Un protagonista senza nome

Il capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta, non ha nome di battesimo.
   Mai, nelle pagine del libro, l’ufficiale al centro della vicenda viene chiamato per nome e cognome: ma sempre “il capitano Bellodi”, o “il capitano”, o “Bellodi”. Nell’ultima scena del racconto, ambientata a Parma, nemmeno il suo amico Brescianelli, vecchio compagno di liceo e ora medico, lo chiama per nome. In effetti, lo nomina soltanto una volta, ma per presentarlo all’amica Livia Giannelli: “Il capitano Bellodi, che ti presento…”.

   Nelle sue esaustive “Note ai testi” del primo volume delle Opere di Sciascia (Narrativa - Teatro - Poesia, Milano, Adelphi 2012) Paolo Squillacioti non menziona mai un eventuale nome di battesimo di Bellodi. Si può quindi ipotizzare che Sciascia abbia deliberatamente evitato di dare un nome all’ufficiale. Un capitano Mario (Carlo, Federico, Luigi…) Bellodi sarebbe stato per così dire più alla mano, una persona con la quale poter perfino scherzare. E questo, in un certo senso, lo avrebbe reso banale: un “capitano Mario Bellodi” sarebbe stato un ufficiale dei Carabinieri come tanti altri, alquanto diverso dal “capitano Bellodi” che invece finisce per diventare la personificazione del Capitano dei Carabinieri, una sorta di eroe, al quale anche il suo antagonista rende onore: “… se dico che il capitano è un uomo, è un uomo: e basta”. E tutti i lettori sanno cosa questo significhi, nella visione del mondo di don Mariano Arena. Il quale, invece, ha nome, cognome e appellativo: appunto “don Mariano Arena”. Ed è qui il caso di notare che, per il capomafia, Sciascia non avrebbe potuto limitarsi al solo cognome, perché si può dire “don Mariano” ma non “don Arena”: come si deve dire e scrivere “sir Winston” e non “sir Churchill”, come troppo spesso capita di sentire o leggere.
  
Per finire: l’ufficiale dei Carabinieri al quale Leonardo Sciascia si ispirò per delineare il capitano Bellodi fu il maggiore, poi generale Renato Candida. Si conobbero nel 1956 e diventarono amici. Sciascia aveva appena pubblicato Le parrocchie di Regalpetra e portò all’editore Salvatore Sciascia di Caltanissetta il libro – Questa mafia - che Candida, allora comandante del gruppo Carabinieri di Agrigento, aveva scritto sul fenomeno mafioso, che fu subito pubblicato. Del libro di Candida, Sciascia scrive che “precorre[va] di ben trentadue anni, rompendo il silenzio che le istituzioni e gli uomini che le rappresentavano rigorosamente mantenevano, quella volontà di abbatterla che oggi sembra anche diffondersi, oltre che nella coscienza degli italiani, nelle istituzioni”. La pubblicazione del libro non fu tuttavia gradita in certi ambienti, e fece guadagnare a Candida il trasferimento da Agrigento a Torino: ma un anno dopo, “a che non si pensasse fosse stato subito punito”. E non è forse un caso che Sciascia abbia chiuso la sua raccolta di articoli intitolata A futura memoria (se la memoria ha un futuro), pubblicata da Bompiani nel dicembre 1989, con il suo ricordo di Candida, commosso ma a ciglio asciutto, comparso su La Stampa dell’11 novembre 1988, un mese dopo la scomparsa dell’ufficiale.

Euclide Lo Giudice

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