Leonardo Sciascia fu membro della Camera dei Deputati dal 1979 al 1983. Fu presentato nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, nelle circoscrizioni di Roma, Milano e Torino, e il 13 giugno fu proclamato eletto nel XIX collegio di Roma.

La casa editrice Salvatore Sciascia di Caltanissetta ha pubblicato una nuova edizione di Questa mafia, il libro del maggiore, poi generale dei Carabinieri Renato Candida, comparso per la prima volta nel 1956. L’ufficiale fu l’ispiratore della figura del capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta.

Sull’importante iniziativa editoriale pubblichiamo di seguito un articolo di Salvatore Vullo, autore della Nota introduttiva del libro.

La palermitana piazzetta Marchese Arezzo, situata a pochi metri di distanza dall’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Roma, è in effetti uno slargo della salita Sant’Antonio. Un turista non immaginerebbe che quello spazio di alcune decine di metri quadrati abbia una sua individualità toponomastica.

La rottura epistemologica di inizio Novecento, provocata dalle filosofie della crisi, ha attribuito al caso un ruolo sempre più importante nel pensiero e nella letteratura, determinando una convivenza piuttosto problematica con la ragione. Le parole di Pirandello “insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle pietre” possono essere assunte con valore di sententia sulla difficoltà dell’uomo a comprendere una realtà che sfugge completamente alla facoltà razionale, e che diventa spazio esposto ad arbitrio di fortuna. Proprio i grandi razionalisti del Novecento avvertono più consapevolmente la presenza del caso nelle dinamiche umane e percepiscono, con profonda sensibilità, la caduta delle certezze che avevano sorretto molti intellettuali fino al Secondo Ottocento (ma “la linea siciliana” era già avanti). In A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia concede al professor Laurana la possibilità di seguire un ragionamento logico nelle indagini sul delitto Manno/Roscio, ma sa benissimo che la ragione, nella realtà, può soltanto indagare, non risolvere.

Qualche giorno fa, leggendo I promessi sposi con i miei studenti, mi sono imbattuta in un passo del XXIX capitolo su cui ho sentito l’esigenza di soffermarmi.

Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la lode d’una condotta esemplare, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi s’eran rallegrati di questa, pubblicamente come il popolo; e sarebbe parso strano l’infierire contro chi era stato soggetto di tante congratulazioni.

I motivi passionali, posti come causa prima di alcuni delitti nelle indagini dei gialli sciasciani e utilizzati a vantaggio dell’una o dell’altra parte, si configurano in un contesto fortemente influenzato dall’arte del melodramma, genere italiano per antonomasia e vanto nazionale che non conosce declino. Ne Il giorno della civetta, Sciascia afferma che i tavoli d’autopsia della Sicilia sono popolati da tanti Turiddu Macca, dopo che sulle scene dei teatri d’opera aveva fatto irruzione il potente grido “Hanno ammazzato cumpari Turiddu”.

Il 20 novembre di ventisette anni fa Leonardo Sciascia ci lascia. Il “Corriere della Sera”, coincidenze che sono - dice Sciascia - “incidenze”, il giorno prima dell'anniversario pubblica una lunga intervista ad Andrea Camilleri, curata da Aldo Cazzullo. Il titolo: “Gli scontri con Sciascia, la mia vita da cieco e il No al referendum”. Ad un certo punto, Camilleri dice: “Nei giorni del sequestro Moro lui e Guttuso andarono da Berlinguer e lo trovarono distrutto: Kgb e Cia, disse, erano d’accordo nel volere la morte del prigioniero. Sciascia lo scrisse. Berlinguer lo smentì, e Guttuso diede ragione a Berlinguer. Io mi schierai con Renato: era nella direzione del Pci, cos’altro poteva fare? Leonardo la prese malissimo: “Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell’amicizia...”.Non ricordo interventi particolari di Camilleri nei giorni della polemica che oppose Sciascia a Enrico Berlinguer e Renato Guttuso. Forse ci sono stati, probabilmente “privati”.

«Il libro Cronachette, a me carissimo, mi fu regalato, anni fa, da un’amica italiana. Dal primo momento sono stato affascinato da questi gioielli, ma, nel corso della lettura, dovevo ammettere di aver capito al massimo la metà dei contenuti. Ho cominciato quindi, più tardi, con una traduzione sistematica, che mi costringesse a riflettere e a capire ogni singola frase. In seguito ho tradotto anche qualche altro testo del genere e soprattutto Morte dell’Inquisitore. Sono stato confortato nel mio lavoro dalla valutazione positiva di uno dei più celebri traduttori tedeschi, Burkhart Kroeber (traduttore di Calvino, Eco, Manzoni), ma, evidentemente, in questo momento non è facile trovare attenzione in qualche casa editrice tedesca».

Si usa dire che l’istituzione scolastica riveste un ruolo determinante per la sopravvivenza di un autore nella memoria collettiva; se gli insegnanti nel periodo degli studi e della formazione hanno frequentato e apprezzato i libri di uno scrittore, facilmente li proporranno alla platea più vasta e forte di lettori di ogni paese: gli studenti.

Nel 2016 ha avuto luogo il concorso per diventare insegnanti legato alla legge 107/2015, la riforma della “Buona Scuola”. Non senza sorpresa, il sesto quesito della prova scritta di italiano riguardava proprio Leonardo Sciascia, eccolo qui:


 

Quesito 6 - «Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende», scriveva Leonardo Sciascia in La strega e il capitano e in Porte aperte. Il candidato evidenzi la rilevanza della didattica della letteratura ai fini dell’orientamento formativo dello studente, ispirandosi alla lezione di Sciascia e di quanti hanno sostenuto il valore educativo della letteratura. Opportuno è anche il riferimento a quanto espresso nelle Linee guida nazionali per l’orientamento permanente (nota MIUR 4232/2014).

 

Il riferimento è inesatto: la frase è scritta ne La strega e il capitano ma non in Porte aperte. L’errore c’è, innegabilmente, ma tutto sommato è veniale e dovuto alla matrice comune di due passaggi dei libri di Sciascia in questione, e l’origine si trova ne Il vecchio con gli stivali.

Nell’unica scena d’amore de Il Consiglio d’Egitto, che costituisce il nono capitolo della prima parte del romanzo e ha per protagonisti Francesco Paolo Di Blasi e la contessa di Regalpetra, Leonardo Sciascia non descrive la posizione assunta dalla contessa, ma per così dire invita il lettore a cercare nella propria memoria l’immagine di un quadro:

“Si vedeva, con la coda dell’occhio, nella grande specchiera; e davanti, sul piano da scrittoio del trumeau, aveva, ridotto a vivida miniatura dentro il coperchio di una tabacchiera, quel quadro di François Boucher che i casanovisti dicono sia il ritratto di mademoiselle O’Murphy.
“Erano di moda i quadri viventi: e nell’intimità di un convegno d’amore […] la contessa ne componeva uno straordinario, a perfetta imitazione del quadro di Boucher, la tenue luce aiutando a pareggiare a quelli di mademoiselle O’Murphy i suoi anni. Due soli elementi: una dormeuse e la propria nudità. Non si poteva desiderare quadro vivente più splendido, imitazione più precisa.”

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