Un pretesto per leggere Petrarca

di Giovanni Impoco

Il labirinto della
comune beatitudine.


Il muro di cinta del mio giardino è basso.

Qualunque Vlad Ţepeş di Transilvania ha facile accesso nella mia casa sarà il benvenuto.

Dopo migliaia di leghe, il ritorno alla terra natale: veloci gli anni in fuga, il buon tempo non tornerà mai più.

Nella solitudine della notte, vinto dal sonno, reclino la testa nelle remote pagine di un libro, complice il tic tac dell’orologio a pendolo e l’ansito del mare.

Così è, in questo luogo lontano e pieno di pace, ma, per un ignoto disegno degli astri, da un po’ di tempo in qua, prima di addormentarmi, inconsciamente recito a memoria e a fior di labbra questo breve versetto: “Il mal mi preme e mi spaventa il peggio.”

Ecco, partendo da un tremito fisico, mi chiedo: è forse la musica di un sogno?

Pavido e smarrito, ancora mi domando: dove ho letto tale verso?

Chi è l’autore? Quale ne è il senso?

Non ricordo, semplicemente.

Può accadere di non ricordare, credo sia nell’ordine delle cose.

Ma ecco che l’ordine tramuta in disordine, curiosità e sgomento, e mi ripeto: in quale libro posso aver letto questo sinistro e sventurato versetto?

Ma ancora nulla, le mie antenne non mi aiutano.

Svolgo minuziosa ricerca, e con pochissima fiducia scopro trattasi di un primo verso di un sonetto dell’aretino Francesco Petrarca.

Del Petrarca? Provo a spiegarmi meglio.

Io credo sia normale che la mente prenda a prestito quanto si è letto e ascoltato a distanza di tempo, e tale distanza può variare di dieci giorni, oppure dieci anni et oltre per prodigio di memoria che ognuno di noi possiede (?).

Quindi sono consapevole che non si possono leggere tutti i libri, tale è la loro diffusione, ma ugualmente mi sento rapito dalla suggestione, e direi quel genere di suggestionabilità che mi affascina, ma non mi appaga. Ebbene, devo dire, e mi duole ammetterlo, ma senza alcuna ansietà ed affanno, che tra le tante letture e le numerose scoperte di vecchi e nuovi autori, stranamente ho trascurato e non ho ancora letto Petrarca.

Perciò mi chiedo: come può la mente causare e determinare ciò che non si è letto e di conseguenza non si conosce?!

Vorrei aggiungere, così solo come allargamento di ragionamento, che in questo periodo rileggo volentieri le Fifty Suggestions di Edgar Allan Poe.

Ho sempre considerato la rilettura un forte desiderio e un sano divertimento di spontanea e sincera dedizione di ciascuno di noi allo studio delle belle lettere.

Ma questo non giustifica e non coniuga ciò che mi è accaduto; sono convinto e consapevole che nulla accade senza una causa, mandare a memoria un versetto, di un autore sì conosciuto, ma ancora da leggere, e dunque da scoprire e conoscere, è sconfortante; pare evidente che non vi sia alcun legame logico, alcun nesso e senso.

Il mal mi preme e mi spaventa il peggio, dunque.

Questa è appunto la ragione; e per persuadermene, basta ricorrere all’invincibile Borges per esempio , ad un estroso fait divers direi, di pugnace e inconsueta babele, che ha la vera e propria durata di un trillo:

A Coleridge fu concessa in sogno, una pagina d’indiscusso splendore: il frammento lirico Kubla Khan.

Il caso, benché straordinario, non è unico. Nello studio psicologico The world of dreams, Havelock Ellis lo ha paragonato a quello del violinista e compositore Giuseppe Tartini, il quale sognò che il Diavolo (suo schiavo) eseguiva sul violino una prodigiosa sonata; il sonatore, una volta sveglio, trasse dal suo imperfetto ricordo il Trillo del Diavolo.

Quindi, Tartini volle imitare, desto, la musica di un sogno...

Ahimé, greve compito per me, misurarmi e svolgere questo imperfetto e miserabile accidente.

Versi, sogni, sentimenti e visioni... Misteriosamente forte è la vita!

Rinuncio e mi fermo qui, ma la freccia nel costato rimane.

Sì, l’incertezza rimane, inevitabilmente.

Inevitabilmente nel terminare questo curioso percorso petrarchesco, l’inevitabile circostanza – o il caso – ha voluto regalarmi la conoscenza di un arguto quanto ammirevole aneddoto sulla morte del poeta, scritto da Leonardo Sciascia, al quale cedo la parola:

Petrarca morì nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374.

Era nato all’alba del 20 luglio del 1304: e moriva dunque avendo quasi perfettamente concluso quello che per Dante era il cammin di nostra vita.

Stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo dalla Seta vide “come una nuvoletta in su salire” l’anima del maestro.

La sera del 1° marzo del 1938, Gabriele D’Annunzio moriva allo stesso modo.

Nessuno vide la sua anima in su salire.

Ma stava leggendo Petrarca.

Se non sapessimo che cosa Petrarca stava leggendo quando la morte lo colse, diremmo che – nel labirinto del tempo o nella siderale circolarità fuori del tempo – stava leggendo D’Annunzio.

Mi si perdonerà l’irrefrenabile, felino e famelico gioco delle citazioni, ma nel mio intimo disagio ho l’incombente bisogno di ritrovare la scia luminosa di Sciascia e di Borges, degni affabulatori di gusto a me tanto cari. Allontanarmi dalla loro voce significherebbe allontanarmi indefettibilmente dalla ragione.

Sicuramente leggerò Petrarca al più presto, sperando che ogni parola, ogni lontano canto, mi appassioni sino a cancellare qualsiasi irragionevole dubbio.

Il muro di cinta del mio giardino si eleva oggi a cinque piedi dal suolo, ipso facto.

 

Giovanni Impoco

 

(La xilografia di Jayme Cortéz è tratta dalla copertina di Franz Kafka, A colônia penal, Livraria Exposição do Livro, São Paulo [Brasile] 1965).

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