Il rapporto tra Sciascia e Candida

Nel 25° della morte ricordiamo Renato Candida: l’ufficiale dei Carabinieri a cui Leonardo Sciascia si ispirò per il suo capitano Bellodi del romanzo “Il giorno della civetta”.

di Salvatore Vullo

“…Non solo per ‘Il giorno della civetta’, ma per ogni mio racconto in cui c’è il personaggio di un investigatore, la figura e gli intendimenti di Renato Candida, la sua esperienza, il suo agire, più o meno vagamente mi si sono presentate alla memoria, all’immaginazione…”.

Con queste parole rivelatrici, a conclusione di un lungo articolo, pubblicato sul quotidiano “La Stampa”, l’11 Novembre 1988, Leonardo Sciascia ricordava il generale dei carabinieri in pensione Renato Candida, morto il mese prima a Torino.

Dunque, era stato il generale Candida ad aver ispirato Sciascia nella configurazione del suo capitano Bellodi, protagonista del suo romanzo più famoso “Il giorno della civetta”, pubblicato nel 1961. Quel capitano Bellodi che la nostra memoria individuale e collettiva collega immediatamente al volto di Franco Nero, formidabile interprete di Bellodi nel film di Damiano Damiani “Il giorno della civetta”, uscito nel 1968, e per tanti altri della mia generazione, al volto di Mario Valdemarin, capitano Bellodi nell’allestimento teatrale dello stabile di Catania, nella prima edizione del 1963 e in successive riprese.

Sciascia aveva conosciuto Renato Candida nel 1956, quando l’allora maggiore Candida comandava il gruppo carabinieri di Agrigento, dove era stato trasferito l’anno prima da Torino.

Il maggiore Candida aveva sentito parlare del giovane scrittore di Racalmuto che già in quel 1956 aveva pubblicato “Le parrocchie di Regalpetra”, e volle incontrarlo.

Espresse questo suo desiderio tramite un brigadiere dei carabinieri che lo comunicò a Sciascia. In quel momento Sciascia era in partenza per la Spagna, e l’incontro venne rinviato. Ma quella richiesta mise subito e istintivamente in apprensione Sciascia; apprensioni e timori che lo accompagnarono per tutto il viaggio e fino al momento dell’incontro: egli aveva subito pensato che qualcuno si fosse sentito offeso in qualche passaggio del suo libro, e lo avesse denunciato ai carabinieri. Nell’incontro che avvenne qualche settimana dopo, Sciascia fugò i suoi timori e scoprì piacevolmente che il maggiore Candida era un uomo simpatico, aperto, spiritoso e ancor più antifascista; e stava proprio in quel suo antifascismo la radice di avversione anche alla mafia. Ma la sorpresa ancora più grande fu la scoperta di un alto ufficiale dei carabinieri che non solo non aveva dubbi sull’esistenza della mafia (allora ufficialmente negata), che la combatteva, ma che ci aveva scritto un libro che intendeva pubblicare; ed era anche per questo che aveva voluto incontrare Sciascia.

 

Sciascia se ne interessò; lesse il manoscritto, annotò che quel materiale apportasse un notevole e immediato contributo alla conoscenza di un fenomeno, che si voleva e si diceva oscuro, se non addirittura inesistente, e lo propose all’amico editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta, con il quale collaborava.

Salvatore Sciascia, creatore e animatore di quella fucina culturale che erano la casa editrice omonima e la mitica libreria nella centralissima Corso Umberto a Caltanissetta, senza alcun indugio e sempre con grande coraggio, lo fece subito pubblicare. In quell’autunno del 1956, pochi mesi dopo l’incontro tra Leonardo Sciascia e Candida, il libro uscì con il titolo “Questa Mafia”, nella collezione “viaggi e studi” della casa editrice Salvatore Sciascia.

Sciascia e Candida, dal loro primo incontro diventarono subito amici; si incontravano spesso ad Agrigento e a Racalmuto; i contatti si allargarono alle rispettive famiglie.

Il libro ebbe molto successo, tanto che uscì in una seconda edizione nel 1960, in una terza edizione nel 1964, ed ancora in una quarta edizione con una presentazione-prefazione di Leonardo Sciascia. Nel 1962 il libro venne anche tradotto in portoghese, per conto dell’editore Ulisseia di Lisbona.

Un successo meritato perché “Questa mafia” ruppe il silenzio sul fenomeno mafioso, di cui si parlava poco, in un’epoca in cui era tabù persino la stessa parola “mafia” che, appunto, venne platealmente sdoganata già nel titolo del libro.

Dunque, un libro coraggioso a cominciare dal titolo e ancor più per il contenuto che costituiva un vero e proprio dossier sulla mafia nei paesi dell’agrigentino, correlato a indagini e considerazioni di carattere economico e sociale sul fenomeno mafioso.

Di “Questa mafia”, Leonardo Sciascia ne fece una recensione sulla rivista “Tempo presente”, dal titolo “La mafia”: un vero e proprio piccolo saggio sulla mafia che, con lo stesso titolo, assieme ad altri saggi di Leonardo Sciascia, entrò a far parte del volume “Pirandello e la Sicilia”, pubblicato dall’editore Salvatore Sciascia nel 1961.

In questa recensione Sciascia scrive: “…il punto di vista di Candida non è quello del repressore. Quest’uomo non siciliano è venuto in Sicilia senza pregiudizi … si è trovato di fronte ad un vasto fenomeno delinquenziale e ha voluto spiegarselo da uomo, con aperta sensibilità e conseguenziale coraggio. Ha voluto dedicare il libro ai carabinieri caduti nella lotta alla delinquenza mafiosa, ma senza intenzioni manichee … la mafia è per lui un problema molto complesso…”.

Da questi elementi possiamo rilevare la bravura, la volontà, le capacità dell’allora maggiore Candida, ma anche il suo stato d’animo: un ufficiale dei carabinieri, in servizio nella sua Torino che, nel settembre del 1955, riceve l’ordine perentorio di trasferimento ad Agrigento, luoghi lontanissimi e misconosciuti, ambienti e situazioni da “Cristo si è fermato ad Eboli”, ancor più per la sua famiglia, moglie e figli piccoli che lo devono seguire nel nuovo mondo. Ebbene, questo ufficiale, catapultato ad Agrigento, in una realtà sconosciuta, ebbe subito l’inevitabile impatto con la mafia della Sicilia centro occidentale, e da uomo integerrimo qual’era, iniziò a studiarla e a combatterla, tanto che in poco più di un anno, riesce ad avviare minuziose indagini sul fenomeno mafioso dei principali paesi dell’agrigentino. Ma, con la pubblicazione del libro, iniziò la diffidenza e l’ostilità nei confronti di Renato Candida.

Insomma, per quella conoscenza del fenomeno mafioso, dimostrata anche con la pubblicazione del libro, che gli doveva assicurare una lunga permanenza ad Agrigento, diventò invece la causa della sua rimozione:

“La pubblicazione del libro”, scriveva Leonardo Sciascia, “segnò l’arresto di quel tanto che si era mosso. Pare volessero subito trasferirlo. Quel maggiore dei carabinieri aveva proditoriamente affermato quel che il governo negava; ma pazientarono a tenerlo ad Agrigento ancora per circa un anno, a che non si pensasse fosse stato subito punito. E lo mandarono poi alla scuola allievi carabinieri di Torino”.

Ma i rapporti tra Sciascia e Candida non si interruppero. Si scrivevano e si incontravano tutte le volte che Sciascia era a Torino. E a Torino si incontrarono l’ultima volta, in occasione del primo Salone del Libro, il 20 Maggio 1988, durante un incontro con i lettori al caffè Platti, organizzato nell’ambito della bellissima manifestazione collaterale del Salone “Gli scrittori incontrano la città”. Di quell’incontro Sciascia parla nel suo articolo pubblicato su “La Stampa”, citato all’inizio di questo scritto: “…Era magrissimo, respirava con affanno, stentava a reggersi in piedi, ma seguì attento tutto l’incontro; si intrattenne poi a parlare con due o tre persone che mi avevano fatto domande sul mio atteggiamento su mafia e antimafia. E poi due mesi fa, un ultimo saluto per telefono, mi disse che per lui era finita…”

Sempre in questo articolo Sciascia dice ancora di Candida e a suo onore: “…che, pur attaccatissimo all’Arma e alla sua storia, pur ritenendola forse la più integra e incorruttibile istituzione di questo nostro paese, molto soffriva di quelle pratiche, non del tutto dimesse, per ottenere che un indiziato diventasse reo confesso…Usava quando era in servizio arrivare di sorpresa nelle stazioni dei carabinieri che da lui dipendevano…Mi raccontava di episodi di incredibile stupidità e violenza…”

E, dunque, al di la della ammissione di Sciascia, da questo insieme di cose, leggendo o rileggendo “Il giorno della civetta” possiamo verificare che proprio da Renato Candida prende corpo letterario il capitano Bellodi, anzi vi troviamo persino un esplicito riferimento in quella conversazione “siparietto” con due “personaggi eccellenti”, che segue l’appena avvenuto arresto e incriminazione di don Mariano Arena. Una ingiustizia secondo il “politico ”, che parla e se ne lamenta con l’alto ufficiale, in un accorato e indignato discorso a difesa dell’onore di Don Mariano e a stigmatizzazione del comportamento del capitano Bellodi.

-…E c’è una cosa che non sapete: questi uomini, che la voce pubblica vi indicacome capi mafia, hanno una qualità che mi augurerei di trovare in ogni uomo … il senso della giustizia…e questo senso della giustizia li rende oggetto di rispetto…

-          -…L’amministrazione della giustizia è compito dello Stato: e non si può ammettere che …

-          Parlo di senso della giustizia, non di amministrazione…Se noi due stiamo a litigare per un pezzo di terra, per un’eredità …e viene un terzo a metterci d’accordo…a risolvere la vertenza…ma sapete cosa sarebbe accaduto di noi due, se avessimo continuato a litigare davanti alla “vostra” giustizia? Anni sarebbero passati… e forse… ci saremmo abbandonati alla violenza …

-          Messe le cose su questo piano …

-          E su quale piano volete metterle? Sul piano di quel vostro collega che ha scritto un libro sulla mafia che, lasciatemelo dire, è una tale fantasia che mai me lo sarei aspettato da un uomo responsabile …

-          Per me la lettura di quel libro è stata molto istruttiva…

-          Se intendete dire di avere appreso cose nuove, va bene: ma che le cose di cui il libro parla esistano davvero, è un altro discorso…E’ mai stato trovato un documento, una testimonianza, una prova che costituisca sicura relazione tra un fatto criminale e la cosiddetta mafia? Mancando questa relazione…e ammettendo che la mafia esista, io posso dirvi: è una associazione di segreto mutuo soccorso, nè più né meno che la massoneria…

Devi effettuare il login per inviare commenti