Paolo Squillacioti - Da Pirandello a Sciascia e ritorno. Il saggio personale di Anna Maria Sciascia

Il 26 marzo 2010 l’Associazione ha organizzato presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze una presentazione del libro di Anna Maria Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia (Roma, Avagliano, 2009). Insieme con l’autrice, hanno discusso del libro il Presidente José Luis Gotor, il Professor Nino Borsellino, e Paolo Squillacioti. Il testo che segue riprende, con qualche aggiunta ma conservando il tono discorsivo di quell’occasione, l’intervento di quest’ultimo.

 

«Figlia di Leonardo Sciascia non posso non nutrire un grande amore per Luigi Pirandello»: così inizia un piccolo libro di Anna Maria Sciascia, Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia, pubblicato dalle edizioni Avagliano di Roma nel 2009. Il libro segue e commenta il triangolo affettivo fra Luigi Pirandello, sua moglie Antonietta (Nietta) e loro figlia Lietta, soffermandosi e approfondendo i risvolti psicologici di quei complicati rapporti. Questo è in estrema sintesi il tema, e la lettura scorre gradevolmente.

 Ma il libro cos’è, a che ‘genere’ appartiene? È un saggio biografico? Uno scritto autobiografico? La mia impressione è che se il libro avesse avuto una sola di queste caratteristiche sarebbe riuscito assai meno bene di quanto è effettivamente riuscito. Anna Maria Sciascia ha saputo combinare la dimensione dell’indagine autobiografica con quella dell’analisi biografica di un grande scrittore – cioè l’intensità del racconto di sé e la competenza dello studio – realizzando un libro che si può a tutti gli effetti definire un “saggio personale”.

Il saggio personale, ha scritto di recente Antonio Pascale, uno degli scrittori a mio avviso più interessanti della letteratura italiana di oggi, nella Nota dell’Autore che chiude il suo saggio personale Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa? (Roma-Bari, Laterza, 2009) «è un ibrido e come tutti gli ibridi ha pregi e difetti. Tra i pregi c’è sicuramente il tentativo di usare due sonde conoscitive, una esterna rivolta all’ambiente, l’altra interna rivolta al proprio personale io. [...] Tra i difetti, di sicuro va considerato il tentativo da parte dell’autore di rendersi simpatico, insomma di stabilire una complicità con il lettore». Ora, nel Gioco dei padri la sintonia col lettore è certamente ricercata, ma la simpatia che Anna Maria Sciascia propone non è quella cui allude Pascale (la simpatia del tono leggero e autoironico), ma semmai quella etimologica, la sympatheia, il sentimento condiviso che nasce dalla partecipazione al dolore dell’altro.

 Nelle pagine che incorniciano l’analisi biografica, Anna Maria Sciascia dichiara la propria condizione di ‘figlia d’arte’ come un privilegio non privo di difficoltà. C’è il disagio della propria condizione, il problema di confrontarsi con il materiale del libro, insomma l’evocazione di un blocco da superare; e il tutto è espresso in termini diretti e sinceri all’inizio del libro, per poi restare sottinteso lungo tutto il corso della narrazione.

 Da questa prima parte più esplicitamente ‘personale’ si passa in breve a quella più propriamente saggistica, e il trapasso avviene attraverso Leonardo Sciascia, con la citazione di un passo della voce Nietta dell’Alfabeto pirandelliano: «Già Balzac aveva detto: “Dio preservi le donne dallo sposare un uomo che scrive dei libri”. E da un uomo che scrive i libri che Pirandello ha scritto?».

 Nella descrizione che del saggio personale fa Pascale c’è ancora un altro elemento interessante: al saggio personale si può rimproverare il fatto che col racconto di sé si sottraggono spazi di approfondimento al discorso. In altri termini: se invece di raccontarci i fatti propri l’autore si fosse concentrato solo sull’argomento del saggio, non avrebbe scritto di più e meglio?

 Pascale propone due risposte a questa obiezione. La prima: «siamo il frutto di molte variabili e non si può più pensare al prodotto finito senza considerare anche il lavoro necessario per ottenerlo». Nel Gioco dei padri questa dimensione è ben presente: nella parte analitica, quella in cui si scava nelle cose scritte e nelle cose omesse, fra le pieghe della psicologia dei personaggi del gioco (senza che l’autrice ci debba dire con segnali espliciti quando ciò accada), si intuisce il forte grado di coinvolgimento nella vicenda analizzata, il fatto che parlando dei Pirandello Anna Maria Sciascia ci parla ancora di sé. E si capisce così non solo la genesi ma la ragione stessa del libro.

Ma c’è anche un’altra risposta all’obiezione sulla funzionalità del saggio personale: «il saggio personale», scrive ancora Pascale, «è un ottimo strumento divulgativo. Racconta, senza annoiare troppo, teorie il cui studio richiederebbe un notevole spreco di energie. Quando il saggio personale riesce bene nel suo intento, però, fa da apripista. Mette curiosità al lettore, lo invita a salire gradini e a scalare pareti più ardue, con più coraggio». Anche questa dimensione, divulgativa nel senso migliore del termine, è presente nel Gioco dei padri. Il libro mette voglia di affrontare con una chiave che per Pirandello non direi originale ma che resta interessante, intendo la chiave biografica, sia l’opera dello scrittore, sia il rapporto complesso di Leonardo Sciascia con quell’opera, ma direi anche con quel modello di scrittore e con l’uomo Pirandello.

Fra tutte le figure evocate nel racconto saggistico di Anna Maria Sciascia ha un ruolo a mio avviso assai rilevante la figlia di Lietta, Maria Luisa Aguirre D’Amico, che ha contribuito molto alla ricostruzione della biografia del nonno e della sua famiglia. Molto del materiale commentato da Anna Maria Sciascia deriva infatti dalle indagini biografiche e autobiografiche della Aguirre D’Amico, e in particolare da Vivere con Pirandello (Milano, Mondadori, 1989). Un’operazione parallela a quella che la stessa Anna Maria Sciascia da alcuni anni sta portando avanti nei confronti di suo padre. Un parallelismo che viene esplicitamente sottolineato nel Gioco dei padri:

 

Quando nel 1986 ho conosciuto la nipote, Maria Luise Aguirre D’Amico, la mia emozione è stata grande, per tutta la sera ho cercato in lei tutto ciò che poteva essere collegato a lui. Successivamente ho letto i suoi libri e ho preso sempre più coscienza del legame che ci univa; parlo naturalmente delle donne delle due famiglie.

 

Il destino ci ha portate accanto a uomini straordinari e ognuna di noi ha reagito in maniera diversa anche se il filo conduttore è unico: un continuo alternarsi di stati d’animo contrastanti: tormento ed estasi, croce e delizia.

Il momento del «tormento» è dichiarato esplicitamente nei libri della nipote di Pirandello; ma c’è un libro in particolare in cui il «tormento» è mascherato da inquietudine, in cui i riferimenti, chiariti e spietatamente analizzati nei libri successivi fino a restituirci un ritratto di Pirandello padre e marito non certo esemplare, sono assai più vaghi, ed è il primo libro di Maria Luisa Aguirre D’Amico, Paesi lontani, pubblicato da Sellerio nel 1983.

Paesi lontani è un testo narrativo in cui l’autrice racconta in terza persona i propri ricordi d’infanzia attribuendoli a una bambina chiamata Maria, con cui l’autrice dichiara nella nota finale di essersi «in parte» identificata. Questa opera di distanziazione le è stata evidentemente necessaria per vincere la difficoltà a raccontare. E il gioco dei rimandi e dei rispecchiamenti si articola ulteriormente se si pensa che quel libro è uno dei prodotti dell’attività editoriale di Leonardo Sciascia, che lo ha ospitato nella sua collana della «Memoria», scrivendo un denso e significativo risvolto di copertina, che per concludere è bene riportare, appunto, alla memoria:

 

«La madre cominciò a parlare di presentimenti. Temeva che suo padre potesse morire mentre era lontana e decise che doveva assolutamente raggiungerlo». Con questa frase viene a cristallizzarsi, in questo racconto di paesi e anni lontani di Maria Luisa D’Amico, il motivo dell’apprensione che fin dalle prime pagine indefinibilmente lo domina; quell’apprensione «siciliana» di cui Brancati ha saputo darci sottili rappresentazioni ed analisi. Se poi aggiungiamo che il «padre» per cui si è in apprensione è Luigi Pirandello, meglio s’intende la particolarità di queste memorie d’infanzia, il loro intridersi di angoscia pur nello splendore dei «verdi paradisi», le tante dilacerazioni e i tanti smarrimenti che registrano. Anche se, mai nominato, pochissimo vi è presente, è la grande ombra di Pirandello che domina, al di là della quieta scrittura, questi inquieti e inquietanti ricordi.

 

Il gioco dei padri è sì un piccolo libro, che apre però grandi spazi, mette voglia di leggere i libri che vi sono citati, per scavare nella vita e negli scritti di Luigi Pirandello, e di ritornare a Leonardo Sciascia e a quel suo lungo «rapporto con il padre».

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