Pistole e premeditazione

“I delitti veramente premeditati – scrive Leonardo Sciascia in 1912 + 1 – sono quelli che non si commettono.”

La frase, apparentemente paradossale, conclude due pagine in cui Sciascia si sofferma sulla premeditazione: “… l’aggravante di premeditazione cade sull’imputato che ha avuto il tempo di riflettere sulla decisione di ammazzare il proprio simile. Il tempo, cioè, a che la passione si raffreddi al punto da consigliare la desistenza dal proposito omicida. E non raffreddandosi la passione (processo di raffreddamento cui peraltro non si può assegnare un tempo eguale per tutti), ne viene che fredda, premeditata, è stata la decisione di uccidere…”.

 

Lasciando da parte l’ironia sui tempi individuali del “processo di raffreddamento”, colpisce la considerazione che subito segue, e che va in senso contrario all’opinione comunemente diffusa: “… non tenendo così conto che il tempo della riflessione, per lungo che sia, e anzi per quanto è più lungo, può accordarsi invece al crescere della passione, all’esaltazione, al delirio”. Ed è qui appena il caso di notare che, nel pensiero di Sciascia, tutto sembra ruotare intorno alla parola passione, da intendere nel senso etimologico del patire una sofferenza: sofferenza che può appunto condurre “all’esaltazione, al delirio”. Tutto il contrario, insomma, della freddezza che di solito si è portati ad associare all’omicidio premeditato. In altre parole, ci sono omicidi che hanno tutta l’apparenza della premeditazione, ma che premeditati – o meglio, ben meditati – non sono affatto.

Il libro di Sciascia, che rievoca un celebre omicidio avvenuto nel 1913 e il processo che ne seguì, è stato al centro del IV Leonardo Sciascia Colloquium – dal titolo “1912+1, 2012+1: passeggiare nel tempo con Leonardo Sciascia” – che si è svolto a Milano il 22 e 23 novembre 2013.

La protagonista del racconto sciasciano, la contessa Maria Tiepolo coniugata con il capitano Carlo Ferruccio Oggioni, l’8 novembre 1913 uccide l’attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti. L’omicidio avviene a Sanremo, dove è di stanza il reggimento bersaglieri in cui presta servizio il capitano Oggioni. Stando alle dichiarazioni della signora, il Polimanti ha tentato di usarle violenza e lei, per legittima difesa e per difendere il suo onore e quello della sua famiglia, gli ha sparato: un solo colpo, mortale, in pieno viso. Nel corso delle indagini, saltano fuori scambi di corrispondenza tra la signora e il giovane bersagliere, da cui si intuisce che tra i due intercorrevano rapporti un po’ più affettuosi di quelli che si penserebbero appropriati tra un attendente e la consorte del suo superiore. A questi documenti si aggiungono un medaglione con il ritratto e una ciocca di capelli della signora, e più di un migliaio di lettere anonime, diverse delle quali insinuano o proclamano l’esistenza di una relazione adulterina tra la vittima e l’assassina. Durante la detenzione, quest’ultima abortisce; e, secondo qualche anonimo, il nascituro non sarebbe stato figlio del marito. Non trascorrono nemmeno sei mesi, e il 29 aprile 1914 la signora Tiepolo Oggioni compare davanti alla Corte d’Assise di Oneglia. Il processo dura circa un mese e si conclude, dopo l’escussione di più di un centinaio di testimoni, con l’assoluzione dell’imputata. Nonostante gli applausi del pubblico che affolla l’aula, per la signora non si tratta proprio di un trionfo: la giuria la assolve infatti con cinque voti favorevoli, quattro contrari e un astenuto. Commenta Sciascia: “La contessa viene immediatamente scarcerata. E appare improvvisamente, ad abbracciarla, il marito: si era tenuto nelle vicinanze ad attendere la sentenza, per decidere se ricomparire o restare ‘lontano’ ”.

Poco dopo, ma per così dire incidentalmente, ci penserà uno studente serbo, Gavrilo Princip, a far sfumare l’attenzione che, non soltanto in Italia ma anche all’estero, ha circondato il delitto della contessa Tiepolo. A Sarajevo, il 28 giugno, Princip spara infatti all’erede al trono dell’impero d’Austria-Ungheria, l’arciduca Francesco Ferdinando, e alla moglie di questi, uccidendoli entrambi e dando il via alla sequenza di eventi che nel giro di un altro mese porterà allo scoppio della prima guerra mondiale.

Anche all’altro capo del mondo, nel decennio successivo, in una piantagione di alberi della gomma non distante da Singapore, accade qualcosa di simile a quanto era accaduto a Sanremo nel 1913. Ma stavolta si tratta esclusivamente di letteratura. La signora Leslie Crosbie è infatti la protagonista del racconto di William Somerset Maugham intitolato The letter, pubblicato nel 1926. Dal racconto, William Wyler trarrà nel 1940 l’omonimo film, interpretato da Bette Davis e distribuito in Italia con il titolo Ombre malesi. La signora Crosbie uccide Geoffrey Hammond, un amico di famiglia anch’egli proprietario di una piantagione, che si trova una sera a casa sua durante un’assenza del marito. Secondo il racconto della signora, Hammond tenta di usarle violenza e lei, per difendersi, lo uccide. Robert Crosbie incarica della difesa della moglie l’avvocato Joyce, il quale è piuttosto perplesso perché la sua assistita ha sparato alla vittima ben sei colpi di pistola. I dubbi dell’avvocato aumentano quando, da un impiegato del suo studio, apprende che esiste una lettera, poco più di un biglietto, con cui Leslie Crosbie invitava Hammond ad andare a trovarla proprio la sera dell’omicidio, quando il marito sarebbe stato assente. Chieste spiegazioni alla donna, si sente rispondere che intendeva parlare a Hammond di un dono che voleva fare al marito. Il tono del messaggio, tuttavia, non è affatto quello di una comunicazione per fissare un incontro d’affari. In ogni caso, l’originale della lettera, in possesso della donna cinese con cui Hammond conviveva, viene acquistato da Robert Crosbie. Scomparso così il documento che metterebbe in discussione la sua versione dell’accaduto, Leslie Crosbie viene assolta. Ma l’avvocato Joyce, convinto di essere stato ingannato dalla sua cliente, non demorde, e in un colloquio a quattr’occhi – dopo la conclusione del processo, quando la sentenza è ormai definitiva – riesce a farle confessare che ha ucciso Hammond, di cui era amante, perché questi intendeva lasciarla per la donna cinese con cui viveva da anni, e che era l’unica donna che davvero contasse per lui.

Seguendo il suggerimento del Colloquium di Milano – “passeggiare nel tempo con Leonardo Sciascia” – facciamo un salto all’indietro di circa mezzo secolo, e dalla Malesia di Maugham trasferiamoci nella Parigi del 1870, ultimo anno del Secondo Impero.

Il principe Pietro Bonaparte, figlio di Luciano principe di Canino, è il protagonista de Il principe Pietro, una delle Cronachette di Leonardo Sciascia, dalla quale tra l’altro si apprende che il giovane può essere stato il modello cui Stendhal si ispirò per il Fabrizio del Dongo della Certosa di Parma. Pietro Bonaparte, dopo aver condotto in Italia nella prima giovinezza una “vita scapestrata e violenta”, quando il cugino Luigi Napoleone diventa presidente della Repubblica e poi imperatore dei Francesi, si trasferisce in Francia. E qui, dall’ardente repubblicano che era, si trasforma in ardente monarchico e gode dei privilegi che gli derivano dall’illustre parentela. Ma, come Napoleone il Grande aveva tenuto lontano il fratello Luciano per via della sua intelligenza e del suo spirito di indipendenza, così Napoleone il Piccolo tiene lontano il cugino Pietro, a causa delle sue “scriteriate iniziative, [del]le violente impennate”. Come l’ultima di cui si rende protagonista, il 10 gennaio 1870, al termine di una disputa sorta a seguito di una polemica giornalistica sulla famiglia Bonaparte. L’esito è una sfida a duello da parte del principe a un giornalista, Rochefort, che la rifiuta; la accetta invece un altro giornalista, Pascal Grousset. E mentre questi e un amico attendono in strada, altri due loro amici, Noir e Fonvielle, salgono in casa del principe per portare la controsfida. Quanto accade subito dopo non è del tutto chiaro. Di certo c’è che il principe riceve i due giornalisti in veste da camera, e che da questa estrae la pistola con cui colpisce a morte Noir, che muore poco dopo essere uscito barcollando dal palazzo. Il principe dichiara per iscritto di essere stato schiaffeggiato e minacciato con una pistola a sei colpi, e aggiunge: “Io feci fuoco e credo di averne ucciso uno”. Sia come sia, un membro della famiglia imperiale non può essere processato come un comune cittadino: a lui spetta l’onore dell’Alta Corte di Giustizia. “Che il principe se ne stesse, come poi dichiarò, con una pistola a cinque colpi nella tasca della giacca da camera – scrive Sciascia –, sembrò (ma non ai suoi giudici) e sembra inverosimile…”. Tuttavia, sebbene la natura notoriamente violenta di Pietro Bonaparte dovesse far pensare quantomeno a una sua ennesima “impennata”, l’Alta Corte lo assolse: per legittima difesa.

E ora, proseguendo la nostra passeggiata nel tempo, facciamo un altro salto: in avanti, di ben ottant’anni. E dalla Parigi dell’ultimo anno dell’impero di Napoleone III partiamo per attraversare l’Atlantico e il continente americano e sbarcare nella Hollywood del cinema.

Quasi al termine di Viale del tramonto (Sunset Boulevard), film di Billy Wilder del 1950, Norma Desmond (interpretata da Gloria Swanson) uccide Joe Gillis (William Holden) con tre colpi di pistola. Il film è uno dei più famosi della storia del cinema: meritatamente, e per vari motivi. Uno è senza dubbio l’espediente narrativo per cui tutta la vicenda viene narrata in flashback da Joe Gillis, giovane sceneggiatore ormai cadavere, che galleggia a testa in giù nella piscina della villa della Desmond, un tempo famosa attrice del cinema muto. Alcuni mesi prima il giovane, in difficoltà economiche e inseguito dai creditori che intendono sequestrargli l’automobile, si è rifugiato casualmente nella villa della donna. Quando la Desmond apprende che lui è uno sceneggiatore, gli propone di lavorare a un copione da lei abbozzato. Tra la Desmond e Gillis, con lei che si innamora di lui e lui che accetta l’ospitalità e i regali di lei ma non ne ricambia i sentimenti, si sviluppa un rapporto molto equivoco. E quando lei scopre che il giovane ha un legame sentimentale con una ragazza, le telefona e le svela la natura dei suoi rapporti con Gillis. Questi decide quindi di lasciare per sempre la villa, e Norma Desmond, dopo aver minacciato di uccidersi, mentre lui si allontana gli spara tre colpi di pistola nella schiena. Ma forse non sarà nemmeno processata: nell’ultima scena appare infatti stravolta dalla follia.

Tornando a Sciascia: nella voce “Gruttisi” di Occhio di capra si leggono queste righe: “Non c’è paese siciliano dove non si dica (molto meno oggi) che nei paesi vicini tutte o quasi tutte le donne abbiano l’abitudine di tradire i loro mariti e che tutti o quasi i mariti subiscano i tradimenti delle mogli senza far tragedia, tranquillamente. ‘Cornuti pacifici’, cioè cornuti che ragionano sulla propria disgrazia o addirittura ne approfittano. Ma il ‘cornuto pacifico’ effettualmente è il prodotto di una società mafiosa. La morale sessuale del mafioso è ragionata fino al sofisma, rifugge dal cosiddetto delitto d’onore…”. Contrariamente a quanto fa – ma in questo caso con lucida premeditazione, avendo in mente un ben chiaro obiettivo – il barone Ferdinando Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni), in Divorzio all’italiana, film di Pietro Germi del 1961. Il barone, innamorato della giovanissima cugina Angela (Stefania Sandrelli), non potendo liberarsi della moglie Rosalia (Daniela Rocca) per vie legali – il divorzio in Italia è di là da venire – ne pianifica l’omicidio ‘per onore’: reato che un articolo del codice penale in vigore punisce con pene molto lievi. Per creare il movente, o meglio la giustificazione dell’assassinio, il barone non ostacola gli incontri che Rosalia, a seguito di un litigio coniugale, ha con un vecchio spasimante (Leopoldo Trieste), dal quale cerca conforto. Ed è così che, dopo l’uccisione della moglie e una brevissima detenzione, Fefè Cefalù può sposare la cugina. Che poi quest’ultima, nella scena finale del film, faccia il primo passo – o meglio ‘piedino’: con il marinaio della barca – sulla via della cornificazione del marito, è ovviamente un’altra storia.

In conclusione, ci siamo trovati di fronte a tre donne – Maria Tiepolo Oggioni, Leslie Crosbie e Norma Desmond – e a due uomini – Pietro Bonaparte e Ferdinando Fefè Cefalù. Due di loro – Maria Tiepolo Oggioni e Pietro Bonaparte – sono persone realmente esistite, mentre gli altri tre – Leslie Crosbie, Norma Desmond e Ferdinando Fefè Cefalù – sono personaggi cinematografici, uno dei quali nato tuttavia come personaggio letterario. Le loro condizioni sociali, il loro livello culturale, le epoche e i luoghi in cui vivono sono i più diversi: l’Italia giolittiana, la Singapore degli anni ’20, la Parigi del Secondo Impero, la Hollywood e la Sicilia della metà del XX secolo. Quel che li accomuna è l’essere tutti e cinque degli assassini. E di aver ucciso usando la pistola.

Le tre donne hanno commesso omicidi che potrebbero essere definiti ‘passionali’: in tutti i sensi. Su quello commesso dal principe Pietro Bonaparte può aver influito la sua natura violenta, ma non si può non concordare con Sciascia, quando scrive che starsene in casa, con una pistola nella tasca della giacca da camera, “sembra inverosimile”. Quanto alla premeditazione – più o meno fredda – con cui ciascuno dei quattro ha commesso il suo delitto, ogni lettore e spettatore può farsene personale opinione e giudizio.

Il barone Cefalù – grottescamente, per il modo in cui riesce a eseguire il suo piano – fa caso a sé: anche se si propone il soddisfacimento di una passione amorosa, il suo è infatti un delitto davvero premeditato, e l’unico commesso su una donna. Ed è anche, dei cinque delitti, l’unico per il quale il colpevole sia punito, e anzi doppiamente punito. Alla condanna, sia pure molto lieve, comminatagli dai giudici, si aggiunge infatti il boccaccesco contrappasso rappresentato dalle corna che la giovane seconda moglie non mancherà di regalargli. Sarà un caso, ma ‘Fefè’ Cefalù è l’unico a pagare per il suo delitto: infatti Maria Tiepolo Oggioni, Leslie Crosbie e Pietro Bonaparte vengono assolti, mentre Norma Desmond non verrà forse nemmeno rinviata a giudizio.

Euclide Lo Giudice

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