Servizi segreti tra farsa e tragedia

“L’onorevole Tambroni appartiene a quella borghesia maschia e virile che si affaccia sui problemi sociali e politici senza infingimenti, ma soprattutto senza paure. È un lavoratore efficiente e metodico in un mondo di pigri, un solutore di problemi legislativi…”. Così lo descriveva – con assoluto sprezzo del ridicolo, si è tentati di commentare – una nota del suo ufficio stampa, riportata in Quelli del Palazzo. Album della Prima Repubblica, a cura di Guido Quaranta (Rizzoli, Milano 1993). Considerate anche queste caratteristiche del personaggio, non meraviglia troppo che il suo governo, un monocolore democristiano sostenuto dall’esterno dal MSI, sia stato uno dei più brevi della storia della Repubblica: rimase infatti in carica soltanto quattro mesi, dal marzo al luglio 1960, e cadde a seguito delle sanguinose dimostrazioni di piazza di Genova, Catania e Reggio Emilia.

 

   Membro dell’Assemblea Costituente e poi della Camera dei Deputati, prima di diventare Presidente del Consiglio, nel 1960, l’onorevole Fernando Tambroni a partire dal 1953 era stato più volte ministro: della Marina Mercantile, dell’Interno, del Bilancio e del Tesoro. E proprio ad alcuni passaggi della politica italiana degli anni 1958-1960, gli ultimi della carriera di Tambroni, è dedicato un articolo di Andrea Romano, intitolato “La polizia segreta di Tambroni” e pubblicato sulla Domenica de Il Sole 24 Ore del 26 giugno 2011.
  
L’articolo è centrato sulla scoperta, fatta dagli storici Alessandro Marucci e Stefano Simoncini tra le carte dell’archivio di Amintore Fanfani, di un documento da cui emerge un certo inquietante attivismo dell’onorevole Tambroni: il quale, da ministro dell’Interno, per rafforzare il suo potere aveva costituito “una sorta di ‘polizia segreta’ composta da vigilantes”, che avevano il compito di controllare le sezioni democristiane romane e di spiare la vita privata degli avversari del ministro all’interno della DC. Tambroni fu contrastato appunto da Fanfani, ma anche da Aldo Moro, che proprio allora iniziava ad imporsi tra i leader democristiani.
  
Nell’articolo è riportata anche parte di una conversazione di Ettore Bernabei – indimenticato direttore generale della Rai – che fa risaltare l’aspetto alquanto grottesco delle mene del ministro degli Interni: “Moro si accorse di questi tizi (i vigilantes agli ordini di Tambroni, n.d.r.) che pedinavano lui e altri democristiani e allora chiamò il comandante dell’Arma dei Carabinieri, generale Lombardi, e lo informò del fatto, pregandolo, se possibile, di mettere un carabiniere alle calcagna di ogni vigilante assoldato da Tambroni… Sicché, capisce, quando uno di noi andava a fare una passeggiata si formava una specie di corteo, davanti il democristiano, dietro il metronotte di Tambroni e dietro ancora il carabiniere di Moro”. 
   Leggendo queste frasi, la memoria corre subito a un brano de Il contesto di Leonardo Sciascia: “Un paese negato all’ironia, ma Rogas si divertiva ugualmente ad usarla. E chiuse la relazione così: ‘Dal momento in cui il sottoscritto ha lasciato la casa del presidente della Corte Suprema, ha la precisa impressione di essere pedinato da persone esperte, cioè particolarmente idonee a tale compito, come fossero state istruite in un corpo di polizia statale o privato. Se organi superiori si sono preoccupati di predisporre un servizio a protezione del sottoscritto, non può il sottoscritto che esprimere gratitudine ma al tempo stesso permettersi di far notare come tale vigilanza, così costosa per l’impiego di tanti uomini che si succedono nel pedinamento, meglio sarebbe svolgerla a protezione dei giudici. Ove però gli organi superiori non l’abbiano ordinata e ne siano del tutto ignari, il sottoscritto ritiene sarebbe opportuno, e anzi assolutamente necessario, fare in modo che agenti di polizia ugualmente abili si dedicassero a pedinare i pedinatori’ ”.
  
Il contesto fu pubblicato nel 1971. Si presume che le confidenze di Ettore Bernabei non fossero di pubblico dominio. Non allora, almeno. E perciò si può dare per scontato che Leonardo Sciascia non le conoscesse, e che scrivendo il romanzo si limitasse a mettere sulla carta quanto gli dettava la fantasia. Che poi la fantasia di Sciascia avesse, in molti casi, una straordinaria capacità di anticipare la realtà, è un altro discorso.
  
Commentando l’enorme numero di azioni di polizia messe in atto nelle prime due settimane del sequestro di Aldo Moro – perquisizioni, pattugliamenti, rastrellamenti, ricognizioni navali e aeree, controlli di persone, automezzi e mezzi navali, posti di blocco – in una nota pubblicata su L’Ora di Palermo il 5 maggio 1978, e poi inserita in Nero su nero, Sciascia scriverà che “le brigate rosse vivono nella sfera dell’impossibile. Non solo dell’impossibile pratico, ma anche dell’impossibile teorico, dell’impossibile matematico. Non solo sfuggono al controllo della polizia. Sfuggono anche al calcolo delle probabilità”. E viene da aggiungere: sfuggono anche alle investigazioni e alle ricerche dei servizi segreti.
   Chissà se Aldo Moro, rinchiuso nella “prigione del popolo” e abbandonato da tanti “amici” – i “ ‘fedelissimi delle ore liete’: delle macabre, oscene ore liete del potere” –, avrà mai ripensato a quelle comiche ma anche inquietanti passeggiate degli anni tra il 1958 e il 1960, quando andava a spasso per le vie di Roma seguito da un vigilante tambroniano a sua volta pedinato da un carabiniere.

Euclide Lo Giudice

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