Mimmo Iacono – Una nuova lettura sulla vicenda dolorosa del vescovo Ficarra dimesso dal card. Piazza

Comunque siano andate le cose e qualunque sia stata la causa della rimozione di Monsignor Angelo Ficarra dalla cattedra episcopale di Patti, l'epigrafe scelta da Leonardo Sciascia come ouverture del suo Dalle parti degli infedeli (Sellerio, 1979) dà un giudizio netto su quel gesto, amaro e doloroso per un uomo nel quale tanti che lo hanno conosciuto hanno intravisto, nei gesti e nella vita, l'Imago Christi:

 

“Il servo non sa quel che fa il suo padrone, poiché questi gli dice soltanto dell'azione, non del fine da raggiungere, e perciò vi si assoggetta servilmente e spesso peccando contro il fine. Ma Gesù Cristo ci ha insegnato il fine. E voi lo distruggete”.

 

E' un passo dei Pensées di Blaise Pascal ed è anche un macigno che Sciascia mette sopra a qualsiasi tentativo di giustificare la promozione ad arcivescovo di Leontopoli (promoveatur ac amoveatur) del mite sacerdote canicattinese nel 1957, da parte del Vaticano di Pio XII. Ed è un passo che risuona indirettamente con vigore e determinazione nel libro di Gaetano Augello dedicato appunto alla vita e alle tribolazioni del vescovo: Angelo Ficarra. La giustizia negata (Ed.Cerrito, Canicattì, 2008).

Quella di Augello è la prima biografia completa di monsignor Ficarra, che spazia dalle sue prime esperienze pastorali all'inizio del Novecento nella Ribera pervasa da impegno politico e sociale fino all'amaro epilogo della destinazione “in contumacia” e della morte nella sua Canicattì, malinconica Leontopoli siciliana, dove, al posto dei leoni, Ficarra trovò sempre amore, affetto e grande considerazione. Un libro nel quale, giustamente, ha una parte rilevante la vicenda resa nota da Sciascia con il suo libro, che viene, però, vista e interpretata con uno sguardo diverso, meno politico e più complesso rispetto alla tesi dello scrittore di Racalmuto che, come è noto, spiegava la rimozione con il mancato impegno del vescovo a fianco della Democrazia Cristiana nelle competizioni elettorali del secondo dopoguerra. Riconosce l'autore che, senza Sciascia, la vicenda umana e religiosa di Angelo Ficarra sarebbe scivolata nel silenzioso destino che accomuna, soprattutto in Sicilia, tante vite di uomini coraggiosi, ma mansueti e obbedienti. Fu invece quel piccolo libro del 1979 a far conoscere la storia di Ficarra e soprattutto la sua destituzione da parte del Vaticano, resa ancora più amara dalla sua volontà di non assecondare i disegni ecclesiastici, rimettendo il mandato nelle mani del Papa, così come voleva la gerarchia.

Ripercorrere qui gli avvenimenti che vanno dal dopoguerra al 1957 sarebbe superfluo, anche perché il libro di Augello li incastona nella più ampia narrazione della vita del vescovo, togliendo loro il ruolo di chiave ermeneutica principale per decifrare l'intero corso della sua esistenza. Certo, quell'episodio segnò negativamente la sua vita, ma non fu il solo.

La segnò anche, molto tempo prima, il no deciso del Vescovo di Girgenti, Lagumina, nel 1921, alla Sacra Congregazione che voleva Ficarra a Roma per nominarlo vicesegretario della Segreteria delle Lettere Latine, dopo il generale apprezzamento per la redazione e la pubblicazione di un'Antologia Geronimiana, proposta allo stesso Ficarra dal cardinale Tedeschini. Quell'incarico avrebbe permesso al sacerdote canicattinese di approfondire gli studi, di affermarsi sicuramente come un prestigioso e fine patrologo e di accedere quanto prima alla porpora cardinalizia. Invece la vocazione intellettuale di Angelo Ficarra ebbe un brusco rallentamento e si spense completamente nei lunghi anni di Patti. Eppure, nel periodo giovanile, Ficarra aveva dato prova di grandissima perizia e competenza, con le sue pubblicazioni e i suoi studi su san Girolamo. La scelta di Augello è quella di tratteggiare un ritratto del vescovo Ficarra quanto più possibile completo ed omogeneo, mettendo in evidenza l'amore per gli studi classici, l'impegno sociale a fianco degli umili negli anni di Ribera, l'attivismo verso l'associazionismo religioso nel periodo in cui fu arciprete a Canicattì, la purezza evangelica della sua azione pastorale come vescovo di Patti.  Ed è anche la scelta di confrontarsi con la tesi sciasciana che da quasi trent'anni ormai è l'unica accreditata per spiegare la vicenda della rimozione. Sbaglierebbe chi pensasse, però, di trovare l'impostazione del libro in funzione di questo singolo, quanto significativo episodio. Il libro è una biografia completa che a cerchi concentrici arriva alle decisioni vaticane del 1957, viste da Augello come una sorta di destino annunciato. Tutta la vita pubblica del vescovo Ficarra, insomma, pare suggerire l'Autore, è stato il pretesto per la decisione finale del cardinale Adeodato Piazza. Un uomo, Ficarra, per sua natura tanto modesto e riservato, quanto deciso a non allinearsi ai voleri vaticani che volevano vescovi ben motivati e autorevoli nel contrastare l'ideologia comunista, ritenuta un pericolo mortale per la stessa sopravvivenza della Chiesa.

Ma vorrei soffermare la mia riflessione su due aspetti fondamentali che possono aiutare il lettore attento a capire l'epilogo della vicenda umana di Ficarra e che Augello ricostruisce con convinzione. Il primo riguarda il concetto di religiosità che Ficarra ha concepito e sviluppato soprattutto negli scritti giovanili sul “Lavoratore” di Ribera, e a cui mise il titolo di Meditazioni vagabonde. Sono gli articoli che analizzano l'aspetto paganeggiante della religiosità siciliana, fatta di culti esteriori, di parossismi, di concezioni materiali della fede, di pericolose commistioni di sacro e profano e che Ficarra condanna con vigore negli anni in cui è parroco a Ribera, in nome del cristianesimo come religione principalmente spirituale.

Gli articoli, lo ricordiamo, vennero accostati ad una concezione “modernista” della religione, tanto che anni dopo la Chiesa negò l'imprimatur alla volontà dell'autore di raccoglierli in volume e pubblicarli. Furono pubblicati, per inciso, soltanto postumi, nel 1990, sotto il titolo di Le devozioni materiali (La Zisa, Palermo). Un giudizio, quello di sospetto modernismo, a quel tempo pesante, ma che fa ancora più onore ad Angelo Ficarra, se si pensa che cominciò ad occuparsi di questo argomento qualche tempo dopo la pubblicazione dell'enciclica Pascendi di Pio X del 1907: un documento durissimo contro le tesi moderniste che aprì un lungo e doloroso periodo per tanti che pensavano di conciliare le scienze moderne con il cattolicesimo. E' questo del modernismo un aspetto della formazione culturale del vescovo di Patti che bisognerà approfondire perché può davvero essere la chiave per spiegare definitivamente la sua parabola umana e religiosa. Augello, per esempio, accenna ad un rapporto epistolare tra Ficarra ed Ernesto Buonaiuti, quando il primo stava lavorando al suo saggio su san Girolamo. Già questo rapporto doveva apparire quantomeno sospetto agli occhi della gerarchia.

La seconda questione, fortemente connessa alla prima, è l'attività pastorale e pubblica di Ficarra nel ventennio di governo della diocesi pattense. Ne viene fuori, studiando le Lettere Pastorali e seguendo la sua vita in quegli anni difficili e complessi, il ritratto di un vescovo davvero moderno, attento alla essenzialità del messaggio cristiano, avulso da ogni compromesso al ribasso e fedele ed obbediente servitore di Cristo. Un vescovo che firma l'appello di Stoccolma, la petizione pacifista contro la guerra atomica, che continua a prediligere la religiosità genuina a scapito dell'esteriorità e che testimonia una sorta di anticipazione di quella che sarà la svolta del Vaticano II, soprattutto nel modo di intendere e proporre ai fedeli un nuovo modello ecclesiologico. Credo che la biografia di Augello possa darci spunti interessanti su come Ficarra intendesse la Chiesa. Non un'istituzione arroccata in difesa di una cittadella assediata da ideologie atee e materialiste e da una modernità che mirava a demitizzare il Depositum Fidei, che era stato il modello di chiesa fino a Pio XII, ma un popolo pellegrino che, unito soltanto dalla vera fede nell'annuncio del vangelo, desse testimonianza al mondo, senza ergere steccati o barriere invalicabili. E' significativo leggere i giudizi, riportati nel libro, che negli anni Dieci del Novecento Ficarra dava del socialismo che, nonostante fosse un'ideologia atea, portava in sé i germi della giustizia sociale e della difesa dei deboli. A quel tempo, però, è giusto sottolinearlo, in Italia il Partito Socialista era su posizioni riformiste, la rivoluzione bolscevica non era ancora scoppiata e il PC d'I non era stato fondato. Lo sarà solo nel 1921 con la scissione di Livorno.

Forse, fa intuire Augello, la vita e la testimonianza di Ficarra sono arrivate troppo presto per essere totalmente accettate dalla Chiesa che, infatti, lo emargina, sostituendolo con un pastore organico al progetto di egemonia politica e sociale della chiesa pre-conciliare.

Angelo Ficarra viveva i suoi ultimi giorni a Canicattì, cercando ancora di capire i perché di quell'allontanamento coatto dalla sua diocesi. Commovente, a tal proposito, è la lettera al concittadino gesuita Padre Brucculeri, scrittore di “Civiltà Cattolica”, del 12 febbraio del 1958, nella quale, con grafia tremante, lo prega di intercedere presso il cardinal Tedeschini, affinché quest'ultimo possa raccogliere la testimonianza di alcuni vescovi siciliani che avrebbero parlato a favore di Ficarra nella vicenda ormai conclusa della sua rimozione. A distanza di due anni ancora non si rassegna, vuole indagare, capire, farsi una ragione di quel gesto. La richiesta viene inoltrata da Brucculeri al cardinale tre giorni dopo con un biglietto introduttivo nel quale il gesuita, forse infastidito da quel vecchio sacerdote ormai dimenticato, scrive: “E' questa l'ultima volta che io cedo al desiderio dell'ex vescovo di Patti, voglia scusarmi”.

E sarà davvero l'ultima volta, perché monsignor Ficarra morirà a breve e non disturberà più il gesuita. La lettera ed il biglietto sono pubblicati in appendice al volume.

Ma in quei giorni lo Spirito stava lavorando sottotraccia, quasi a voler risarcire nelle vie e nei modi imperscrutabili dell'Altissimo, il vecchio vescovo canicattinese. Il 28 ottobre 1958 dal conclave seguito alla morte di Pio XII, usciva eletto Giovanni XXIII, papa di transizione, si disse. A meno di tre mesi dalla sua intronizzazione, il vecchio patriarca di Venezia, asceso al trono di Pietro, annunciava nella basilica di San Paolo fuori le Mura, il 25 gennaio del 1959, che la Chiesa avrebbe celebrato un Concilio per rispondere alle sfide della modernità.

Monsignor Ficarra sopravvisse a quell'annuncio soltanto quattro mesi. Ma quel Concilio, nonostante la prevedibile reazione dei tradizionalisti e le controversie ancora attuali sulla sua attuazione e sulla sua forza profetica, avrebbe comunque segnato il passaggio della Chiesa cattolica da societas perfecta a popolo in cammino nella acque burrascose della modernità.

L'obiettivo che monsignor Ficarra aveva avuto per tutta la vita.

 

(in Oltre il Muro – Rivista quadrimestrale di letteratura e teologia – Via Duomo 102 – Agrigento  -  anno VI, n. 2 – maggio 2008)

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