Boucher, Casanova, Sciascia

Nell’unica scena d’amore de Il Consiglio d’Egitto, che costituisce il nono capitolo della prima parte del romanzo e ha per protagonisti Francesco Paolo Di Blasi e la contessa di Regalpetra, Leonardo Sciascia non descrive la posizione assunta dalla contessa, ma per così dire invita il lettore a cercare nella propria memoria l’immagine di un quadro:

“Si vedeva, con la coda dell’occhio, nella grande specchiera; e davanti, sul piano da scrittoio del trumeau, aveva, ridotto a vivida miniatura dentro il coperchio di una tabacchiera, quel quadro di François Boucher che i casanovisti dicono sia il ritratto di mademoiselle O’Murphy.
“Erano di moda i quadri viventi: e nell’intimità di un convegno d’amore […] la contessa ne componeva uno straordinario, a perfetta imitazione del quadro di Boucher, la tenue luce aiutando a pareggiare a quelli di mademoiselle O’Murphy i suoi anni. Due soli elementi: una dormeuse e la propria nudità. Non si poteva desiderare quadro vivente più splendido, imitazione più precisa.”

 

   Per chi ha avuto modo di vederne una riproduzione, il ricordo corre appunto al quadro di François Boucher che compare in testa a queste righe: intitolato “Jeune fille couchée” (o “allongée”), fu dipinto nel 1751 e si trova presso il Richartz Museum di Colonia. Una copia, con alcune modifiche, fu dipinta dallo stesso pittore l’anno successivo, ed è conservata nella Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. È opinione diffusa che le due tele, che differiscono tra loro per alcuni particolari e hanno quasi le stesse dimensioni – circa settanta centimetri per sessanta –, ritraggano la giovanissima Marie-Louise O’Murphy, nota anche come Louison. Nata nel 1737, all’epoca del primo dipinto la ragazza aveva appena quattordici anni. La sua bellezza, che il re avrebbe scoperto grazie a una riproduzione del quadro di Boucher, la fece diventare per tre anni – dal 1752 al 1755 – una delle amanti di Luigi XV, da cui ebbe una figlia. Caduta in disgrazia, si sposò tre volte; e dopo aver attraversato – indenne, si potrebbe forse dire – gli ultimi decenni dell’ancien régime, tutte le fasi della Rivoluzione e l’età napoleonica, morì nel 1814.
   Del suo incontro con la giovanissima O’Murphy – avvenuto durante il suo primo soggiorno parigino, tra l’estate 1750 e l’autunno 1752 – Giacomo Casanova narra nell’undicesimo capitolo del terzo volume dell’Histoire de ma vie (Collection Bouquins, Èditions Robert Laffont, Paris 1993, basata, con l’aggiunta di varie appendici, sulla prima edizione integrale Brockhaus-Plon del 1960-1962). Della ragazzetta, che all’epoca aveva fra i tredici e i quindici anni, Casanova scrive di aver fatto fare un ritratto, la cui descrizione fa pensare al dipinto di Boucher:

“J’ai dépensé six louis pour la faire peindre toute nue d’après nature par un peintre allemand qui la fait vivante. Elle était couchée sur son ventre, s’appuyant de ses bras et de sa gorge sur un oreiller, et tenant sa tête comme si elle était couchée sur son dos. L’habile artiste avait dessiné ses jambes et ses cuisses de façon que l’œil ne pouvait pas désirer de voir davantage. J’y ai fait écrire dessous: O-Morphi. Mot qui n’est pas homérique, mais qui n’est pas moins grec. Il signifie Belle.

   Il ritratto commissionato da Casanova era quindi cosa diversa da quello dipinto da Boucher, nonostante la similarità delle pose assunte dalle due modelle – o dall’unica modella, nel caso si trattasse della sola O’Murphy. Il nome di François Boucher, comunque, nell’Histoire de ma vie non compare mai: né nel capitolo in cui Casanova racconta della sua conoscenza della giovanissima O’Murphy, né in altri. In ogni caso, non è affatto certo che il quadro di Boucher la ritragga. E tanto basta a spiegare la cautela con cui Sciascia vi si riferisce: “quel quadro di François Boucher che i casanovisti dicono sia il ritratto di mademoiselle O’Murphy”.
   La pubblicazione della prima edizione integrale del manoscritto casanoviano – preparata più o meno nello stesso periodo in cui Sciascia scriveva Il Consiglio d’Egitto, uscito nel 1963 – ha del resto smentito quella che sembrava essere l’opinione di taluni, se non tutti i casanovisti. Da una nota di Storia della mia vita (3 voll., Meridiani Mondadori, Milano 1983-1984-1989, a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni), traduzione italiana dell’edizione Brockhaus-Plon, si apprende infatti che è stato stabilito che il quadro di Boucher non rappresenta Louison Morphy, anche se secondo una testimonianza la ragazza sarebbe stata una modella del pittore. Quanto al non identificato pittore tedesco cui Casanova commissionò il ritratto della O-Morphi, si sarebbe trattato dello svedese G. Lundberg o del miniaturista tedesco J.A. Peters. Secondo John Reeves Childs, che riepiloga la vicenda nel suo Casanova, A Biography based on New Documents (Londra, 1961), due miniature identiche ai due ritratti di Boucher e rispondenti alla descrizione di Casanova facevano parte della Collezione Wallace di Londra.
   Nelle sue memorie, Casanova afferma che Luigi XV avrebbe scoperto Louison O’Murphy grazie a una copia del ritratto da lui commissionato. Subito dopo il passo della Histoire de ma vie già citato, si legge infatti:

“Mais voilà les chemins secrets de la très puissante destinée. Mon ami Patu eut envie d’avoir la copie de ce portrait. Refuse-t-on cela à un ami? Le même peintre la fit, alla à Versailles, la montra avec plusieurs autres portraits à M. de St-Quentin, qui les montra au roi, qui devint curieux de voir si le portait de la Grecque était fidèle. S’il l’était, le monarque prétendait d’avoir droit de condamner l’original à éteindre le feu qu’il lui avait allumé dans l’âme.

   Quale quadro accese il fuoco nell’anima di Luigi XV: quello di Boucher o quello del pittore tedesco? Al di là dei dubbi sull’identità della modella, si tratta di un dettaglio di secondaria importanza. Una cosa infatti è certa: ed è che, indipendentemente dalle circostanze in cui Luigi XV conobbe Louison O’Murphy, la ragazza quindicenne “accese il fuoco nell’anima” del sovrano, di cui divenne l’amante per tre anni. E torna alla memoria una delle voci di Occhio di capra :

fuocu all’arma. Fuoco all’anima. Si dice che sono fuoco all’anima dei momenti di riposo, di ricreazione, di refrigerio. Nel senso che poi, passati quei momenti, il lavoro peserà di più, più si sentirà il dolore o la noia, più il caldo. […] Più raramente ormai l’espressione viene usata nel senso proprio, originario: e cioè in rapporto alla passione amorosa e al desiderio sessuale”. Quel che Sciascia scrive subito dopo, tuttavia, non si addice per nulla, per vari motivi, al fuoco appiccato da Louison nell’anima di Luigi XV: “Nella saggezza contadina, quando si ha passione per una donna sposata o di condizione economica superiore, bisogna fuggire l’occasione, che si può fortuitamente presentare, di avere con lei un incontro, un rapporto sessuale per una volta nascostamente e rapidamente soddisfatto: sarebbe un fuoco all’anima, in quanto che la passione, invece di spegnersi, si alimenta e più divampa, come fuoco cui si aggiunga legna. Un crescere insomma, nell’anima, del fuoco della passione…”.

   Per chiudere queste brevi note suscitate da un passo de Il Consiglio d’Egitto, vale la pena di riportare i pensieri che il nome Boucher suscitava in Leonardo Sciascia, che li attribuisce a Francesco Paolo Di Blasi:

“François Boucher: boucher, boucherie, vucciria. Vucciria. Il mistero che è in ogni lingua: per un francese i quadri di questo pittore, così luminosi, così sensuali, così pieni di gioia, forse avranno una sfumatura, appena una sfumatura, di macelleria, di vucciria. Io, pur conoscendo il francese, sto pensandoci ora: il nome Boucher fino a questo momento è stato per me incanto, desiderio…”.

Euclide Lo Giudice

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