Leonardo Sciascia e i colleghi deputati

Leonardo Sciascia fu membro della Camera dei Deputati dal 1979 al 1983. Fu presentato nelle liste del Partito Radicale alle elezioni politiche del 3-4 giugno 1979, nelle circoscrizioni di Roma, Milano e Torino, e il 13 giugno fu proclamato eletto nel XIX collegio di Roma.

 

   Nel frattempo, nelle elezioni europee del 10 giugno, era stato eletto, sempre nella lista del Partito Radicale, anche al Parlamento europeo: elezione a cui rinunciò il 24 settembre, preferendo il seggio della Camera dei Deputati. Nella seduta inaugurale del 20 giugno, in cui Nilde Iotti venne eletta presidente dell’assemblea con 433 voti, Sciascia fu il secondo più votato, ottenendo 33 voti. I deputati radicali erano, compreso l’indipendente Sciascia, soltanto diciotto.
   Un’approfondita e accurata ricostruzione della sua attività parlamentare si trova nel volume Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983, a cura di Lanfranco Palazzolo, pubblicato da Kaos edizioni nel febbraio 2004. Nell’Introduzione si legge che Marco Boato ricordava che “Sciascia utilizzava dei foglietti molto piccoli, e ci scriveva i suoi interventi con una penna stilografica. Non parlava mai a braccio, e leggeva quei foglietti con molta lentezza, con tono pacato e angosciato”. Ma si legge anche che, quando parlava Sciascia, nell’aula “si creava un grande silenzio, così che lui non aveva neanche bisogno di alzare la voce”.
   Gli interventi di Leonardo Sciascia nell’aula di Montecitorio furono in tutto dodici, il primo il 10 agosto 1979 e l’ultimo il 27 gennaio 1983. Dopo essersi rivolto al “Signor presidente” – e, se del caso, al “signor presidente del Consiglio” o al “signor rappresentante del governo” – si rivolgeva agli altri componenti l’assemblea con “signori deputati”, “colleghi” o “signori colleghi”. Mai con “onorevoli colleghi”.
   L’appellativo di “onorevole”, con cui comunemente in Italia si indicano i deputati nazionali (ma non solo loro, perché anche i consiglieri regionali e provinciali vengono chiamati “onorevoli”), risale al lontano 1848. In quell’anno, infatti, nel corso di una seduta della neonata Camera dei Deputati del Regno di Sardegna, il presidente dette lettura di una lettera in cui un deputato si rivolgeva agli “onorevoli deputati”.
    Il termine “onorevole” diventò presto di uso comune, e se ne ha una conferma dal resoconto della seduta del Senato del Regno d’Italia del 24 marzo 1863. In tale occasione fu discusso il coinvolgimento del senatore Romualdo Trigona, principe di Sant’Elia, nel complotto che – a Palermo, nella notte del 1° ottobre dell’anno precedente – si era concretizzato nelle pugnalate inferte, in diversi luoghi della città, a tredici persone scelte a caso. Tra gli intervenuti, il senatore Vigliani affermò infatti: “Io sono veramente lieto di aver provocato da parte di un personaggio così autorevole (il ministro della Giustizia Pisanelli, ndr) le dichiarazioni che ha fatto riguardo alla persona dell’onorevole senatore di Sant’Elia”. A tale affermazione si associò con convinzione il senatore Di Revel: “Io non mi preoccupo della condizione del nostro onorando collega il principe di Sant’Elia…”. Non soltanto “onorevole”, quindi, il senatore principe di Sant’Elia, ma addirittura “onorando”: quasi a voler aggiungere, al puro suono dell’appellativo, la sostanza del verbo. E lasciando da parte l’“onorevole”: quanto fosse “onorando”, il senatore principe di Sant’Elia, lo si può valutare leggendo I pugnalatori, il racconto-inchiesta che Leonardo Sciascia pubblicò nel 1976 e nel quale appunto si legge, tra molte altre cose, anche della seduta del Senato del 24 marzo 1863.
   Per quanto concerne i deputati – ma anche i senatori, come si è appena visto – dal lontano 1848 l’appellativo di “onorevole” ha finito per prendere il posto della qualifica, e “il deputato Rossi” viene quasi invariabilmente chiamato “l’onorevole Rossi”. Si tratta di un appellativo consuetudinario, e infatti nel regolamento della Camera si parla sempre di “deputati”. Che l’argomento fosse controverso, lo rilevò quasi mezzo secolo fa anche il costituzionalista Carlo Lavagna: “Si ritiene che i parlamentari abbiano diritto all’appellativo di onorevole, ma in verità nessuna disposizione esiste in proposito – si legge nel secondo volume delle sue Istituzioni di Diritto Pubblico (UTET, Torino 1970). – Va anzi ricordata una comunicazione su questo punto del Presidente della Camera del 28 giugno 1957, il quale appunto disse che questa espressione, una volta basata sulla consuetudine, non aveva più ragione d’essere confermata nel nostro sistema per essere divenuta anacronistica. Ed infatti, nel protocollo ufficiale della Camera e del Senato si parla soltanto di Signori Deputati e Signori Senatori”.
   Il tentativo del deputato Giovanni Leone – nel 1957 era lui il presidente della Camera – non andò a buon fine. Nei decenni successivi, almeno un altro presidente dell’assemblea di Montecitorio, e alcuni deputati con una specifica proposta di legge, hanno tentato di vietare l’uso dell’“onorevole”. Negli Atti Parlamentari della XVII Legislatura della Camera dei Deputati si può infatti leggere una proposta di legge mirante all’abolizione del “titolo di ‘onorevole’”, riferito “ai deputati, ai senatori, ai consiglieri regionali e ai consiglieri provinciali, anche se cessati dalla carica”. La proposta, presentata il 21 maggio 2015, prevedeva che l’utilizzazione del titolo di “onorevole” fosse punita “con l’ammenda da euro 600 a euro 6.000”, senza peraltro specificare chi fosse tenuto a pagarla (probabilmente, gli onorevoli proponenti pensavano ad un successivo regolamento attuativo). Purtroppo la proposta di legge non ha avuto seguito, e i “signori deputati” continuano – tuttavia, direbbe il Manzoni – a fregiarsi dell’appellativo di “onorevole”. (E del resto: come avrebbe potuto essere altrimenti, se la proposta di legge per la “Abolizione del titolo ‘onorevole’ ” si indirizzava agli “Onorevoli Colleghi!” ?)
   Leonardo Sciascia aveva comunque risolto da solo il problema, scegliendo per i colleghi – e quindi anche per se stesso – la qualifica di “deputato”. E probabilmente sorriderebbe, rassegnato e divertito al tempo stesso, vedendo che, nel box che ne riepiloga la carriera parlamentare nella voce di Wikipedia a lui dedicata, la sua fotografia è sormontata dalla didascalia “on. Leonardo Sciascia”.
   In ogni caso, al cittadino, allo scrittore e al deputato Sciascia sarebbe sicuramente piaciuto il titolo di un volumetto di Andrea Camilleri intitolato Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia (Bompiani, Milano 2009). Il titolo è infatti anche un gioco di parole: non tanto di un semplice deputato siciliano si tratta, quanto di un siciliano onorevole, nel senso che i dizionari attribuiscono all’aggettivo: “Degno d’onore, onorato, che gode alta reputazione (per meriti, dignità, grado, nobiltà, ecc.): un o. cittadino”.

Euclide Lo Giudice

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