Due lapidi a Palermo

La palermitana piazzetta Marchese Arezzo, situata a pochi metri di distanza dall’incrocio tra via Vittorio Emanuele e via Roma, è in effetti uno slargo della salita Sant’Antonio. Un turista non immaginerebbe che quello spazio di alcune decine di metri quadrati abbia una sua individualità toponomastica.

E soltanto per caso, nell’eventualità che gli venga l’idea di alzare la testa per dare un’occhiata agli edifici che lo limitano, scorgerebbe – all’altezza del secondo piano del palazzo che dà su via Vittorio Emanuele, ma la cui facciata principale si trova su via Roma – due lapidi marmoree: quella posta più in alto nuova e biancheggiante, l’altra ingiallita e macchiata dal tempo. Entrambe ricordano un illustre palermitano.

in memoria di federico gravina
abile marinaio di sicilia
e grande ammiraglio di spagna
il cui cuore batte
per la sua amata e natia palermo
nel bicentenario della morte
il consiglio comunale di palermo
a perenne ricordo
pose
9 marzo 2006

*

a 3 settembre 1755
accolse questa casa i primi vagiti
DI FEDERICO GRAVINA
de’ principi di montevago
il quale
capitanando il navilio di spagna
cadde da prode a trafalgar
degno del suo nemico orazio nelson
ma non felice ugualmente
di morir vincitore
per la propria terra natale

   La lapide più antica, non datata ma molto probabilmente risalente al XIX secolo, reca due errori. Il primo è la data di nascita dell’ammiraglio Gravina, che nacque il 12 settembre 1756; l’altro si riferisce alle circostanze della morte. Stando al testo dell’iscrizione, sembrerebbe infatti che l’ammiraglio sia morto a Trafalgar, il 21 ottobre 1805, nel corso della battaglia in cui cadde anche il vincitore Horatio Nelson. Non fu così: l’ammiraglio Gravina morì infatti a Cadice circa quattro mesi e mezzo dopo, il 9 marzo 1806, per le conseguenze della ferita subita durante la battaglia. La lapide più recente, apposta dal Consiglio Comunale di Palermo nel duecentesimo anniversario della morte, rimette, per così dire, le cose storicamente a posto.
   La prima lapide potrebbe risalire a un qualche anniversario caduto nella seconda metà dell’Ottocento: anche per il gusto della retorica patriottico-risorgimentale, che non esita a forzare la verità storica per equiparare, anche se solo nella morte, i due ammiragli, l’inglese vincitore e il palermitano-spagnolo sconfitto. Un’altra forzatura è costituita dalla – del tutto ipotetica – felicità che Gravina avrebbe provato nel morire “vincitore per la propria terra natale”: Palermo, la Sicilia, l’Italia? L’ammiraglio Gravina, anche se certamente “abile marinaio di Sicilia”, fu soprattutto “grande ammiraglio di Spagna”, come precisato nella seconda lapide. E come spagnolo, infatti, è ricordato e onorato in Spagna. Anche l’Enciclopedia Italiana, del resto, lo considera spagnolo: “Gravina, Federico Carlo. Ammiraglio spagnolo, nato a Palermo il 12 settembre 1756. Educato a Roma, passò ancor giovinetto in Spagna, dove fu ammesso a far parte di quella marina”.
   Nella parte iniziale del quinto capitolo delle conversazioni tra Leonardo Sciascia e Domenico Porzio, pubblicate da Mondadori nel 1992 con il titolo Fuoco all’anima, i due scrittori parlano della presenza inglese in Sicilia all’inizio dell’Ottocento. Alcune famiglie – Woodhouse, Ingham, Whitaker – avevano costituito importanti imprese industriali e commerciali, e negli anni dell’epopea napoleonica controllavano l’economia isolana. Furono loro, tra l’altro, a rendere famoso e a diffondere il marsala – come del resto, è il caso di aggiungere, inglesi erano stati anche i promotori del portoghese vinho do Porto e dello spagnolo xeres, più noto come sherry. Dal marsala, Sciascia e Porzio passano a parlare della presenza militare inglese in Sicilia, della flotta inglese che dava la caccia a quella napoleonica nel Mediterraneo e nell’Atlantico, e che Nelson non riusciva a trovare: “È una vicenda interessante perché l’epistolario di Nelson è tutto inteso a riferire sulla caccia che davano alla flotta di Napoleone e che non riuscivano a trovare. Sembra Moby Dick – commenta Sciascia –, la caccia alla flotta sembra la caccia a Moby Dick”.
   Dell’ammiraglio Gravina, Sciascia dice che “Palmieri di Miccichè, se non sbaglio, ricorda un pranzo a cui era presente Nelson, ma anche quello che sarà il suo nemico, l’ammiraglio Gravina”. E per sottolineare la stima di cui Gravina godeva, aggiunge che per lui “Napoleone aveva fatto fare un corredo di fucili, pistole tutte intarsiate d’oro”.
   Nel Dizionario Biografico degli Italiani si ha la conferma che i due ammiragli si conobbero a Palermo, nel corso della prima licenza ottenuta da Gravina per far visita ai genitori, e trascorsa nella città natale tra il 1802, dopo la pace di Amiens firmata nel marzo di quell’anno, e il giugno 1804. Al termine del congedo, l’ammiraglio palermitano fu nominato ambasciatore di Spagna a Parigi: incarico che accettò “con l’espressa condizione di essere richiamato in servizio di marina non appena la guerra riprendesse. Napoleone, che molto stimava il G., lo accolse con grande cordialità e gli offrì un comando navale al servizio della Francia, ma il generale spagnolo volle seguire le sorti della bandiera per la quale aveva sempre combattuto…”. La battaglia di Trafalgar – in cui Nelson trovò la morte facendo il proprio dovere (“England expects that every man will do his duty” fu il celebre segnale innalzato sulla Victory prima dell’inizio dello scontro), e in cui Gravina fu ferito mortalmente –, fu combattuta nell’ottobre 1805, quindi non molto tempo dopo il loro incontro conviviale.
   Sciascia dice di aver letto del loro incontro nell’opera di Michele Palmieri di Miccichè (1779-1863). Il gentiluomo, esule in Francia per motivi politici, scrisse e pubblicò in francese varie opere, tra le quali soprattutto Pensées et souvenirs historiques et contemporains (1830) e Moeurs de la cour et des peuples des Deux Siciles (1837). Ed è nella seconda opera, tradotta in italiano e pubblicata nel 1969 da Longanesi, a cura di Enzo Sciacca, con il titolo Costumi della corte e dei popoli delle Due Sicilie, che quasi sicuramente Sciascia lesse dell’incontro dei due ammiragli.
   Nell’Appendice al primo capitolo, Palmieri di Miccichè racconta infatti di aver conosciuto Nelson nel 1803 o 1804, a un pranzo offerto dal principe di Ventimiglia all’Acqua Santa, a cui era presente anche l’ammiraglio Gravina: “il primo già celeberrimo, il secondo di merito assai inferiore, ma esente dalle lordure politiche che macchiavano la reputazione dell’eroe britannico”. E prosegue: “Benché nemici, questi due militari si stimavano, e lì, in mia presenza, li ho visti, interprete la padrona di casa, darsi reciprocamente la parola d’onore, stringendosi la mano, di cercare di evitare, in caso di combattimento, di scontrarsi vascello contro vascello: la battaglia di Trafalgar ebbe luogo qualche tempo dopo; Lord Nelson e l’ammiraglio Gravina vi perdettero la vita, ma mantennero religiosamente la loro parola.” Anche Palmieri fa morire Gravina durante la battaglia, ma si tratta di un dettaglio. Quel che importa è il reciproco impegno, mantenuto, di non scontrarsi direttamente.
   Replicando alle parole di Sciascia sull’incontro dei due ammiragli, Domenico Porzio commenta: “Allora un tempo i nemici erano anche amici! C’era una specie di gioco delle parti che veniva fatto con grande educazione”. Un tempo, e fra un certo tipo di avversari, certamente sì: e riemergono dalla memoria – per fare un esempio – i due amici-nemici de Boëldieu-Pierre Fresnay e von Rauffenstein-Erich von Stroheim, in quel capolavoro che è La Grande Illusion di Jean Renoir.
   Per quanto ora ricordo, Sciascia menziona Palmieri di Miccichè in due suoi saggi. Il primo, risalente al 1969, è La corda pazza e dà il titolo all’omonima raccolta pubblicata nel 1970. Nel saggio è descritto l’esperimento del barone Pietro Pisani, dal 1824 direttore della Real Casa dei Matti di Palermo. Di tale esperimento, Sciascia scrive tra l’altro che “già il regolamento era abbastanza avanzato rispetto a quel tempo ed al nostro (se lo si applicasse integralmente, oggi, i manicomi italiani non sarebbero così tremendi come sono)”. Al barone Pisani, di cui era amico, Palmieri dedica un capitolo di Pensées et souvenirs historiques et contemporains, tradotto da Roberto Tinti per Sellerio nel 1991 (Pensieri e ricordi storici e contemporanei).
   Il secondo saggio, intitolato Parigi, comparve nel 1974 sul settimanale “L’Europeo” e fu ripubblicato nel 1983 nella raccolta Cruciverba. Vi si legge: “Ma non qui ed ora è da fare – ammesso ne sia capace – un discorso sui rapporti culturali tra la Sicilia e la Francia; su quel che la Sicilia è stata per i francesi e quel che per i siciliani colti è stata Parigi. Basti considerare che nessuna o pochissime immagini avremmo della Sicilia com’era tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento senza i monumentali reportages dell’abate di Saint-Non e di Jean Houel; e che il primo siciliano che esce dalla grigia e affaticante serie dei diaristi e degli storiografi regi, dei monotoni petrarchisti, dei verseggiatori arcadici, il primo che scrive col gusto di scrivere, che racconta col gusto di raccontare, spregiudicato, vivace, lo fa in francese e pubblica a Parigi: quel Michele Palmieri di Miccichè che forse ancora staremmo ad ignorare se non avesse avuto la ventura di incontrare Stendhal, di essere stato da Stendhal ricordato e postillato”.
   Due testi di Palmieri – “L’onore dei briganti”, tratto da Pensieri e ricordi storici e contemporanei, e “La coerenza del marchese”, tratto da Costumi della corte e dei popoli delle Due Sicilie – erano stati inclusi nell’antologia Narratori di Sicilia, a cura di Leonardo Sciascia e Salvatore Guglielmino, la cui prima edizione apparve nel 1967 presso Mursia. Nel profilo biografico di presentazione dei due testi si legge: “L’esilio fece di Palmieri uno scrittore. In francese egli scrisse due libri di memorie straordinariamente interessanti, pieni di vividi ritratti ed aneddoti, di spigliate confessioni, di spregiudicate considerazioni sulle condizioni della Sicilia e sui costumi della corte borbonica: […]. Di certi suoi aneddoti si servirono Stendhal e Alessandro Dumas; e come personaggio il Palmieri dovette fare una certa impressione a Stendhal…”.
   Secondo l’illustre stendhalista Luigi Foscolo Benedetto, oltre che fargli una certa impressione, Palmieri di Miccichè fu per Stendhal anche il suggeritore di alcuni tratti di quattro personaggi della Chartreuse de Parme: Fabrizio del Dongo e un soldato che a Waterloo gli dà del pane, Ranuccio Ernesto IV e il padre Blanès. Come appunto si apprende nelle pagine conclusive de La Parma di Stendhal del Benedetto, apparsa nel 1950 e ripubblicata da Adelphi nel 1991, in una nuova edizione a cura di Riccardo Massano. Peccato che il bellissimo volume – numero 3 della collana L’oceano delle storie – sia privo di un indice dei nomi.

Euclide Lo Giudice

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