Mediocrità del potere

Nel corso delle conversazioni con Domenico Porzio, avvenute tra il novembre 1988 e l’ottobre 1989 e poi pubblicate in Fuoco all’anima (Mondadori, Milano 1992), Leonardo Sciascia affermò che “… l’uomo mediocre sente l’appagamento che dà il potere, il fatto di avere un potere sugli altri. Mi sembra un segno inconfondibile della mediocrità questo desiderio di sovrastare gli altri, di dominarli, di avere un potere su di loro”.
   Circa mezzo secolo prima, nel giugno 1938, nel diario che avrebbe poi pubblicato con il titolo Parliamo dell’elefante (Longanesi, Milano 1947), Leo Longanesi aveva scritto: “Fra vent’anni nessuno immaginerà i tempi nei quali viviamo. Gli storici futuri leggeranno giornali, libri, consulteranno documenti d’ogni sorta, ma nessuno saprà capire quel che ci è accaduto. Come tramandare ai posteri la faccia di F. quando è in divisa di gerarca e scende dall’automobile?”. (Senza la frase di apertura, nel 1950 il brano di Longanesi diventò una delle due epigrafi – l’altra è tratta dalla Fattoria degli animali di George Orwell – delle sciasciane Favole della dittatura.)

   Longanesi dimenticava – a meno che li includesse tra i non meglio specificati “documenti d’ogni sorta” – i cinegiornali dell’Istituto Luce. E forse sarebbe possibile, estraendo dai filmati le fisionomie di alcune centinaia di gerarchi, e sottoponendole a opportuna elaborazione digitale, riuscire a comporre una ‘faccia di gerarca standard’: magari, e anzi inevitabilmente, sormontata dal “berretto col giummo” che l’adolescente Sciascia detestava e di cui racconta nelle Parrocchie di Regalpetra. (I cinegiornali Luce, in ogni caso, non avevano né potevano avere la diffusione e la potenza della televisione: la quale consente di osservare e valutare, spesso in tempo reale, le sembianze e forse anche le qualità dei più rappresentativi esponenti delle classi dirigenti che da diversi decenni si avvicendano alla guida del nostro felicissimo Paese.)
  
Chissà se Longanesi, scrivendo la sua nota sul gerarca che scende dall’automobile, ricordò quanto Stendhal scrisse al capitolo XXII della Vie de Henry Brulard (Œuvres intimes II, Pléiade Gallimard, Paris 1982), subito dopo aver accennato alla delusione che gli procurarono i compagni che trovò alla École centrale di Grenoble: “Ce désappointement, je l’ai eu à peu près dans tout le courant de ma vie. Les seuls bonheurs d’ambition en ont été exempts, lorsque, en 1812, je fus auditeur et, quinze jours après, inspecteur du mobilier, je fus ivre de contentement pendant trois mois de n’être plus com[missaire] des guerres et exposé a l’envie et aux mauvais traitements de ces héros si grossiers qui étaient les manœvres de l’Empereur à Iéna et à Wagram. La posterité ne saura jamais la grossièreté et la bêtise de ces gens-là hors de leur champ de bataille. Et, même sur ce champ de bataille, quelle prudence! C’étaient des gens comme l’amiral Nelson, le héros de Naples (voir Colletta et ce que m’a conté M. Di Fiori), comme Nelson songeant toujours à ce que chaque blessure leur rapporterait en dotation et en croix…”.
  
Grossièreté e bêtise, volgarità e stupidità: ecco secondo Stendhal le caratteristiche di molti eroi napoleonici – però definiti manœvres, manovali – che sgomitavano per ottenere vantaggi e onorificenze e quindi, in definitiva, potere. Quanto a Lord Horatio Nelson, che il grandissimo ammiraglio fosse anche una persona non molto ammirevole era noto già durante la sua vita. E Stendhal, non certo a caso, sarcasticamente lo definisce “le héros de Naples”: perché fu proprio a Napoli, nel 1799, che si manifestarono alcuni aspetti non propriamente edificanti della personalità dell’ammiraglio, che gli fecero però guadagnare il titolo di duca di Bronte, con annesso feudo, conferitogli dal re Ferdinando – IV di Napoli, III di Sicilia e infine I delle Due Sicilie, noto anche come Re Nasone o Re Lazzarone.
  
Un altro militare è uno dei personaggi di Comma 22 di Joseph Heller (nuova edizione, Bompiani, Milano 2016): “Il colonnello Cathcart era uno scaltro, affermato, sciatto, infelice uomo di trentasei anni, che si muoveva pesantemente e voleva diventare generale. Era elegante e avvilito, equilibrato e deluso. […] Il colonnello Cathcart era tronfio perché era un colonnello con comando operativo ad appena trentasei anni; e il colonnello Cathcart era avvilito perché pur avendo già trentasei anni era ancora un semplice colonnello”. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1961, il romanzo è basato anche sui ricordi dell’autore, che durante la seconda guerra mondiale aveva fatto parte dell’equipaggio di un aereo da bombardamento. Nel personaggio del colonnello Cathcart, Heller ha rappresentato un individuo che trova la sua soddisfazione nel potere che può esercitare sugli altri grazie al suo grado. Ma è una ben misera soddisfazione, che lo rende non soltanto “infelice, avvilito e deluso”, ma anche “imbronciato, teso, irritabile, acido e tracotante”. (Se capita di trovarsi di fronte a certe personcine che credono d’essere importanti per un qualche potere, piccolo o grande che sia, che possono vantare nei confronti di altri, può essere utile e anche divertente – per riportarli, dentro di noi, alla loro reale dimensione umana – ripensare ai patimenti del colonnello Cathcart.) 
   L’“importante personaggio” che fa la sua comparsa nella parte finale del racconto La mantella di Nikolàj Gogol’, invece, “nell’animo era una brava persona, buono con i compagni, sollecito: ma il grado di generale gli aveva davvero fatto perdere la testa” (Opere, Vol. I, Meridiani Mondadori, Milano 1994). È il ritratto di un piccolo uomo “che fino a quel momento era stato un personaggio senza importanza”, la cui umanità viene quasi annientata dal potere che ha raggiunto: “Una volta ricevuto il grado di generale, s’era come confuso, aveva perso la bussola e non sapeva come comportarsi. Se gli capitava di trovarsi in compagnia di persone sue pari, era ancora un uomo come si deve, un uomo molto perbene, sotto molti aspetti persino tutt’altro che stupido; ma, come si ritrovava in una compagnia di persone sia pur d’un solo grado inferiore al suo, lì perdeva completamente il controllo…”. E con i sottoposti non era capace di far altro che proclamare continuamente la sua importanza, con una sequenza di tre frasi che, in Italia, siamo abituati a sintetizzare nella battuta: “Lei-non-sa-chi-sono-io!”. È appena il caso di precisare che l’innominato “importante personaggio” gogoliano non era un militare, ma un alto burocrate.
   Su Gogol’, Sciascia ha scritto delle pagine illuminanti nel saggio Del rileggere, che si trova in Cruciverba. Non fa cenno a La mantella (da cui Alberto Lattuada trasse nel 1952 il film Il cappotto, con protagonista uno straordinario Renato Rascel), ma tratta de L’ispettore e de Le anime morte: che sono due rappresentazioni della corruzione, altra caratteristica del potere. Dell’Ispettore – conosciuto anche come Il revisore, altra traduzione italiana – Sciascia scrive anche nel saggio Villa Palagonia, anch’esso raccolto in Cruciverba.

Euclide Lo Giudice

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