Don Ciccio Ingravallo sull'"Affaire Moro"

Molti dei libri di Leonardo Sciascia ricostruiscono vicende di un passato più o meno lontano, ne indagano i retroscena misteriosi e irrisolti con l’obiettivo di portare alla luce la verità dei fatti. Ma che cos’è un fatto per Sciascia?
Il quarto capitolo dell’Affaire Moro si apre con una digressione in cui l’autore traccia una sorta di fenomenologia dell’avvenimento, un modello che pone alla base del suo metodo d’indagine:

Nel farsi di ogni avvenimento che poi grandemente si configura c’è un concorso di minuti avvenimenti, tanto minuti da essere a volte impercettibili, che in un moto di attrazione e di aggregazione corrono verso un centro oscuro, verso un vuoto campo magnetico in cui prendono forma: e sono, insieme, il grande avvenimento appunto. In questa forma, nella forma che insieme assumono, nessun minuto avvenimento è accidentale, incidentale, fortuito: le parti, sia pure molecolari, trovano necessità – e quindi spiegazione – nel tutto; e il tutto nelle parti [corsivi miei].

Il supplizio di Fra Diego La Matina in Morte dell’inquisitore; la scomparsa di Ettore Majorana nel volume omonimo; la sorte di Aldo Moro nell’Affaire sono solo alcuni esempi di fatti che per Leonardo Sciascia assumono un valore esemplare, ne accendono la fantasia e divengono oggetto delle sue trasfigurazioni letterarie, dei suoi racconti. In questi ultimi la narrazione si realizza sotto forma di indagine volta a illuminare il configurarsi e lo svolgersi degli accadimenti, svelandone in tal modo l’essenza.
Soffermiamoci, ad esempio, sull’Affaire Moro. Possiamo dire che il sequestro e l’omicidio del leader democristiano sono il fatto – il grande avvenimento – che Sciascia si propone di spiegare, illustrandone l’architettura a partire dal vaglio dei minuti avvenimenti che concorsero a generarlo. Dobbiamo a questo punto domandarci a quali strumenti ricorra per restituire alla luce della verità i fatti.
Nello svolgersi dell’indagine ha un rilievo strategico quella che potremmo definire  l’“intelligenza della polizia letteraria”. Sciascia utilizza infatti tutte le tecniche di investigazione che ha assimilato nella frequentazione dei romanzi gialli; mette cioè al servizio di un’inchiesta su un fatto di cronaca gli strumenti che gli autori di letteratura poliziesca adoperano nei loro libri. Il patrimonio di conoscenze sotteso all’argomentare sciasciano rimanda sempre al complesso della sua esperienza di lettore appassionato di gialli, ma nell’Affaire i procedimenti mutuati da questo genere letterario hanno un particolare rilievo.
Nella sua Breve storia del romanzo poliziesco Sciascia ha espresso la sua preferenza, fra le opere appartenenti a questo genere, chiudendo la trattazione con un elogio del «più assoluto giallo che sia mai stato scritto»: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda; si tratta del più illustre e particolare fra i gialli comparsi in Italia, ed è accomunato ai libri di Sciascia dalla caratteristica di non avere soluzione. Il siciliano era dunque un appassionato lettore di Gadda, ne conosceva a fondo il pensiero e aveva meditato sulle sue tecniche narrative.
Tenendo conto di questi presupposti ed effettuando un confronto fra i testi dei due autori è forse possibile riconoscere una matrice gaddiana per la fenomenologia dell’avvenimento riportata più sopra, precisamente nella cosiddetta “teoria dei vortici” del dottor Francesco Ingravallo (da tutti chiamato don Ciccio), protagonista del Pasticciaccio. Estrapolando e congiungendo alcuni frammenti tratti dal testo dell’Ingegnere, potrà forse risultare più chiaro il legame che qui si vuole suggerire fra la definizione sciasciana di fatto e la teoria che Gadda attribuisce al suo personaggio:

Sosteneva [Ingravallo], fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. […] La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a mulinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo».

Gadda spiega il legame che unisce gli elementi che concorrono a generare un fatto con la parola causalità, Sciascia preferisce il concetto più stringente di necessità, ma sembra sussistere una forte somiglianza fra ciò che ambedue intendono definire. E questo risulta ancora più evidente se si considera che sia Gadda, sia Sciascia descrivono in tal modo l’articolarsi di avvenimenti la cui peculiarità consiste nel trattarsi di fatti criminali: un delitto a probabile sfondo sessuale nel caso del Pasticciaccio, l’assassinio di Moro nell’Affaire.
Ma torniamo a Don Ciccio, che in un passaggio iniziale del Pasticciaccio ci spiega a modo suo, in una lingua che contamina napoletano, molisano e italiano, quanto le indagini che gli vengono solitamente affidate siano delicate e complesse: «Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me… può stà ssicure ch’è nu guaio: quacche gliuommero… de sberretà…». Insomma, nell’intento di chiarire la dinamica del fatto criminale e scoprire la verità, si trova sempre a dover sbrogliare intricati garbugli: deve mettere ordine laddove regnano il disordine e il caos.
Dando credito agli influssi da parte dell’opera e del pensiero gaddiani su Sciascia, possiamo dire che per il siciliano, ai tempi del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, la «catastrofe» o il «grande avvenimento», in cui s’era «strizzata la debilitata “ragione del mondo”», fu la morte di Moro, alla quale concorsero una serie di «fatti minuti o impercettibili» o, per dirla con Gadda, una «rosa di causali» che lo scrittore ha tentato di ricostruire utilizzando gli strumenti della sua arte di romanziere.
Leonardo Sciascia volle insomma far luce sui fatti italiani del marzo-maggio 1978: un autentico «gliuommero… de sberretà…», avrebbe commentato don Ciccio.

Francesco Bonfanti

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