato sempre arduo, ma credo che in nessuna società civile, in nessun sistema democratico, si sia raggiunto il grado di confusione cui si è arrivati in Italia”.

Uomo schivo, Sciascia, che non guidò mai un'automobile e non usò mai il computer, ma che sapeva leggere i segni del tempo. Derivavano da queste qualità il suo prestigio, ma anche la fama di “profeta”, spesso causa di interessate accuse.

Eretico, anticonformista, scrittore di frontiera, Leonardo Sciascia appare come l'autore del secondo Novecento capace di restituire, con la sua sapienza scrittoria e il suo senso della giustizia, il primato della letteratura.

La sua tensione e il suo moralismo sono stati valori oggi scomparsi nella società e nella letteratura, dove manca una voce autorevole come fu la sua. C'è un appiattimento, un adagiarsi sul conformismo, il trionfo della filosofia del vivere alla giornata che, negli anni Duemila, appaiono avvilenti e senza sbocco.

E' come restare nella melma senza la forza né la capacità di rialzarsi.

 

(in L'isola dei miti, Flaccovio Editore, giugno 2009)

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