Sciascia e Fitzgerald

Nel 1979, circa quarantacinque anni dopo averlo visto la prima volta – a Racalmuto, all’età di dodici o tredici anni, e quindi nel 1933 o nel ’34 – Leonardo Sciascia ebbe occasione di rivedere, presso gli “archives du cinéma” di Bercy, nelle vicinanze di Parigi, il film di Marcel L’Herbier Il fu Mattia Pascal.
   Da questa visione nacque il saggio Il volto sulla maschera, uno dei trentasei raccolti in Cruciverba, dedicato quasi interamente all’attore Ivan Mosjoukine: il quale, nella sua carriera, oltre a Mattia Pascal interpretò anche Giacomo Casanova. E, scrive Sciascia, “io ho visto queste sue due interpretazioni prima di leggere il romanzo di Pirandello e le memorie di Casanova, e anzi ho cercato e letto questi due libri per l’impressione – di diversa inquietudine, di diverso turbamento – che i due films mi avevano lasciato”.
   Lo splendido saggio – che spazia da Pirandello al mito della caverna di Platone, dal Paradoxe sur le comédien alle categorie dell’arte dell’interpretazione teatrale e cinematografica, da René Clair a Lee Strasberg e Jean Renoir, e a molto altro, per concludersi con una “Postilla” sullo scrittore Romain Gary, figlio naturale di Mosjoukine – contiene anche un toccante brano sulla memoria, che inizia così: “È passata quasi una vita: un orizzonte di libri letti, di cose viste, di fatti vissuti…”. E poi riprende, tornando alle due visioni del film di L’Herbier e alle sensazioni provate da Sciascia a Bercy, dove era “Come se assistessi a due proiezioni: una nella mia memoria, l’altra sullo schermo; e la prima che anticipa di qualche secondo l’altra…”.

   Ma, al di là del saggio nel suo complesso, vorrei dire del contatto che in esso a un certo punto si stabilisce tra Sciascia e Francis Scott Fitzgerald, scrittore che Sciascia – per quanto ricordo – nella sua opera menziona soltanto una volta, nel capitolo finale di Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia.
  
In effetti, ne Il volto sulla maschera il nome di Fitzgerald non compare. Diciamo che vi aleggia, per così dire, in modo subliminale e indiretto, e precisamente nella scheda del film diretto da L’Herbier e interpretato da Mosjoukine, che Sciascia riporta per intero: “1925. Feu Mathias Pascal. Dal romanzo di Luigi Pirandello (prima realizzazione cinematografica: poiché ce n’è stata una seconda, nel 1936, diretta da Pierre Chenal e interpretata da Pierre Blanchard e Isa Miranda). Sceneggiatura e regia: Marcel L’Herbier. Produzione: Cinégraphic Albatros. Fotografia: Guichard, Bourgassof, Jean Letort. Scenografia: Alberto Cavalcanti e Lazare Meerson. Interpreti: Ivan Mosjoukine, Pierre Batcheff (debutto), Jean Hervé, Michel Simon (debutto), Douvan, Marcelle Pradot, Loïs Moran, Pauline Carton. Versione americana: The living dead man. Girato negli studi di Montreuil ed Epinay; esterni a San Gimignano, Roma, Montecarlo”.
   Tra gli otto interpreti menzionati, al settimo e penultimo posto compare Loïs Moran, una giovanissima attrice americana – era nata nel 1909 – che nel film interpretava la parte di Adriana Paleari e in realtà si chiamava Lois: senza la dieresi. La dieresi, come abbiamo appena visto, si trova invece nella scheda del film, che Sciascia trasse dal libro di Noël Burch Marcel L’Herbier, pubblicato a Parigi nel 1973. Il nome Loïs – con la dieresi – compare anche nella ‘voce’ dedicata al film da Il Morandini. Dizionario dei film 2006, che come anno di realizzazione indica però il 1924: ‘voce’ in cui tra l’altro si legge che il film “Incantò Leonardo Sciascia ragazzino che, dopo averlo rivisto 45 anni dopo in cineteca, scrisse un saggio su I. Mosjoukine, uno dei più grandi attori del muto…”.
   Tornando a Lois Moran: la dieresi si spiega con il fatto che, senza, in Francia il suo nome sarebbe pronunciato, piuttosto comicamente, come loi o lois. E fu proprio la dieresi, la prima volta che lessi il saggio sciasciano, a sembrarmi piuttosto strana e quindi ad attirare la mia attenzione su quel nome: che non mi giungeva nuovo. Lo avevo letto da qualche parte, in un libro o un articolo che riguardava Francis Scott Fitzgerald. Lo scrittore, infatti, nel 1927 conobbe Lois Moran e se ne invaghì, raffigurandola poi nel personaggio dell’altrettanto giovane attrice Rosemary Hoyt: sul cui arrivo su una spiaggia della Costa Azzurra, una mattina del giugno 1925, si apre Tenera è la notte. E nello stesso anno, stando alla scheda del film presente nel libro di Noël Burch, il Feu Mathias Pascal fu girato, in esterni, anche a Montecarlo: appunto sulla Costa Azzurra.
  
Tender is the night fu pubblicato nel 1934. Più o meno nello stesso periodo, l’adolescente Leonardo Sciascia vide per la prima volta Il fu Mattia Pascal di Marcel L’Herbier. Nel film, oltre a Ivan Mosjoukine, recitava anche la giovanissima attrice che sarebbe diventata l’ispiratrice di uno dei personaggi del romanzo di Francis Scott Fitzgerald. Ed ecco che il cerchio – borgesianamente, si potrebbe forse dire – si chiude.

Euclide Lo Giudice

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