Monumenti all'imbecillità

In una lettera che Gustave Flaubert scrisse il 6 ottobre 1850 allo zio François Parain, da Rodi, è immortalato un tale “Thompson de Sunderland”. Il gentleman aveva avuto la brillante pensata di incidere o, più probabilmente, far incidere il suo nome – e la sua patria, come si diceva un tempo – sulla colonna di Pompeo che si trovava ad Alessandria d’Egitto, “en lettres de six pieds de haut” distinguibili a “un quart de lieue de distance”. Il sistema metrico decimale non era sfortunatamente ancora molto diffuso, ma le misure indicate da Flaubert rendono comunque l’idea delle enormi dimensioni delle lettere scolpite nella pietra della colonna. “Ce crétin s’est incorporé au monument et se perpétue avec lui – scrive Flaubert –. Que dis-je? Il l’ecrase par la splendeur des ses lettres gigantesques. N’est-ce pas très fort de forcer les voyageurs futurs à penser à soi et à se souvenir de vous? Tous les imbéciles sont plus ou moins des Thompson de Sunderland.”

   L’aneddoto è ricordato nella voce “Thompson”, una delle quattro che compongono il saggio intitolato Dizionario, che si può leggere nel volume Fine del carabiniere a cavallo. Saggi letterari (1955-1989) di Leonardo Sciascia, recentemente edito nella Biblioteca Adelphi, a cura di Paolo Squillacioti. Il libro raccoglie una trentina di saggi dispersi, pubblicati in varie sedi nell’arco di più di un trentennio e dal curatore raggruppati in tre parti (“Resoconti singolarmente militanti”, “Divagazioni sulla storia e la cultura europea”, “Ritratti complici di contemporanei”). È un libro che ogni appassionato di Sciascia non può non leggere, sia per l’importanza dei singoli saggi, sia per la preziosa “Nota al testo” di Paolo Squillacioti: dalla quale tra l'altro si apprende che nel loro complesso i testi sciasciani dispersi formano “un catalogo di quasi 1400 scritti”. E si prova un certo rammarico nel pensare che, nella stragrande maggioranza, si tratta di testi dispersi destinati a rimanere tali.
   Il flaubertiano Thompson di Sunderland può essere considerato l’ideale rappresentante della moltitudine di suoi simili, di ogni tempo, paese, età e classe sociale, che non resistono alla tentazione di lasciare traccia di sé sui monumenti che hanno la sfortuna di trovarsi sul loro cammino o, più modestamente, sul primo muro che capita loro a portata di mano. Il graffito può essere una vera e propria incisione, praticata con un temperino, uno scalpello, una pietra o altro idoneo strumento, o un’iscrizione tracciata con un pennello, una penna, una matita, un pennarello o una bomboletta spray: questo genere di attività si evolve infatti col tempo e si adegua ai progressi della tecnica. Si può anzi essere ragionevolmente sicuri che la maggior parte dei Thompson nostri contemporanei siano persone molto pratiche di telefonini, computer e social network.

   Il 17 febbraio 1917 Giuseppe Prezzolini annotò nel suo diario: “Mi piacerebbe raccogliere un Corpus inscriptionum italicarum dai muri delle scuole, degli uffici, delle latrine, dei monumenti, delle prigioni. Esser il Muratori delle bestemmie, coprolalie e ricordanze veneree degli Italiani. Sulle colonnette gotiche del balcone d’un palazzo di stile gotico di Belluno dove passai un anno (il padre di Prezzolini era un prefetto, n.d.r.), guardavo da ragazzo senza intenderli i cuori trafitti e le scritte lasciate nell’ore d’ozio dai gentiluomini di servizio. Odi e isterismi popolari politici e prove di buone fortune ancillari hanno lasciato documento da per tutto con sgrammaticati poemi. Nell’Ariosto, Angelica e Medoro lascian memoria ‘di lor gioie” iscritta su muri alberi e roccie” (Diario 1900-1941, Rusconi, Milano 1978).
   Non credo che Prezzolini abbia poi concretizzato il suo progetto. Un lavoro analogo, sia pure più circoscritto in termini geografici, è stato invece realizzato non molti anni fa da Giuseppe Culicchia, che ha dedicato alle iscrizioni tracciate sui muri di Torino una rubrica su La Stampa, da cui ha poi tratto il materiale per un libro dal titolo Muri & duri. Analisi, esegesi, fenomenologia comparata e storia dei reperti vandalici in Torino (Priuli & Verlucca, Torino 2006).
   Quelli che oggi vengono chiamati ‘graffitari’ potrebbero essere definiti ‘vandali per addizione’. La loro caratteristica è infatti quella di lasciare traccia del loro intervento – sentenza, nome, data – sullo sfortunato monumento oggetto della loro attenzione. I ‘graffitari’ sono quindi, anche se in sedicesimo, dei perfetti epigoni dell’immortale Thompson di Sunderland. Grazie a giornali e telegiornali, che ogni tanto informano delle sue imprese, sta tuttavia imponendosi una nuova figura, che sicuramente è sempre esistita, ma di cui non si parlava abbastanza: il Thompson ignoto, il ‘vandalo per sottrazione’. Si apprende infatti di turisti delle più svariate provenienze sorpresi ad appropriarsi di un mattone degli scavi di Pompei, o di un frammento del Colosseo: da esibire orgogliosamente in salotto, si immagina, per la meraviglia e l’invidia di amici e conoscenti. E non è da escludere che il loro cruccio più grande sia quello di non poter mostrare anche un certificato di autenticità del reperto: sostituito però, ci si può quasi scommettere, da un filmato del ritrovamento, realizzato con l’immancabile telefonino, e magari accompagnato da un selfie in cui l‘archeologo della domenica fa cheek to cheek con il mattone.
   Tornando al flaubertiano “Thompson of Sunderland”: J.L. Thompson and Sons è stato un famoso cantiere navale di Sunderland. E poiché l’imbecillità del graffitaro-scultore di Alessandria d’Egitto sarebbe moltiplicata se si fosse trattato di un qualsiasi Thompson originario di Sunderland, viene il sospetto che l’ideatore dell’iscrizione sulla colonna di Pompeo fosse un membro della famiglia di costruttori di navi, e che il suo gigantesco graffito – fatto eseguire da scalpellini locali pagati per lavorare sotto il sole – fosse una sorta di insegna pubblicitaria. Quanto alla sua fisionomia, purtroppo non la conosciamo, ma la possiamo immaginare sotto un berretto come quello che indossava Charles Bovary: “L’imbecillità – scrive Leonardo Sciascia in una nota di Nero su nero – è molto più complicata dell’intelligenza: quando Flaubert finisce di descrivere il complicatissimo berretto di Carlo Bovary dice che somigliava alla faccia di un imbecille; ma si può aggiungere che anche dentro l’imbecille somiglia a quel berretto”.

Euclide Lo Giudice

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