Gli scrittori nello Scrittore: la giusta chiave per il libro del mondo

«Una macchina pigra che esige dal lettore un fiero lavoro cooperativo per riempire spazi di non-detto o di già-detto rimasti per così dire in bianco»: così Umberto Eco spiegava il rapporto che lega il lettore al testo, e di conseguenza a chi quel testo lo ha scritto. Leonardo Sciascia questo legame lo conosceva bene: in ogni suo romanzo, infatti, mostra di avere grande considerazione del suo lettore rendendolo addirittura complice di quel processo di riscrittura consapevole che contraddistinse la sua attività letteraria, compiuta attraverso un sistema di richiami intertestuali, che va dalle epigrafi alle allusioni e agli echi, e ritenuta il nodo caratterizzante della sua poetica.

 

È lo stesso Sciascia, del resto, a dichiarare a Claude Ambroise: «del riscrivere ho fatto, per così dire, la mia poetica; un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere. Tutto pagato». La riscrittura, innalzata a poetica, diviene dunque il valore principale di quella letteratura considerata da Sciascia come «la più assoluta forma che la verità possa assumere», e quel «tutto pagato» risuona come un ossequio, un segno di rispetto, nei confronti degli scrittori che direttamente o indirettamente hanno preso parte ai suoi libri. Ecco perché insinua nei suoi testi una fitta rete di rimandi intertestuali, più o meno espliciti, che prevedono un intervento attivo del “lettore modello”, capace, secondo lo scrittore, di ricostruire da sé il gioco di citazioni, rimandi, allusioni presenti all’interno di un’opera, poiché «la letteratura non è mai innocente. Nemmeno la più innocente». Ed ecco perché è possibile definire lo scrittore siciliano come una sorta di “riscrittore”, che si esprime o usando altri scrittori o facendo parlare i documenti, leggendo, valutando e riflettendo su entrambi. L’aspetto più intrigante della poetica del Maestro racalmutese è forse proprio il fatto che sia possibile collocare ogni sua nuova creazione letteraria tra due estremi: la necessità di riprendere le precedenti scritture e, con una forza uguale e contraria, il bisogno di liberarsi da tale ripresa.

La nozione di intertestualità esprime quindi la coscienza di questa dialettica, nella quale le precedenti scritture sono al tempo stesso un ostacolo da superare e un aiuto di cui non si può fare a meno: in ogni caso le opere del passato rivivono costantemente nelle nuove. E allora ecco che citazioni, lessico ricercato, rimandi e riferimenti diventano gli ingredienti da “mescolare”, “amalgamare”, e infine “servire” nella sua prosa. È lo stesso Sciascia ad ammettere di diventare, col trascorrere degli anni, sempre più attento alla parola, pur con il timore di superare il confine, posto da Pirandello, tra “scrittori di cose” e “scrittori di parole”; e potrebbe, aggiunge, anche accettare di essere definito scrittore di parola se ciò accadesse come fattore scatenante di immaginazione e ragione. Qui entra in gioco la Memoria, il miglior laboratorio per chi obbedisce al bisogno morale di correggere le verità ufficiali e nello stesso tempo vi trova il premio della scrittura come pura esistenza. Del resto citare non significa forse ricordare? Lo scrittore si è infatti assunto il compito difficile di ricordare per sé e per la sua generazione con tasselli inseriti – come ha magistralmente spiegato Giuseppe Traina - «in un mosaico arricchito da pezze d’appoggio documentarie (giornali d’epoca, verbali giudiziari e di polizia, opere letterarie, immagini pubblicitarie o ritagli fotografici)».

Le pagine di Sciascia - nota inoltre Massimo Onofri - sottintendono la ricerca dei molteplici e imprevedibili rapporti con altri scrittori, consentendogli di «murarsi nella felice prigione della sua coscienza», operazione che gli permette di variare di volta in volta l’«immagine che, in un particolare momento, in una determinata opera, ha o vuole dare di sé». In quest'operazione lo scrittore racalmutese arriva a utilizzare, a volte, un linguaggio estraniante per il lettore (soprattutto se si pensa alle citazioni in lingua straniera) il quale, però, proprio attraverso l’intertestualità, è continuamente chiamato in causa. Anche se a primo impatto non si ravvisano i legami che Sciascia tesse con gli altri scrittori, si ha comunque la sensazione che essi non siano inseriti a caso. La prassi intertestuale quindi, se da una parte rassicura in quanto costruita sulla soddisfazione di riconoscere il già-detto, assicurando anche un effetto ludico, dall’altra attira chi legge in una competizione culturale ed intellettuale che induce a non distrarre l’attenzione dal romanzo: solo riuscendo a svelare i messaggi criptati delle citazioni, delle allusioni, dei richiami, degli “espropri”, il lettore è in grado di ricostruire la narrazione. Compito della rete intertestuale sciasciana è insomma, usando le parole di Marta Chini, quello di dare «segni lasciati in giro da un autore sbadato, da un criminale-complice, che confonde per educare, decostruisce per riedificare».

Paola Giordano

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