Cosa può diventare un giornale di provincia

Non è il primo caso e non sarà l’ultimo, la pubblicazione di un libro di uno scrittore che questo pianeta ha lasciato.  Leggendo l’ultima pubblicazione su e di Leonardo Sciascia si fanno tantissime scoperte.
Il libro cui mi riferisco è “Fine del carabiniere a cavallo” fresco di stampa, edito nella collana Biblioteca Adelphi da Adelphi Edizioni, a cura di Paolo Squillacioti.

È una raccolta di saggi letterari, che in qualche caso definirei appunti, che sono comparsi in diversi pubblicazioni, riviste e giornali, che vanno dal 1955 al 1989, anno della sua scomparsa, avvenuta precisamente a Palermo il 20 novembre di quello stesso anno. Nonostante li avessi letti quasi tutti, alcuni, mi sono accorto, li avevo dimenticati: li ho letti quindi come fosse la prima volta. Di altri me ne ricordavo, ma li ho rivisitati con interesse perché non sono mancati suggerimenti e spunti  per nuove riflessioni.
Si diceva, saggi letterari e tali sono anche quando trattano di temi politici, di cronaca, di “divertissement”. Il titolo è già un riferimento politico, basti pensare che il carabiniere a cavallo, già dagli anni ‘20 è stato il simbolo dell’ordine, con i suoi colori –blu, rosso e argento-  e, del fascismo dopo: manganellate e ordine.

 

La fine del carabiniere a cavallo, letterariamente Sciascia la fa coincidere con la pubblicazione di “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini. “Bisogna considerare questa rottura traumatica – che coincide con quel grande messaggio che è stata per noi, allora sulla soglia della giovinezza, la guerra civile spagnola – per giudicare lo svolgimento della letteratura italiana dal primo dopoguerra ad oggi”.
 Letteratura – Storia – Politica, i tre riferimenti costanti di questo libro. O meglio, come avviene in tutte le opere di Leonardo: l’attualità politica che diventa storia oppure, l’attualità stessa che prende spunto da episodi storici per diventare letteratura.
Nel capitolo Dizionario, dove celebra gli ottant’anni di Borges, troviamo delle notizie che potrebbero interessarci, più di altre, per una citazione che può sembrare localistica ed è questa: “(per chi non sa o  non ricorda: la pagina letteraria settimanale della Gazzetta di Parma, una delle prime e delle più ben fatte delle tante e generalmente mal fatte che poi imperversarono nei giornali italiani)”.
Quest’articolo su Borges era già comparso sul Corriere della Sera nel settembre del 1979.  A noi oggi interessa perché viene citato il Raccoglitore, cui era stata inviata una precedente recensione sullo stesso scrittore. Il Raccoglitore, era la pagina quindicinale della letteratura del quotidiano di Parma, la Gazzetta appunto, ed è stato pubblicato per 198 numeri dal 1951 al 1959. L’esperienza del Raccoglitore è stato il periodo di maggiore visibilità nazionale di un giornale di provincia come la Gazzetta. Basti pensare che in quelle pagine scrissero autori quali Vitaliano Brancati, Sebastiano Addamo, Luigi Pirandello e lo stesso Sciascia. Ecco l’esempio di come e cosa può diventare un giornale di Provincia, tentativo che è stato, per la verità, tentato ed attuato episodicamente anche su Libertà, esperienza che potrebbe divenire una costante, se lungimiranza supportasse i collaboratori, i sostenitori, e tutti coloro che ne rendono possibile la stampa e la pubblicazione stessa.
Si potrebbe fare un parallelo: Il Raccoglitore della Gazzetta di Parma è stato per la letteratura e la cultura italiana negli anni ’50 ciò che i Quaderni Piacentini di Piergiorgio Bellocchio hanno rappresentato per la politica e ideologia dagli anni ’60 agli anni ’70.
Se ancora ce ne fosse di bisogno, ciò sta a dimostrare come è stata (ed è) la periferia e non i grandi centri, a fornire nuova linfa culturale all’Italia.
Il saggio di cui sopra, ci presenta Borges come scrittore ossessionato dal tempo, non dalla storia, come sostenuto dalla generalità della critica letteraria: “Desidero dimenticare ed essere dimenticato”, dice Borges, e specifica Sciascia: “L’abolizione della memoria, l’abolizione del tempo”. In questo modo trasforma la figura dello scrittore argentino in un teologo, “Un teologo ateo. Vale a dire il segno più alto della contraddizione in cui
viviamo”. Siamo tutti disposti a contraddire sempre gli altri, difficilmente, se non mai, noi stessi.
Sciascia scevro da qualsiasi pregiudizio ideologico, è stato per questo disposto anche a contraddire, ce ne fosse stato di bisogno,  le sue stesse tesi, quando si è trattato di valutare l’evidenza della realtà. Nel libro si parla di quasi tutta la letteratura italiana e anche d’oltralpe, del novecento. Qui ho accennato a solo due paginette del suo Dizionario, per il resto non rimane sperare, che vengano lette e comprese tutte le altre, perché credetemi ne vale la pena!

"Fine del carabiniere a cavallo di L. Sciascia" - Raccolta (2016) - Carmelo Sciascia

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