Mata Hari tra Sciascia e Savinio

Uno dei sette testi che compongono Cronachette, centesimo volume della collana “La memoria” di Sellerio, pubblicato nel 1985, è intitolato Mata Hari a Palermo. Il saggio racconta il breve soggiorno palermitano della danzatrice-spia olandese, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre del 1913, e prende spunto da alcuni articoli della stampa palermitana dell’epoca, che presentano una versione alquanto diversa – e più attendibile – di quella prospettata dal biografo di Mata Hari, Sam Waagenaar. Secondo quest’ultimo, sarebbero stati i Florio a portare la danzatrice a Palermo, per esibirsi al café-chantant Trianon, che era di proprietà di Ignazio Florio. Ma, scrive Sciascia, considerata la notorietà dell’artista, che aveva calcato con successo anche il palcoscenico della Scala, a Palermo i Florio avrebbero potuto farla scritturare dal teatro Massimo, o da un altro café-chantant, l’Olimpia, “luogo ben più elegante e prestigioso del Trianon”.

   Sciascia ipotizza che Margaretha Zelle – era questo il vero nome di Mata Hari – fosse stata portata a Palermo non dai Florio, ma da “un protettore di mezza tacca: uno di quei tanti baroni siciliani che allora sciamavano (e forse ancora sciamano: più o meno falsi, più o meno squattrinati) tra Parigi e Montecarlo, sollevando nugoli di cambiali che poi venivano a posarsi sui resti dei feudi, sulle ville suburbane e i palazzi cittadini, sui quadri e i mobili e le argenterie”. La diva, nello scoprire che avrebbe dovuto esibirsi in un locale di second’ordine, avrebbe rifiutato di andare in scena: ritardando, come accadde, l’inizio degli spettacoli. Salvo poi rassegnarsi a rispettare l’impegno assunto, anche per evitare un possibile sequestro del bagaglio, per inadempienza contrattuale. Gli spettacoli comunque furono solo cinque, mentre invece, secondo Waagenaar, sarebbero stati addirittura due al giorno per due settimane.
   Ma vi era un’altra possibilità, che Sciascia non esclude, diversamente da Waagenaar, il quale nella sua biografia sostiene che la donna non fosse una spia: che Mata Hari, già agente dello spionaggio tedesco, fosse andata a Palermo in quanto tale. E Sciascia postilla: “Ma la convinzione che Mata Hari non fosse in grado di sostenere il ruolo di spia (l’agente H 21) a Waagenaar viene forse e dall’averne scrutato la vita privata, piuttosto semplice e casalinga (e si vedano le pagine che Savinio le dedica nei Souvenirs), e da una supervalutazione degli ingranaggi spionistici e delle menti che le guidano: mentre io credo si muovano sempre – allora come ora – in un giuoco delle parti, e ogni parte in giuoco doppio, di informazioni false ritenute vere e di informazioni vere ritenute false, e insomma in una specie di atroce nonsense. E tante prove noi italiani ne abbiamo avute in questi anni”.
   Le pagine di Alberto Savinio su Mata Hari si leggono nell’articolo I misteri di Neully, datato “Parigi, dicembre 1937”, uno dei suoi scritti giornalistici degli anni tra le due guerre raccolti sotto il titolo di Souvenirs. Questi “ricordi francesi” furono pubblicati in Italia una prima volta nel 1945, e poi – da Sellerio – nel 1976 nella collana “La civiltà perfezionata” e nel 1989 nella collana “La diagonale”. La lunga parte de I misteri di Neully dedicata alla spia olandese è basata sulle confidenze fatte a Savinio da Madame Nez, vicina di casa nonché ammiratrice di Mata Hari. Il ritratto che ne emerge è quello di una persona molto diversa dalla donna fatale e spia pericolosa che di solito si immagina: “In questo giardino, in questo orticello – scrive Savinio –, Mata Hari, che diversamente dalla sua vita apparente, era nella vita intima la donna più modesta e casalinga del mondo, falciava l’erbetta per i suoi conigli, concimava la cavolaia e raccoglieva le prime fragole dentro un cestello”. Un particolare bucolicamente un po’ piccante riguarda invece l’amore per il latte della danzatrice-spia. Confida infatti Madame Nez a Savinio: “… come molti suoi connazionali, nutriva per il latte e i suoi sottoprodotti un amore profondo. A fine di soddisfare questo amore in una maniera per così dire diretta, Mata Hari custodiva in questo suo orticello una vaccherella neerlandese, che essa, tutte le mattine, e nuda come Dio l’aveva fatta, scendeva a mungere con le sue stesse mani…”.
   La carriera di Margaretha Zelle - Mata Hari - agente H21 finì il 13 febbraio 1917, quando fu arrestata a Parigi con l’accusa di spionaggio a favore della Germania. Il processo davanti alla corte marziale si svolse in due giorni, il 24 e 25 giugno, e si concluse con la condanna a morte, eseguita mediante fucilazione nel castello di Vincennes all’alba del 15 ottobre. 
   L’istruzione del processo era stata affidata al capitano Pierre Bouchardon. E qui, per i lettori che amano Sciascia e Savinio – entrambi stendhaliani insigni –, emerge un particolare molto suggestivo. Nel 1924 fu infatti pubblicato a Parigi un libro dal titolo La véritable histoire du roman “Le Rouge et le Noir”, il cui autore era appunto Pierre Bouchardon. La notizia si trova in una nota de Le veritable Julien Sorel di René Fonvieille, pubblicato nel 1971, che è la ricostruzione del caso di Antoine Berthet, al quale Stendhal quasi sicuramente si ispirò per Il Rosso e il Nero. Il libro, tradotto in italiano con il titolo Il vero Julien Sorel da Anna Jeronimidis per Sellerio, è apparso nel 1978 nella collana “La civiltà perfezionata”, con una prefazione di Victor del Litto e una nota di Leonardo Sciascia: nota che è poi diventata la prima parte del saggio In margine a Stendhal, che si trova in Cruciverba.

Euclide Lo Giudice

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