Leandro Piantini – Leonardo Sciascia – Il fuoco nel mare (Racconti dispersi 1947-1975)

Sono racconti di disuguale impegno ma nell’insieme formano un corpus di tutto rispetto questi pubblicati da Squillacioti, scritti in un arco di tempo che va dal 1947 al 1975. Davvero Sciascia è ormai diventato un classico e perciò i suoi libri, se, come in questo caso, contengono degli inediti, sono sempre da salutare con gioia. Del resto questa raccolta ha tutta l’aria di essere destinata ad entrare tra i libri significativi del narratore di Racalmuto, il quale, a vent'anni dalla morte avvenuta nel 1989, non sembra affatto entrato nel cono d’ombra dell’oblio, come è avvenuto per tanti scrittori un tempo famosi. Basti pensare a quel che è accaduto a Moravia.

In queste pagine ritroviamo perfettamente a fuoco lo scrittore che imparammo ad amare tanti anni fa. Perché Sciascia ha una sigla inconfondibile, e la sua scrittura ha un tono, un tocco inconfondibili. Ne Il fuoco nel mare troviamo soprattutto la Sicilia del dopoguerra, a cominciare da quel fatidico 10 luglio del 1943 che vide lo sbarco delle truppe anglo-americane sulla spiaggia di Gela, evento che segnò uno spartiacque nella vita dei siciliani. L’assonnata Sicilia del ventennio fascista conobbe un repentino risveglio dal torpore –cosa che l’infallibile sguardo sociologico dello scrittore avvertì tempestivamente, come dimostra l’acume con cui egli registrò prontamente le novità avvenute nella vita civile e sociale dell’isola. Molte di queste pagine raccontano fatti e situazioni tipiche degli anni cinquanta e sessanta. Nonostante che la Sicilia si portasse dietro un pesante carico di arretratezze non c’è dubbio che anch’essa risentì di quella salutare ondata di progresso, di speranze, di attese che percorse nel dopoguerra tutta la penisola. Ed è così che uno scrittore come lui, tutt’altro che incline a farsi illusioni anzi senz’altro pessimista di natura, in molti racconti mostra un animus impregnato di quell’ottimismo, di quella vitalità che allora contagiarono tutta la società italiana.

Spesso i testi hanno proprio quell’andamento di “cronache” e “cronachette” che Sciascia prediligeva, sono pezzi brevi e brillanti, non di rado venati di umorismo e intonati a quella propensione al saggio di costume e alla satira sociale di cui egli è sempre stato maestro. Talora si raccontano episodi del Risorgimento, in racconti scritti all’inizio degli anni sessanta, nel momento in cui si celebrava il primo centenario dell’Unità nazionale (1961). Un momento alto lo troviamo nel racconto “Il silenzio” del 1963, che rievoca un episodio dell’avanzata di Garibaldi verso Palermo dopo lo sbarco dei Mille a Marsala. Il colonnello Vincenzo Giordano Orsini, coraggioso ufficiale di Garibaldi, nella concitazione degli eventi che coinvolgono negli scontri militari anche dei poveri contadini lontani mille miglia dagli ideali del Risorgimento, ha un attimo di smarrimento: “Quei segni di greve miseria lo colpivano. Non aveva mai visto questa faccia dolente e squallida della sua terra. E più lo colpiva che in queste condizioni di vita non diverse da quelle della capra, dell’asino, la gente conservasse intatti ed alti i sentimenti umani: la pietà, la gentilezza, il coraggio. E si chiese se davvero avevano il diritto di portare a gente simile nuove sofferenze, la violenza della guerra, il rischio della devastazione e del saccheggio, e in nome di che cosa. ‘In nome della libertà di scrivere dei libri, di pubblicare dei giornali, di eleggere dei rappresentanti?...E la libertà di non avere fame, di abitare in luoghi più umani, di vestire dignitosamente?’ (p. 87).

Certamente –pare dire lo scrittore- la continuità tra la Sicilia del fascismo e quella della nuova vita democratica è purtroppo ancora troppo presente nella vita dell’isola e mantiene un peso preponderante, nonostante le tante novità avvenute dopo la Liberazione e nonostante il grande progresso avvenuto nella vita civile e sociale. E di questa atavica tendenza all’asservimento del povero davanti al ricco, del giusto che rimane disarmato di fronte alla tracotanza dei potenti ( e della mafia), di tutto questo molti racconti recano consistenti tracce, vive testimonianze.

Spesso il tono della narrazione è leggero, intonato alla satira e all’ ironia. La tendenza a mediare tra fiction narrativa –ma la parola “finzione” starà sempre stretta ad uno scrittore impregnato di storia e di cultura come Sciascia-  e scrittura saggistica trova rispondenza frequente in questi brani.

Esemplare è la “Nota al testo” che Paolo Squillacioti ha posto in appendice al libro. Lo studioso –che forse è oggi il maggior conoscitore delle carte sciasciane e dei problemi filologici che esse propongono- ci fornisce notizie storiche essenziali per la comprensione dei vari momenti in cui i racconti furono scritti e pubblicati. E quindi mi sembra giusto lasciare a lui la parola quando sintetizza in questo modo temi e argomenti dei 25 racconti compresi ne Il fuoco nel mare: la raccolta contiene “un’ampia campionatura di modalità espressive e temi cari a Sciascia: Regalpetra e i suoi personaggi, la zolfara e la vita contadina, il fascismo e l’impresa garibaldina, la guerra di Spagna e la seconda guerra mondiale, la mafia e la politica, ma anche il gallismo e la trasposizione ironica di vicende tipiche della cronaca rosa degli anni Cinquanta, come i tentativi (reali o simulati) di suicidio di dive del cinema in ‘Carnezzeria’ o le vicissitudini amorose di Roberto Rossellini in ‘Cronaca di un amore’  “ (pp. 185-6).

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