Montanelli e Sciascia: da una biblioteca il dipanarsi di un'amicizia mai venuta meno

Le biblioteche private, è noto, “parlano”, dicono tanto di una persona. I libri allineati negli scaffali, se li si sa interrogare raccontano molto dei loro proprietari, i loro interessi, il tipo di “percorso” di una vita: prima certi autori, visceralmente amati, e poi sostituiti da altri; i segni sul dorso, le sottolineature e le notazioni; la stessa collocazione ci dicono quali sono i preferiti, quelli a cui si chiede “consiglio”; quelli che sono “invecchiati”, riposti dopo una breve o lunga frequentazione, in scaffali più periferici: li si guarda ogni tanto con un misto di tenerezza, pensando magari alle ore sudate su quelle pagine ingiallite che poco o nulla hanno poi lasciato… Ci sono i libri preziosi, anche nella veste tipografica, quelli che ci si può permettere quando il denaro non è più un problema; magari a fianco di edizioni “povere”, economiche: preziosi perché acquistati con le poche monete che da ragazzi ballano quasi sole in tasca.

Un’abitazione priva di libri rivela molto del suo “inquilino”, quasi sempre è consigliabile diffidarne. Una abitazione dove i libri abbondano, al contrario fornisce una quantità di indizi che può essere divertente cercare di cogliere. A patto, beninteso, di saper e voler vedere, e non solo guardare. Per questo sono interessanti, importanti i repertori che raccolgono titoli di volumi di uno scrittore, un artista, perfino un politico. Lo stesso ordine di collocazione: la “geometria” scelta, oppure allineati per argomenti, genere; o per autore; o alla rinfusa, come viene… E si viene afferrati da un senso di malinconia, quando si constata che un certo volume è vergine, non lo si è neppure sfogliato, che le sue pagine sono addirittura intonse. Il suo possessore magari potrà sostenere, a sua difesa, che ha un rispetto maniacale dell’oggetto libro, che intenzionalmente è ha cura di non lasciare alcuna traccia. Balle. Lo si vede, c’è sempre un lievissimo segno, quando un libro lo si “vive”.

I libri di un autore, dunque. Recentemente è stato pubblicato un volume, “Tra i libri di Indro”, curato da Federica Depaolis; come informa la nota editoriale, “la libreria personale del grande giornalista (Indro Montanelli, appunto, ndr.), oggi conservata presso la Fondazione Montanelli Bassi di Fucecchio, viene qui indagata alla luce della recente riflessione sulle biblioteche d’autore. Ne viene fuori un viaggio tra i libri di Indro, quelli che sono giunti fino a noi, col loro carico di segni e indizi nascosti, e quelli che pur avendo giocato un ruolo chiave nella formazione montanelliana hanno lasciato tracce fragili o addirittura inesistenti sugli attuali scaffali d’autore”.  

Premessa fondamentale, opportunamente lo rileva Marcello Staglieno nel saggio introduttivo: “Con attenta cura, Federica Depaolis guarda, negli anni, sia allo stratificarsi della libreria montanelliana sia ai suoi periodici ‘smagrimenti’, sino alla consistenza attuale. Prima tiene conto dei successivi spostamenti della famiglia da Fucecchio a Rieti e a Nuoro, quindi insegue Indro nei venturosi spostamenti in mezz’Europa e nel continente americano, in un peregrinare che si conclude con il suo approdo al ‘Corriere della Sera’…”. Si sta comunque parlando di un personaggio, di un grande giornalista, consapevole dei suoi limiti e delle sue pigrizie: “Io potrei avere un grossissimo archivio di cose interessanti che non si potevano scrivere ma che avevano qualche diritto di essere registrate…Invece per pigrizia, per disordine, per incapacità di un lavoro ordinato, ho lasciato perdere. E’ un mio delitto”.

La fondazione Montanelli-Bassi di Fucecchio è qualcosa che merita una visita e una riflessione per quello che è e rappresenta; qui, quello che interessa e preme è indagare sull’intreccio tra due personaggi che molto hanno in comune e al tempo stesso non possono essere più diversi: per interessi, stile di vita, percorsi umani e culturali: Montanelli e Leonardo Sciascia. I due si conoscono, si frequentano, si “seguono”. Spesso le loro scelte divergono, ma si stimano, non è arbitrario dire che sono amici. Giuseppe Traina in quell’utilissimo baedeker per orientarsi nell’opera sciasciana che è “Leonardo Sciascia, scrive del piacere che lo scrittore prova ogni volta che approda a Milano: “la città italiana che ama di più per le memorie manzoniane e stendhaliane che conserva, per gli amici che vi ritrova: Scianna, Montanelli, Sciardelli e Consolo, il critico e manzonista Giancarlo Vigorelli, lo scrittore Daniele Del Giudice, lo stendhalista Gian Franco Grechi, i giornalisti Enzo Biafi, Piero Ostellino, Matteo Collura…”. Quando poi decide di candidarsi al Parlamento nelle liste radicali, da Montanelli viene una sorta di avallo, perché per lui Pannella e i radicali sono “figli non degeneri, soltanto un po’ discoli di un certo filone liberaldemocratico”. Quando chiedono a Sciascia cosa pensi di questo giudizio, lo scrittore risponde che si tratta di “un’analisi abbastanza probante, direi…E il consenso di Montanelli non mi impressiona, non mi imbarazza”.

Una significativa traccia di questo rapporto amicale la troviamo in “Lettere dal centro del mondo”, il carteggio durato una vita tra Mario La Cava e Sciascia, amorevolmente curato da Milly Curcio e Luigi Tassoni. Il 9 marzo del 1971 La Cava scrive: “In un articolo di Montanelli ti vedo accomunato ai grandi. Insomma sei trattato bene…”. “I grandi”: Montanelli lo ribadisce su “Il Giornale” del 21 novembre 1989, ha appena saputo della morte di Sciascia:

Sciascia ci ha detto addio alla Sciascia; senza una parola. L’ultima, o una delle ultime, l’ha rivolta per posta a me: un biglietto vergato con grafia malferma, che diceva tra l’altro: ‘Mi annoio (alla lettera) mortalmente’, ed è l’unica allusione che facesse, nonostante le sofferenze, alla sua imminente fine. Non aveva mai voluto parlare (se non – credo – qualche volta con Bufalino con impegno di segreto), della sua malattia. Era una delle tante cose, se non tutte, di cui Sciascia non parlava. In questa Italia garrula dove tutti parlano di tutto, si potrebbe scrivere un saggio sui silenzi di Sciascia…Io lo considero l’ultimo cui si convenga la qualifica di ‘grande’. Ma non è per questo, o non solo per questo, che l’ho tanto amato. E’ per quello che, dietro i suoi silenzi, credo di aver capito dell’uomo Sciascia. Era siciliano fino al midollo; e come tutti i siciliani veraci, combattuto fra l’amore per la sua terra com’è, e l’odio perché è com’è. Militò nei suoi giovanissimi anni sotto la bandiera comunista perché nel comunismo – credo – gli parve di vedere l’unica promessa di una tabula rasa di tutto, anche della Sicilia: l’unico modo per guarirla, chirurgicamente, delle sue secolari afflizioni. Ma si accorse presto dell’inganno, e si arruolò fra i radicali. Finché dovette convincersi che lui e i partiti, tutti i partiti, c’era assoluta incompatibilità. Da allora fu un uomo solo, senz’altro punto di riferimento che la propria coscienza: l’eretico al bando di tutte le Chiese, l’intellettuale più ‘disorganico’ che io abbia mai incontrato, cioè il più degno della qualifica di intellettuale. Nessuno come lui conosceva la mafia, cui aveva attinto le trame dei suoi più bei romanzi fino talvolta a precorrerle, come avvenne nel caso Scaglione. Una volta chiesi a un suo compaesano, che sicuramente se ne intendeva, come mai la mafia consentiva a Sciascia di continuare a denunziare pubblicamente fatti e misfatti. Risposta: ‘Perché la mafia sa distinguere gli uomini di rispetto dai quaquaraquà. E Sciascia, anche se nemico, sempre uomo di rispetto è’. Quando lo dissi a Sciascia, inarcò appena le sopracciglia e non pronunciò parola. Ma ebbi l’impressione che, sebbene quella definizione di ‘uomo di rispetto’ si prestasse a qualche equivoco, ne restasse lusingato. Un’altra volta, che cenavamo a Bagutta, fummo afflitti da due conoscenti che impiantarono una discussione sociologica sulla mafia, ognuno sollecitando con lo sguardo l’approvazione di Sciascia, che stavolta non inarcava nemmeno le sopracciglia. Quando se ne furono andati, gli chiesi: ‘Che ne dici?’. Sciascia pensò un poco, sempre con quella sua faccia immobile, da arabo. Poi fece, sommessamente come sempre: ‘E tu che diresti, se io andassi fra gli ebrei a parlare di Talmud?’, ed è la frase più lunga che gli ho sentito pronunciare. Non pretendo di aver penetrato i segreti di Sciascia. Ma due cose credo di aver capito bene, di lui: la sua assoluta, direi irrefrenabile, libertà, e il coraggio della solitudine. Il vuoto ch’egli lascia come scrittore è certamente grande: nessuno saprà mai più darci gli ‘spaccati’ di Sicilia che ci dava lui. Ma ancora più grande è il vuoto che lascia come uomo. Di rispetto o meno, e qualunque cosa voglia dire, in siciliano, questa parola”.                

Ci sono, lì a Fucecchio, tra le migliaia di libri conservati, quelli di Sciascia conservati? Sì, ce ne sono: il repertorio li colloca tra il 1972 al 1982. Nel dettaglio: A futura memoria: se la memoria ha un futuro; Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, due copie; La corda pazza: scrittori e cose della Sicilia; Dalle parti degli infedeli; Nero su nero; due copie, la prima edizione Einaudi, e la successiva di Adelphi; Le parrocchie di Regalpetra; Morte dell’Inquisitore; Porte Aperte; I pugnalatori; La scomparsa di Majorana; Una storia semplice, due copie.

Curiose queste “presenze”; e ancor più curiose le “assenze”. Possibile che Montanelli non abbia avuto tra le mani, e non abbia attentamente compulsato Il giorno della civetta? E A ciascuno il suo? Per non dire di Todo Modo, o de Il contesto… Possibile che si siano persi in traslochi e cambi di abitazione; meno probabile che siano rimasti vittime dei periodici “smagrimenti”. Fatto è che non ci sono, lì a Fucecchio, dove si è avuto cura di riprodurre, tra l’altro la “Stanza” di Montanelli a Roma e a Milano: ricostruite secondo l’allestimento originario; e manca anche un libro importante della produzione sciasciana: l’Affaire Moro.

In quel libro, oltre che in articoli per giornali e in una quantità di interviste, Sciascia sostiene che Aldo Moro rapito (e poi ucciso) dalle Brigate Rosse, quando scrive le lettere nel disperato tentativo di guadagnare tempo e di convincere le istituzioni e la politica a un qualche tipo di “trattativa”, era lui, proprio lui. Non è manipolato, drogato, plagiato, come certi suoi amici sostengono non c’è un “suggeritore”. E’ il Moro di sempre. Quel pamphlet solleva, ancora prima di uscire, feroci, violentissime polemiche; da parte soprattutto del PCI, per quel che riguarda i partiti; e “La Repubblica” di Eugenio Scalfari, tra i giornali. Anche Montanelli si schiera in quello che viene battezzato il “partito della fermezza”, ma sue sono ragioni diverse da quelle dei comunisti, di Scalfari. Lo spiega bene, anni dopo, nella risposta a un lettore, il signor Giuliano Castiglia di Cefalù. Montanelli da tempo ha lasciato il “Giornale”, la breve e sfortunata stagione de “La Voce” è alle spalle; è tornato al “Corriere della Sera”. Il 14 settembre del 1999 scrive:

Caro Castiglia, debbo confessare che sull’affare Moro mi trovai (ma solo nelle nostre private conversazioni) in disaccordo con Sciascia, perché a Moro io non concedevo gli alibi che Leonardo invece gli riconosceva. Il nostro contrasto, per ridurlo all’osso, consisteva in questo. Io, nel mio realismo guicciardiniano, dicevo (e continuo a dire): a me i sentimenti, i rovelli, i cedimenti e le astuzie di Moro non interessano perché un uomo di Stato, che dello Stato scala la vetta fino a diventarne, come Moro era diventato, l’incarnazione e il simbolo, dai sentimenti e dai rovelli non può lasciarsi dominare. In mano ai terroristi, l’uomo Moro ha tutto il diritto di avere paura, come certamente l’avrei io, se mi trovassi nelle sue condizioni. Ma l’uomo di Stato Moro non può chiedere allo Stato di genuflettersi davanti alla violenza, come Moro faceva nelle sue pietose (in tutti i sensi) lettere, e di scendere a patti con essa. Ecco il mio dissenso da Sciascia, che mai incise sulla nostra amicizia, e che durò fino a quando ci accorgemmo che non parlavamo della stessa cosa. Io lo parlavo da giornalista impegnato (se lei mi concede di attribuirmi queste altre due qualifiche), da storico e da moralista. Sciascia parlava da romanziere, che in Moro riconosceva, o credeva di riconoscere, uno dei personaggi della sua narrativa intesa a smontarne e a ricostruirne, da maestro qual era, i ghirigori psicologici, le ambiguità, gli autoinganni. Non voleva né condannarlo né assolverlo. Voleva soltanto spiegarlo. Quando io gli parlavo dello Stato e dei doveri ch’esso impone, capivo che non mi seguiva. A lui interessava l’uomo, non lo statista. Di tutti coloro che sostenevano la tesi della trattativa, Sciascia è l’unico che non mi abbia fatto arrabbiare. Prima di tutto perché tenevo troppo alla sua amicizia (come credo che lui tenesse alla mia) per metterla in forse su una questione di principio. Eppoi perché anche se lui non capiva me quando parlavo dello Stato che lui, da buon siciliano, considerava, se non una fanfaluca, certamente una pura astrazione, io capivo lui quando parlava dell’uomo Moro, anche se in quello che nella sua tortuosità ricostruiva lui, io non riconoscevo affatto quello vero, quali sono invece, scolpiti nel granito, i personaggi della sua narrativa. Amici siciliani, tenetevelo caro, Sciascia. Non solo come scrittore, ma anche come siciliano. Nessuno lo è stato più e meglio di lui. Le accuse che gli sono state lanciate, o meglio insinuate, di eccessiva indulgenza verso la mafia sono del tutto fuori bersaglio. Sciascia non ha mai giudicato la mafia; l’ha spiegata, anche se non posso escludere che ne andasse un po’ fiero in quanto parte (e che parte!) della sua sicilianitudine, come il ficodindia lo è del suo paesaggio”.

A Sciascia si rimprovera tutto: quello che scrive e dice; e anche il silenzio (lo fa il direttore di “Paese Sera” Aniello Coppola). Insomma, non va bene nulla; soprattutto non va bene il rifiuto di Sciascia di “intrupparsi”, il suo non voler essere “sentinella”; gli si incolla la paternità dello slogan “Né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”. Tutto “solo” perché si ostina a ragionare in proprio, con la sua testa. Qualcosa di imperdonabile, allora come ora; come sempre. Tra i pochi che difendono Sciascia, c’è Montanelli, che pure sostiene le ragioni della “linea della fermezza”. E’ al “Giornale” dell’amico Montanelli, che Sciascia, l’11 ottobre del 1978, affida una “lettera al direttore” dove sviluppa e chiarisce le sue ragioni:

Caro Montanelli, vedo con ritardo, qui in campagna, il tuo articolo sul ‘Giornale’ del 23 settembre. Mi dispiace che anche tu abbia scritto di questo mio pamphlet sul caso Moro prima di conoscerlo interamente; e ancora di più mi dispiace che intitolando il tuo articolo ‘Todo Modo’, e riferendolo al mio racconto ‘Todo Modo’ di fatto parlato di un libro che io non ho mai scritto. ‘Todo Modo’ non descrive, come invece tu affermi, ‘una vicenda sorprendentemente analoga a quella di via Fani e con un protagonista sorprendentemente simile a Moro, riprodotto in una versione così ripugnante che quasi giustifica il delitto’. Per nulla. Protagonista di ‘Todo Modo’ è un prete; e non ripugnante. Non c’è nel racconto un solo elemento che ricordi l’agguato di via Fani. Ma lasciando da parte questo errore, che tu certamente riconoscerai davanti ai tuoi lettori, quel che desidero discutere con te è il personaggio Modo e il suo comportamento nella vicenda in cui è rimasto vittima. Dal momento in cui ho deciso di scrivere un libro sull’affaire Moro, e fino a oggi, ho vissuto e vivo come una esperienza religiosa, come un processo di reversibilità. Illuminista per come ‘l’Unità’ mi etichetta, laico e laicista, incommensurabilmente lontano dal Moro cattolico e dal Moro democristiano, ho sentito religiosamente il dovere di riscattare Moro prigioniero e vittima delle BR dalla vita in cui l’avete relegato. Anche tu, purtroppo. Ed è quello che non capisco. Capisco che questa operazione la facciano i vili. Capisco che la facciano certi cattolici. Capisco che la facciano certi retori. Non capisco che la faccia un uomo libero, un laico in ogni senso laico. Che tu ti sia nettamente posto dalla parte di coloro che non volevano che lo Stato cedesse al ricatto, lo capisco benissimo; e lo dico anche nel libro che sta per uscire. Non capisco però il bisogno di giustificare la tua posizione, in sé legittima, adducendo come controparte il comportamento di Moro. Per capire, dovrei attribuirti un senso di colpa; e quindi anche se inconscia, una certa malafede. Io credo che certe tue prese di posizione che sembrano fredde o addirittura ciniche siano dettate da emotività e passione. Mi piacerebbe invece che tu avessi tanta freddezza da far tabula rasa della tua passione per lo Stato e da metterti di fronte a tutti i documenti dell’affaire come se ritrovati dal fondo di un archivio: ti apparirebbe chiaro che Moro non solo – cosa che sai già – si è comportato coerentemente al suo essere ‘cavallo di razza’, e di razza democristiana; ma che non si è comportato vilmente. C’è un fatto semplicissimo da tener presente: quelle sue lettere che tu consideri espressione di viltà non sono dirette ai suoi nemici, ma ai suoi amici: a coloro cioè che coerentemente al loro essere democristiani (e lasciamo stare, per carità, il loro essere cristiani), avrebbero dovuto salvarlo. Per bollare Moro di viltà dovremmo sapere come si è comportato di fronte ai suoi nemici. E nulla ci dice che si sia comportato vilmente. Al contrario, anzi: nei suoi riguardi c’è, da parte delle BR, e ravvisabile nei documenti, una crescita di rispetto. E in quanto alla sua fede, e sul fatto che nelle lettere parla poco di Dio e solo, come tu dici, ‘di striscio’. Le lettere sono di un uomo politico e dirette a uomini politici. Non scriveva al Padreterno, né le BR sarebbero state in grado di recapitarle. E di Dio, peraltro, ne parla: serenamente invocandolo alla disperata impresa di far luce nella mente dei suoi amici. Ma non voglio abusare dello spazio del tuo giornale; e tanto più che finirei col ripetere cose che ho già detto nel pamphlet. Voglio, per concludere, ringraziarti di aver dato come impensabile il fatto che io possa essermi messo al servizio di una manovra che ‘vuol mettere sotto accusa tutti gli uomini del Presidente’. Non so di nessuna manovra, né riesco a individuare a quale Presidente tu alluda. Ma anche se c’è in corso una qualche manovra, il fatto che io – cercando la verità – possa concorrervi, non è ragione sufficiente a farmi tacere. Per troppi anni in questo nostro Paese è stato avanzato il ricatto agli uomini di destra di non dire certe cose che facevano il gioco della sinistra e agli uomini della sinistra di non dire certe cose che facevano il gioco della destra. E il risultato ne è l’endemica ed epidermica menzogna in cui l’Italia continua a vivere. Non ti pare che sia proprio questo il caso di dire che basta? Ti ringrazio e ti saluto cordialmente.        

Di Montanelli, Sergio Romano cura i “Diari”, brevi annotazioni, “schizzi”, partono dal 1957, si concludono nel 1978. Quello che segue è un quasi epigramma del 10 aprile 1972: “Clerici, Sciascia e Laurenzi a cena da me. Immoto e inespressivo, Sciascia parla alla velocità di una parola all’ora, e bisogna sollecitarlo con sguardi interrogativi e lasciargli un ampio spazio di silenzio per indurlo a pronunciarla…”.

Sempre intorno all’amicizia. In un fondo Montanelli a Pavia è conservata una lettera poi riprodotta nel volume “Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita”. La lettera è del 24 agosto 1988: “Caro Sciascia, la gioia che mi dà la tua disponibilità a mandarci qualcosa è superata solo dal dispiacere per i triboli dei tuoi occhi e da quel senso di disperazione. Per la collaborazione, so benissimo che non puoi e non vuoi impegnarti, e io non ti tormenterò mai per sollecitarla. Ad occhi io per fortuna sto ancora abbastanza bene, ma capisco che tormento debba essere il sentirseli indeboliti. Mi pare stano però che con tutti i progressi che l’oftalmia ha fatto in questi ultimi tempi non abbiano trovato qualche rimedio al male che ti affligge. Ti sei dato un po’ daffare, oppure il pessimismo e il fatalismo siciliani hanno avuto la meglio anche su questa minaccia? Non voglio affaticarti oltre. Se mi manderai qualcosa, dimmi come e dove vorrai che sia pubblicato: io me ne sentirò comunque miracolato. Quanto all’antologia di racconti, è già per me un alto onore che tu e Bufalino abbiate pensato al mio Della Rovere (che si trova anche nel volume ‘Incontri’, anzi lo apre), così orrendamente sfregiato, nell’omonimo film, dal duo Rossellini-De Sica. Se posso esserti utile, caro Sciascia, sono a tua disposizione. Sappi che non ti ammiro soltanto. Ti voglio anche molto bene”.        

Sempre nel citato fondo pavese, un biglietto, datato 27 ottobre 1989: “Carissimo Leonardo, il tuo biglietto ha fatto più piacere a me di quanto l’intervista possa averne fatto a te. Ma tengo subito a dirti che con me non hai nessun debito. Sono io che ne ho, verso di te, uno inestinguibile: l’esempio che ci hai dato. Non raccolgo i tristi presagi che fai balenare nella tua lettera: appartengono, credo, alla tua sicilianità. Ma sono convinto che ne verrai fuori. Ti mando il mio fraterno abbraccio, dolente solo di doverlo fare per lettera”.

Non si tratta, purtroppo, di “tristi presagi”; piuttosto è lucida consapevolezza del proprio essere. Sciascia muore il 20 novembre dello stesso anno, a Palermo. E’ a quel “biglietto” che fa riferimento Montanelli nel suo articolo di ultimo saluto all’amico scomparso.

Ci porta lontano nel ricordo, e nella non inutile operazione di ricostruzione di episodi e fatti di cui è bene non smarrire la memoria, questo bel repertorio curato da Depaolis; ed è un letterale diletto perdersi in questa libera, e anche un po’ bizzarra, concatenazioni di pensieri che è capace di provocare. “Le illuminazioni che vengono dagli scaffali sono parziali”, scrive Depaolis, “ma non sono affatto di secondo piano. Invitano a scavare tra le fonti di cui un autore può essersi presumibilmente servito, permettono di ripercorrere il suo tragitto di lettore, aprono nuovi sbocchi sul suo universo culturale. Per la sua attività creativa, scrive Nora Moll riferendosi a Sciascia, i libri degli altri hanno uno statuto non inferiore alla propria esperienza vissuta o alle informazioni provenienti dalla realtà”. Appunto.

Valter Vecellio

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